Inizio della vita di Gesù

Introduzione

L’inizio della vita di Gesù, cioè l’annunciazione, la nascita, la fuga in Egitto, il ritorno a Nazaret, l’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza e la gioventù, fino a quando Gesù lascia la famiglia e inizia la sua vita pubblica, all’età di circa 30 anni, ogni buon cristiano lo conosce dall’aver letto o sentito tante volte il Vangelo. Il racconto di Maria Valtorta è certamente più ricco di particolari, ma, tutto sommato, non aggiunge nessun fatto o episodio nuovo. Perciò evito di ripetere quei fatti, ad accezione di 2 episodi: 1) quello di quando Gesù diventa maggiorenne (all’età di 12 anni) con il relativo esame di raggiunta maggiore età, davanti ai Rabbi del Tempio e 2) quello del suo successivo abbandono dei genitori, alla fine dello stesso pellegrinaggio a Gerusalemme e successivo ritrovamento. Questi 2 episodi vengono raccontati come premessa al racconto vero e proprio della vita di Gesù, a cominciare dalla sua andata via da casa e dalla sua Madre, per iniziare la sua vita pubblica.

PREMESSA

A) L’ESAME DI GESÙ MAGGIORENNE AL TEMPIO

Era primavera. In quel periodo di festa della Pasqua, il Tempio era strapieno di gente. Folla che entrava dalle porte delle mura che portavano dentro la città di Gerusalemme; gente che attraversava i cortili, gli atri e i portici del Tempio. Ad un certo punto entra anche la comitiva della famiglia di Gesù, cantando quasi sottovoce alcuni salmi: prima tutti gli uomini, poi le donne. A loro si sono uniti anche altre persone, forse di Nazareth, forse amici di Gerusalemme. Dopo aver adorato tutti insieme l’Altissimo, le donne rimangono un po’ indietro, mentre Giuseppe si separa da loro e col figlio Gesù, ritorna un po’ indietro e gira verso una grande sala che somiglia ad una sinagoga. Parla con un giovane e questo scompare dietro una tenda; poi ritorna con dei sacerdoti anziani, maestri nella conoscenza della Legge di Mosé e autorizzati, perciò, ad esaminare i fedeli. Giuseppe e Gesù si inchinano profondamente alla loro presenza; dopo che i 10 dottori della Legge di Mosé si sono seduti dignitosamente su certi sgabelli di legno, Giuseppe presenta a loro Gesù. Dice: “Ecco, questo è mio figlio. Da poco più di 3 mesi è entrato nel tempo che la Legge stabilisce per essere maggiorenni. Egli mostra di esserlo, ma io voglio che lo sia anche secondo la Legge di Dio. Vi prego quindi di esaminarlo benignamente e giustamente, per accertare che egli sia uscito dalla fanciullezza e dall’età minore e che io dica la verità. Io l’ho preparato per questo momento e per questa sua dignità di essere un vero figlio di Israele. Egli conosce i precetti, le tradizioni, le decisioni; egli sa recitare le preghiere e le benedizioni quotidiane. Egli, quindi, conoscendo la Legge di Mosé in se stessa e nelle sue 3 principali interpretazioni, può essere considerato un uomo e vivere responsabilmente. Perciò io desidero essere liberato dalla resposabilità delle sue azioni e dei suoi peccati. D’ora in poi mio figlio sia soggetto ai precetti di Dio e sconti da solo le pene per eventuali mancanze contro di essi. Esaminatelo”. “Lo faremo. Vieni avanti, fanciullo. Il tuo nome?” “Gesù di Giuseppe di Nazareth”. “Nazareno… Sai dunque leggere?” “Sì, rabbi. So leggere le parole scritte e anche quelle che sono chiuse nelle parole stesse”. “Cosa vorresti dire, non capisco!”. “Voglio dire che capisco anche il significato delle parole e dei simboli che si nascondono sotto l’apparenza delle parole, così come la perla che non si vede, ma che è dentro la conchiglia brutta e chiusa”. “Risposta non comune, ma molto saggia. Raramente si sente dire queste cose da persone adulte; in un ragazzo, poi, e “nazareno” per giunta…”. L’attenzione dei 10 maestri si fa più acuta. I loro occhi non perdono un istante il bel fanciullo biondo che li guarda sicuro, senza spacconeria, ma anche senza paura. “Tu fai onore al tuo maestro, che certamente deve essere assai dotto e preparato”. “La Sapienza di Dio era depositata nel suo cuore giusto”. “Ma udite udite! Te felice, padre di tal figlio”. Giuseppe, che è in disparte, in fondo alla sala, sorride e fa un inchino. Poi i 10 maestri danno a Gesù 3 rotoli diversi, dicendo: “Leggi quello legato dal nastro dorato”. Gesù apre il rotolo e legge. Sono i dieci comandamenti. Ma dopo le prime parole, un maestro-giudice, gli toglie di mano il rotolo e dice: “Continua a memoria”. Gesù li dice così sicuro che pare che legga. Ogni volta che nomina il “Signore” si inchina profondamente. “Chi ti ha insegnato ciò? Perché lo fai?” “Perché quel nome è santo e va pronunciato con rispetto non solo internamente ma anche esternamente. Al re, che è re per breve tempo, i sudditi si inchinano; eppure quel re è soltanto polvere. Al Re dei re, all’Altissimo Signore d’Israele, presente anche se non visibile se non allo spirito soltanto, non si dovrà inchinare ogni creatura che da Lui dipende, come suddito eterno?”. “Bravo!”. Poi chiamano Giuseppe e gli dicono: “Uomo, noi ti consigliamo di fare istruire il tuo figlio dal grande Rabbì Hillel o da Gamaliele. Tuo figlio è soltanto un nazareno…, ma le sue risposte mostrano che egli può diventare un grande Maestro della Legge di Mosé”. “Mio figlio è maggiorenne”, rispose Giuseppe, farà secondo il suo volere. Io non lo contrasterò in niente, se i suoi voleri saranno onesti”. “Fanciullo, ascolta. Tu hai detto: <Ricordati di santificare il Sabbath; non solo per te, ma anche per tuo figlio, tua figlia, il tuo servo, la tua serva. Non solo, ma persino il tuo asino non devo lavorare quando è Sabbath>. Ora dimmi: se una gallina depone un uovo di sabato o una pecora partorisce di sabato, è lecito tenere il frutto del loro ventre, oppure deve essere distrutto, perché considerato un obbrobrio?”. “Io so che molti Rabbi, per ultimo il vivente Sciammai, dicono che l’uovo deposto di sabato è contrario al precetto. Ma Io penso che una cosa è l’uomo e una cosa è l’animale. Se io obbligo l’animale a lavorare di sabato, io pecco due volte, per me e per l’animale, perché io impongo all’animale, con la sferza, di lavorare. Ma se una gallina depone l’uovo già maturo nell’ovaia, o una pecora partorisce il figlio di sabato, perché ormai è maturo per nascere, ciò non è peccato; né sono abominevoli agli occhi di Dio l’uovo o l’agnello deposti”. “E perché? Non è detto che tutto e ogni lavoro, di sabato, è peccato?”. “Dovete sapere che il generare corrisponde alla volontà del Creatore; il generare è regolato da leggi date da Dio ad ogni creatura. Ora la gallina non fa che ubbidire a quella legge, che dice che dopo tante ore di formazione, l’uovo è completo e va deposto; e la pecora pure, non fa che ubbidire a quelle leggi volute da Colui che tutto creò, il quale stabilì che due

volte l’anno, in primavera e in autunno le pecore si accoppiassero per dare poi, a suo tempo, latte, carne e formaggi sostanziosi. Se dunque una pecora, giunto il suo tempo, depone il suo nato, anche di sabato, oh! Questo può essere considerato sacro e anche portato all’altare, perché è frutto di ubbidienza al Creatore”. “Io non lo esaminerei oltre. La sua sapienza è superiore alla sapienza degli adulti e stupisce”. “No, no! Lui ha detto di essere capace di capire e spiegare anche i simboli. Udiamolo”. “Prima dica un salmo, le benedizioni e le preghiere”. “Si!, ma dica anche i precetti”. Gesù dice con sicurezza una sfilza di precetti: “non fare questo…, non fare quello…” “Basta. Apri il rotolo legato col nastro verde”. Gesù apre e comincia a leggere. “Più avanti, più avanti…” Gesù ubbidisce. “Basta. Leggi e spieghi se ti pare che ci sia un simbolo”. “Nella Parola Santa, raramente manca il simbolo. Siamo noi che non lo sappiamo vedere e applicare. Leggo: “Safan, scriba, continuando a parlare al re, disse: <Il sommo sacerdote Elcia mi ha dato un libro>. Safan lo lesse alla presenza del re, il re udite le parole della Legge del Signore si stracciò le vesti e poi diede quest’ordine: Andate a consultare il Signore per me, per il popolo, per tutto Giuda, riguardo alle parole di questo libro che si è trovato, perché la grande ira di Dio si è accesa contro di noi a causa dei padri nostri che non ascoltarono le parole di questo libro, in modo da seguirne le prescrizioni…”. “Basta. Il fatto avvenne molti secoli lontano da noi. Quale simbolo trovi in un fatto di cronaca antica”. “Trovo che non vi è un tempo per ciò che è eterno. Ed eterno è Dio, eterna è l’anima nostra, eterni sono i rapporti tra Dio e l’anima. Perciò, ciò che aveva provocato il castigo allora, è la stessa cosa che provoca i castighi ora, e uguali sono gli effetti della colpa”. “Cioè?” “Israele non segue più la Sapienza, la quale viene da Dio. È a lui, e non ai poveri uomini, che bisogna chiedere luce, e luce non se ne ottiene se non si è giusti e fedeli a Dio. Perciò si pecca, e Dio, nella sua ira, punisce”. “Noi non abbiamo più la Sapienza? Ma che dici, fanciullo! E i precetti? Non sono Sapienza, questi?”. “I precetti sono Sapienza, ma rimangono parole. Li sappiamo, ma non li mettiamo in pratica, perciò “non li sappiamo” <non abbiamo la Sapienza>. Il simbolo è questo: ogni uomo, in ogni tempo, ha bisogno di consultare il Signore per conoscere la sua volontà e ad essa attenersi, se non vuole attirarne la sua ira”. “Il fanciullo è perfetto. Neppure il tranello della domanda insidiosa ha turbato la sua risposta. Sia portato nella vera sinagoga”. Passano in un’altra stanza più grande e più solenne. Qui, per prima cosa, gli accorciano i capelli. I riccioli caduti a terra, vengono raccolti da Giuseppe. Poi gli stringono la veste rossa con una lunga cintura girata a più giri intorno alla vita, gli legano delle striscioline sulla fronte, al braccio e al mantello. Le fissano con delle specie di fermagli. Poi cantano inni. Giuseppe loda il Signore con una lunga preghiera e invoca sul suo Figlio ogni bene. La cerimonia è finita. Gesù esce con Giuseppe. Tornano da dove erano venuti, si riuniscono ai parenti maschi, comperano un agnello e lo offrono al Signore. Poi, con l’agnello sgozzato, raggiungono le donne. Maria bacia il suo Gesù. Sembra che siano degli anni che non lo vede. Lo guarda, fatto più uomo nella veste e nei capelli; lo accarezza. Partecipano alle varie liturgie per completare il Pellegrinaggio e festeggiare la Pasqua Ebraica.

B) LA DISPUTA DI GESÙ NEL TEMPIO CON I DOTTORI. L’ANGOSCIA DELLA MADRE E LA RISPOSTA DEL FIGLIO

Nel Tempio di Gerusalemme ci sono farisei in lunghe vesti ondeggianti, sacerdoti vestiti di lino. Poi altri che devono appartenere alla casta sacerdotale, e che sono circondati da discepoli più giovani. Sono i dottori della Legge di Mosé. Attorno al gruppo dei dottori si è iniziata una disputa teologica. Molta folla si avvicina. Fra i “dottori” c’e un gruppo con a capo Gamaliele e un altro, vecchio e quasi cieco, che sostiene Gamaliele nella disputa. Costui si chiama Hillel, maestro o parente di Gamaliele, perché questo lo tratta con confidenza e rispetto nello stesso tempo. Il gruppo di Gamaliele ha una mentalità più larga e moderna. Lì vicino c’é un altro gruppo, ed è il più numeroso, con a capo uno che chiamano Sciammai; egli ha una mentalità intransigente, velenosa e arretrata. Gamaliele, circondato da un folto gruppo di discepoli, parla della venuta del Messia e, appoggiandosi alla profezia di Daniele, sostiene che il Messia deve ormai essere nato, perché da una decina d’anni circa le settanta settimane profetate, da quando era uscito il decreto di ricostruzione del Tempio, sono compiute. Sciammai lo combatte aspramente, dicendo che, se è vero che il Tempio è stato riedificato, è anche vero che la schiavitù di Israele è aumentata, e la pace, che avrebbe dovuto portare con sé il Messia, che i Profeti chiamavano «Principe della Pace», è ben lontana d’esserci nel mondo e specie a Gerusalemme, oppressa da un nemico, quello romano, che osa spingere la sua dominazione fin dentro il recinto del Tempio, dominato dalla torre Antonia piena di legionari romani, pronti a disperdere con la spada, ogni tumulto di indipendenza della nostra patria.
La disputa, piena di argomenti inutili, va per le lunghe. Ogni maestro fa sfoggio di conoscenze, non tanto per vincere l’avversario, quanto per imporsi alla ammirazione degli ascoltatori. Dopo l’esame di maggiore età e dopo aver partecipato alla festa religiosa della Pasqua ebraica, mentre i genitori di Gesù ritornano con la loro carovana a Nazareth, Gesù senza avvisarli, rimane nel Tempio ad ascoltare la disputa tra Gamaliele e Sciammai sul futuro Messia. E fu allora che improvvisamente di mezzo alla folla dei fedeli che ascoltavano i due famosi maestri, esce una fresca voce di ragazzo, che dice: «Gamaliele ha ragione». Movimento della folla e del gruppo dei dottori. Si cerca colui che ha parlato. Ma non occorre cercarlo. Non si nasconde. Si fa largo da sé e si accosta al gruppo dei “rabbi”. È Gesù adolescente. E’ sicuro e franco, con due sfavillanti occhi pieni di intelligenza. «Chi sei?» gli chiedono. «Sono un figlio di Israele venuto a compiere ciò che la Legge di Mosé ordina». La risposta ardita e sicura piace e ottiene sorrisi di approvazione e benevolenza. Tutti sono interessati al piccolo israelita. «Come ti chiami?». «Gesù di Nazareth». L’interesse verso di lui si smorza, nel gruppo di Sciammai. Ma Gamaliele, più interessato, prosegue il dialogo insieme ad Hillel. Anzi è proprio Gamaliele che con rispetto dice al vecchio: «Chiedi al fanciullo qualcosa». «Su cosa fondi la tua sicurezza?» chiede Hillel. E Gesù: «Sulla profezia che non può sbagliare nell’indicare il tempo e sui segni che l’hanno accompagnata, quando si avverò la profezia. E’ vero che Cesare ci domina. Ma il mondo era tanto in pace e la Palestina tanto in calma quando si compirono le settanta settimane, che fu possibile a Cesare ordinare il censimento nei suoi territori.

Non lo avrebbe potuto fare se ci fosse stata guerra nell’Impero e ci fossero state sommosse in Palestina. Potete avere dubbi? Non ricordate che la stella fu vista dai Sapienti d’Oriente e che andò a posarsi proprio sul cielo di Betlemme di Giuda e che le profezie e le visioni, da Giacobbe in poi, indicano quel luogo come quello stabilito ad accogliere la nascita del Messia, figlio del figlio del figlio di Giacobbe, attraverso Davide che era di Betlemme? Non ricordate Balaam? “Una stella nascerà da Giacobbe”. I Savi d’Oriente, che la purezza e la fede rendevano occhi e orecchi aperti, hanno visto la stella e compreso il suo nome: “Messia”, e sono venuti ad adorare la Luce scesa nel mondo». Sciammai, con sguardo feroce: «Tu dici che il Messia nacque nel tempo della stella a Betlemme-Efrata?». Gesù «Io lo dico». Sciammai: «Allora non c’è più. Non sai, fanciullo, che Erode fece uccidere tutti i nati di donna, di Betlemme e dintorni, da un giorno a due anni d’età? Tu, tanto sapiente nella Scrittura, devi sapere anche questo: “Un grido s’è sentito nell’alto… E’ Rachele che piange i suoi figli”. Le valli e le cime di Betlemme, che hanno raccolto il pianto di Rachele morente, sono rimaste piene di pianto, e le madri l’hanno ripetuto sui figli uccisi. Fra esse era certo anche la Madre del Messia». Gesù: «Ti sbagli, o vecchio. Il pianto di Rachele s’è volto in osanna, perché là dove essa ha dato alla luce il “figlio del suo dolore”, la nuova Rachele ha dato al mondo il Beniamino del Padre celeste, il Figlio della sua destra, Colui che è destinato a riunire il popolo di Dio sotto il suo scettro e a liberarlo dalla più tremenda schiavitù». Sciammai: «E come è possibile, se Egli fu ucciso?». Gesù: «Non hai letto di Elia? Egli fu rapito dal cocchio di fuoco. E non potrà il Signore Iddio aver salvato il suo Emmanuele perché fosse Messia del suo popolo? Egli, che ha aperto il mare davanti a Mosè perché Israele passasse a piede asciutto verso la sua terra, non avrà potuto mandare i suoi angeli a salvare il Figlio suo, il suo Cristo, dalla ferocia dell’uomo? In verità vi dico: il Cristo vive ed è fra voi, e quando sarà la sua ora si manifesterà nella sua potenza». Gesù, nel dire queste parole, ha nella voce uno squillo che riempie lo spazio. I suoi occhi sfavillano più ancora e, con movimento di comando, alza il braccio e la mano destra e li abbassa come per giurare. E’ un fanciullo, ma è solenne come un uomo. Hillel: «Fanciullo, chi ti ha insegnato queste parole?» Gesù: «Lo Spirito di Dio. Non ho un maestro umano. Questa è la Parola del Signore che vi parla attraverso le mie labbra». Hillel: «Vieni fra noi, che io ti veda da vicino, o fanciullo, e la mia speranza si ravvivi a contatto della tua fede e la mia anima si illumini al sole della tua». E Gesù viene fatto sedere su un alto sgabello fra Gamaliele e Hillel, e gli vengono dati dei rotoli perché li legga e spieghi. E’ un esame in piena regola. La folla si accalca e ascolta. La voce fanciulla di Gesù legge: «”Consolati, o mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme, consolatela perché la sua schiavitù è finita… Voce di uno che grida nel deserto: preparate le vie del
Signore… Allora apparirà la gloria del Signore”.» Sciammai: «Lo vedi, o nazareno! Qui si parla di schiavitù finita. Mai come ora siamo schiavi. Qui si parla di un precursore. Dove è egli? Tu farnetichi». Gesù: «Io ti dico che a te più che agli altri va fatto l’invito del Precursore. A te e ai tuoi simili. Altrimenti non vedrai la gloria del Signore, né comprenderai la parola di Dio, perché le bassezze, le superbie, le doppiezze ti faranno ostacolo a vedere ed udire». Sciammai: «Così parli ad un maestro?». Gesù: «Così parlo. E così parlerò sino alla morte. Poiché sopra il mio interesse sta l’interesse del Signore e l’amore alla Verità di cui sono Figlio. E ti aggiungo, o rabbi, che la schiavitù di cui parla il Profeta, e di cui parlo io, non è quella che credi, come la regalità non sarà quella che pensi. Per merito del Messia verrà reso libero l’uomo, dalla schiavitù del Male che lo separa da Dio, e il segno del Cristo sarà sugli spiriti, liberati da ogni giogo e fatti sudditi dell’eterno Regno. Tutte le nazioni curveranno il capo, o stirpe di Davide, davanti al Germoglio nato da te e divenuto albero che copre tutta la terra e si alza al Cielo. E in Cielo e in terra ogni bocca loderà il suo Nome e piegherà il ginocchio davanti all’Unto di Dio, al Principe della Pace, al Condottiero, a Colui che con Se stesso avrà saziata ogni anima stanca e saziata ogni anima affamata, al Santo che stipulerà una alleanza fra terra e Cielo. Non come quella stipulata coi Padri d’Israele quando Dio li trasse d’Egitto trattandoli ancora da servi, ma imprimendo la paternità celeste nello spirito degli uomini con la Grazia nuovamente infusa per i meriti del Redentore, per mezzo del quale tutti i buoni conosceranno il Signore e il Santuario di Dio non sarà più abbattuto e distrutto». Sciammai: «Ma non bestemmiare, fanciullo! Ricorda Daniele. Egli dice che, dopo l’uccisione del Cristo, il Tempio e la Città saranno distrutti da un popolo e da un condottiero che verrà. E Tu sostieni che il Santuario di Dio non sarà più abbattuto! Rispetta i Profeti!». Gesù: «In verità ti dico che qui c’è Qualcuno che è da più dei Profeti, e tu non lo conosci e non lo conoscerai, perché te ne manca la voglia. E ti dico che quanto ho detto è vero. Non conoscerà più morte il Santuario vero. Ma, come il suo Santificatore, risorgerà a vita eterna e alla fine dei giorni del mondo vivrà in Cielo». Hillel: «Ascolta me, fanciullo. Il Profeta Aggeo dice: “… Verrà il Desiderato delle genti… Grande sarà allora la gloria di questa casa, e di quest’ultima più della prima”. Vuol forse parlare del Santuario di cui Tu parli?». Gesù: «Si, maestro. Questo vuol dire. La tua rettitudine ti porta verso la Luce ed Io te lo dico: quando il Sacrificio del Cristo sarà compiuto, a te verrà pace, poiché sei un israelita senza malizia». Gamaliele: «Dimmi, Gesù. La pace di cui parlano i Profeti come può sperarsi se a questo popolo verrà distruzione di guerra? Parla e da’ luce anche a me». Gesù: «Non ricordi, maestro, cosa dissero coloro che furono presenti la notte della nascita del Cristo? Che le schiere angeliche cantarono: “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma questo popolo non ha buona volontà e non avrà pace. Esso non accoglierà il suo Re, il Giusto, il Salvatore, perché lo aspetta come re di umana potenza, mentre Egli è Re dello spirito. Esso non lo amerà, dato che il Cristo predicherà ciò che a questo popolo non piace. Il Cristo non debellerà i nemici armati di spade e cavalli, ma i nemici dell’anima, che spingono verso l’inferno il cuore dell’uomo creato per il Signore. E questa non è la vittoria che Israele si attende da Lui. Egli verrà, Gerusalemme, il tuo Re, cavalcando “l’asina e l’asinello”, ossia i giusti di Israele e i gentili. Israele, invece, per la sua cattiva volontà perderà la pace e soffrirà in sé, per dei secoli, ciò che farà soffrire al suo Re, che sarà da esso ridotto a Re di dolore di cui parla Isaia». Sciammai: «La tua bocca sa insieme di latte e di bestemmia, nazareno. Rispondi: e dove è il Precursore? Quando lo avemmo?». Gesù: «Egli è. Non dice Malachia: “Ecco, io mando il mio angelo a preparare davanti a Me la strada; e subito verrà al suo Tempio, il Dominatore da voi cercato e l’Angelo del Testamento, da voi desiderato”? Dunque il Precursore precede immediatamente il Cristo. Egli già c’è come c’è già il Cristo. Se passassero anni fra colui che prepara le vie al Signore e il Cristo, tutte le vie tornerebbero ingombre e contorte. Dio lo sa e predispone che il Precursore anticipi di un’ora sola il Maestro. Quando vedrete questo Precursore, potrete dire: “La missione del Cristo ha inizio”. A te dico: il Cristo aprirà molti occhi e molti orecchi quando verrà su queste strade. Ma non le tue e quelle dei tuoi pari, che gli darete morte per la Vita che vi porta. Ma quando più alto di questo Tempio, più alto del Tabernacolo chiuso nel Santo dei santi, più alto della Gloria sostenuta dai Cherubini, il Redentore sarà sul suo trono e sul suo altare, maledizione ai deicidi e vita ai gentili fluiranno dalle sue mille e mille ferite, perché Egli, o maestro che non sai, non è, lo ripeto, Re di un regno umano, ma di un Regno spirituale, e suoi sudditi saranno unicamente coloro che per suo amore sapranno rigenerarsi nello spirito” Sciammai e i suoi seguaci: «Questo nazareno è Satana!». Hillel e i suoi: «No. Questo fanciullo è Profeta di Dio. Resta con me, ragazzo. La mia vecchiaia aggiungerà tutto quello che sa, al tuo sapere, e Tu sarai Maestro del popolo di Dio». Gesù: «In verità ti dico che, se molti fossero come tu sei, salvezza verrebbe ad Israele. Ma la mia ora non è venuta. A Me parlano le voci del Cielo e nella solitudine le devo raccogliere finché non sarà la mia ora. Allora con le labbra e col sangue parlerò a Gerusalemme, e sarà mia
la sorte dei Profeti lapidati e uccisi da essa. Ma sopra il mio essere è quello del Signore Iddio, al quale Io sottometto Me stesso come servo fedele per fare di Me sgabello alla sua gloria, in attesa che Egli faccia del mondo sgabello ai piedi del Cristo. Attendetemi nella mia ora. Queste pietre riudranno la mia voce e fremeranno alla mia ultima parola. Beati quelli che in quella voce avranno udito Dio e crederanno in Lui attraverso essa. A questi, il Cristo darà quel Regno che il vostro egoismo pensa sia umano, mentre esso è celeste,
e per il quale Io dico: “Ecco il tuo servo, Signore, venuto a fare la tua volontà. Consumala, perché compierla io desidero”.

Dice Gesù:
«Torniamo indietro. Torniamo al Tempio, dove io dodicenne sto dialogando con i Rabbi. Anzi torniamo nelle vie che conducono a Gerusalemme e da Gerusalemme al Tempio. Nota l’angoscia di Maria quando, riunitesi le carovane degli uomini e delle donne, Ella si accorge che io non sono con Giuseppe. Non alza la voce in rimproveri aspri verso lo sposo. Tutte le donne l’avrebbero fatto. Lo fate per molto meno, dimenticando che l’uomo è sempre il capo di casa. Ma il dolore che traspare dal volto di Maria trafigge Giuseppe più d’ogni rimprovero. Non si abbandona Maria a scene drammatiche. Per molto meno voi lo fate, cercando d’esser notate e compatite. Ma il suo dolore contenuto è così palese, dal tremito che la prende, dal volto che impallidisce, dagli occhi che si dilatano, che commuove più d’ogni scena di pianto e clamore. Non sente più la stanchezza, né la fame. E il cammino era stato lungo e da tante ore non aveva mangiato! Ma Ella lascia tutto. E il letto che si sta preparando e il cibo che sta per essere distribuito. E torna indietro. E’ sera, scende la notte. Non importa. Ogni passo la riporta verso Gerusalemme. Ferma le carovane, i pellegrini. Interroga. Giuseppe la segue, la aiuta. Un giorno di cammino indietro e poi l’affannosa ricerca per la città. Dove, dove può essere il suo Gesù? E Dio permette che Ella non sappia per tante ore dove cercarmi. Cercare un bambino nel Tempio era cosa senza giudizio. Che ci doveva fare un bambino nel Tempio? Al massimo, se s’era sperduto per la città ed era tornato là dentro, portato dai suoi passi, avrebbe attirato l’attenzione degli adulti, dei sacerdoti, i quali avrebbero provveduto a ricercare i genitori con dei bandi messi alle porte. Ma non c’era nessun bando. Nessuno in città sapeva di questo bambino. Bello? Biondo? Robusto? Eh! ce ne sono tanti! Troppo poco per poter dire: “L’ho visto. Era là e là”! Poi, dopo tre giorni, simbolo di altri tre giorni di angoscia futura, ecco che Maria, stanca, entra nel Tempio. Corre, corre, la povera Mamma, là dove sente una voce di un ragazzo. Maria sente, oltre una barriera di persone, la cara voce che dice: “Queste pietre fremeranno…”. Ella cerca di farsi largo e vi riesce dopo molta fatica. Eccolo, il Figlio, a braccia aperte, in piedi in mezzo ai dottori. Il suo dolore ha il sopravvento. Corre al Figlio, lo abbraccia, e gli dice: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Da tre giorni ti andiamo cercando. La tua Mamma sta per morire di dolore, Figlio. Il padre tuo è sfinito di fatica. Perché, Gesù?” «Non si chiedono i “perché” a Chi sa. I “perché” del suo modo di agire. Ai chiamati non si chiede “perché”: lasciano tutto per seguire la voce di Dio. Io ero Sapienza e sapevo. Io ero “chiamato” ad una missione e la compivo. Al di sopra del padre e della madre della terra c’è Dio, Padre divino. I suoi interessi superano i nostri, i suoi affetti sono superiori ad ogni altro. Io lo dico a mia Madre. Termino l’insegnamento ai dottori con l’insegnamento a Maria, Regina dei dottori. Ed Ella non se lo è più dimenticato. Il sole le è tornato nel cuore avendomi per mano, umile e ubbidiente, ma anche le mie parole le sono nel cuore. Molto sole e molte nubi scorreranno nel cielo durante quei ventuno anni in cui sarò ancora sulla terra. E molta gioia e molto pianto si alternerà nel suo cuore per altri ventuno anni. Ma Ella non chiederà più: “Perché, Figlio mio, ci hai fatto questo?”. Imparate, o uomini».

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