A Casa di Pietro – Nozze di Cana
1. A BETSAIDA NELLA CASA DI PIETRO. L’INCONTRO CON FILIPPO E NATANAELE
Giovanni bussa alla porta della casa dove è ospitato Gesù. Si affaccia una donna e, vedendo chi è, chiama Gesù. Si salutano con saluto di pace. E poi: «Sei venuto presto, Giovanni» dice Gesù. «Sono venuto a dirti che Simon Pietro ti prega di passare da Betsaida. Ha parlato di Te a molti… Non abbiamo pescato questa notte. Abbiamo pregato, come sappiamo farlo, e abbiamo rinunciato al guadagno perché… il sabato ancora non era finito. E questa mattina siamo andati in giro parlando di Te. C’è gente che vorrebbe sentirti… Vieni, Maestro?». «Vengo. Per quanto io debba andare a Nazareth prima che a Gerusalemme». «Ti porterà da Betsaida a Tiberiade Pietro con la sua barca. Farai anche più presto». «Andiamo, dunque». Gesù prende mantello e bisaccia. Ma Giovanni gli prende quest’ultima. E se ne vanno dopo aver salutato la padrona di casa. Escono dal paese e si incamminano verso Betsaida. A Betsaida Pietro, Andrea e Giacomo, e con loro delle donne, aspettano Gesù all’inizio dell’abitato. «La pace sia con voi, dice Gesú quando arriva. Eccomi». «Grazie, Maestro, per noi e per chi ti aspetta. Non è sabato, ma non le dirai due parole a chi aspetta di ascoltarti?». «Si, Pietro. Le dirò. Nella tua casa». Pietro è contento: «Vieni, allora. Questa è mia moglie e questa la madre di Giovanni e queste amiche loro. Ma anche altri ti aspettano: parenti e amici nostri». «Avvertili che partirò stasera stesso; ma prima parlerò a loro». «Maestro… ti prego. Fermati una notte nella mia casa, mentre vai a Gerusalemme, anche se io te lo abbrevio portandoti con la barca fino a Tiberiade. La casa mia è povera, ma onesta e amica. Resta con noi questa notte». Gesù guarda Pietro e gli altri, che sono tutti in attesa. Li guarda scrutatore. Poi sorride e dice: «Va bene!». Nuova gioia di Pietro. Alcune persone guardano dalle porte e sorridono. Un uomo chiama a nome Giacomo e gli parla piano indicando Gesù. Giacomo dice di “Sí” e l’uomo va a parlare con altri uomini fermi all’angolo di una strada. Entrano nella casa di Pietro. Un cucina vasta e piena di fumo. In un angolo, reti, gomitoli di canapa e ceste da pesca. In mezzo, il focolare largo e basso, per ora spento. Dalle due porte opposte si vede la via e l’orticello col fico e la vite. Oltre la via, le acque del lago, mosse da un venticello. Oltre l’orticello si vede il muretto nero di un’altra casa. «Ti offro quanto ho, Maestro, e come so…». Meglio e più non potresti, perché mi offri con amore». Danno a Gesù acqua per rinfrescarsi e poi pane e olive. Gesù gusta pochi bocconi, tanto per mostrare che accetta, poi smette, ringraziando. Dei bambini curiosano dall’orto e dalla strada. Non so se siano figli di Pietro. Lui, peró, fa gli occhiacci per tenere indietro i piccoli invadenti. Gesù sorride e dice: «Lasciali fare». «Maestro, vuoi riposare? Lì c’è la mia stanza, là quella di Andrea. Scegli. Non faremo rumore mentre riposi». «Avrai pure una terrazza?». «Si, e c’è anche la vite, che per quanto sia ancor con poche foglie, fa un po’ d’ombra». «Portami lá. Preferisco riposare lassù. Penserò e pregherò». «Come vuoi, maestro. Vieni». Dall’orticello una scaletta sale sul tetto, che è una terrazza circondata da un basso muretto. Anche qui, reti e canapi. Ma quanta luce di cielo e quanto azzurro di lago! Gesù siede su uno sgabello con le spalle appoggiate al muretto. Pietro si dá da fare con una vela, che innalza a fianco della vite per fare un riparo al sole. Vi è brezza e silenzio. Gesù visibilmente ne gode. «Io vado, Maestro». «Va’. Tu e Giovanni andate a dire che al tramonto, parlerò qui». Gesù resta solo e prega a lungo. Al di lá di due coppie di colombi, che vanno e vengono dai loro nidi, e di un cinguettìo di passeri, non c’è nessun rumore e nessun’altro intorno a Gesù che prega. Le ore passano calme e serene. Poi Gesù si alza, gira per la terrazza, guarda il lago, guarda e sorride a dei bambini che giocano sulla via e che gli sorridono, guarda sulla via, verso la piazzetta che è a un cento metri dalla casa. Poi scende. Si affaccia alla cucina: «Donna, io vado a passeggiare sulla riva». Esce e va infatti sulla riva, vicino ai bambini. Li interroga: «Che fate?». «Volevamo giocare alla guerra. Ma lui non vuole e allora giochiamo alla pesca». Il «lui» che non vuole è un piccolo bambino, ma dal viso luminosissimo. Forse sa che, piccolo com’è, le buscherebbe dagli altri nel fare «la guerra» e perciò è a favore della pace. Ma Gesù ne trae spunto per parlare a quei bambini: «Lui ha ragione. La guerra è castigo di Dio per punizione degli uomini, é segno che l’uomo non è più vero figlio di Dio. Quando l’Altissimo creò il mondo, fece tutte le cose: il sole, il mare, le stelle, i fiumi, le piante, gli animali, ma non fece le armi. Creò l’uomo e gli dette occhi perché avesse sguardi d’amore, bocca per dire parole d’amore, udito per udire parole d’amore, mani per dare aiuto e carezze, piedi per correre veloce dal fratello bisognoso, e cuore capace d’amare. Dette all’uomo intelligenza, parola, affetti, gusti. Ma non dette l’odio. Perché? Perché l’uomo, creatura di Dio, doveva essere amore come Amore è Dio. Se l’uomo fosse rimasto creatura di Dio, nell’amore sarebbe rimasto, e guerra e
morte non avrebbe conosciuto la famiglia umana». «Ma lui la guerra non la vuol fare perché perde sempre». Gesù sorride e dice: «Non bisogna non volere solo quello che fa soffrire noi o solo quello che non piace a noi; bisogna non volere anche quello che fa soffrire tutti e non piace a tutti. Se uno dice: “Io non voglio questo perché ci perdo”, è egoista. Invece una buona persona, un buon figlio di Dio dice: “Fratelli, io so che vincerei, peró vi dico: non facciamo questo perché voi ne avreste danno”. Oh! come costui ha compreso il comandamento principale! Chi me lo sa dire?». In coro gli 11 ragazzi dicono: «”Amerai il tuo Dio con tutto te stesso e il tuo prossimo come te stesso”». Oh! siete proprio dei bravi ragazzi. 4Andate a scuola tutti?». «Sì». «Chi è il più bravo?». «Lui». E’ il ragazzo che non vuol fare alla guerra. «Come ti chiami?». «Gioele». «Grande nome! Attenzione, il profeta Gioele dice: “… il debole dica: ‘Son forte!’.” Ma in che cosa deve essere forte? Nella legge del Dio vero, per essere fra quelli che Egli giudicherà come suoi santi. Ma già il giudizio è vicino. Chi di voi vuole esser fra quelli che saranno giudicati santi da Dio?». «Io! Io! Io!». «Amerete allora il Messia?». «Sì! Si! Te! Te! Te amiamo! Lo sappiamo chi sei! Lo hanno detto Simone e Giacomo, e anche le nostre mamme l’hanno detto. Pigliaci con Te!». «Certo, vi prenderò se sarete buoni. Mai più parole brutte, mai più prepotenze, mai più litigi, mai più male risposte ai genitori. Preghiera, studio, lavoro, ubbidienza. E io vi amerò e staró con voi». I bambini sono tutti a cerchio intorno a Gesù. Un uomo anzianotto si è avvicinato curioso. Gesù si gira, per accarezzare un bambino che gli tira la veste, e lo vede. Lo fissa intensamente. Quello saluta arrossendo, ma non dice altro. «Vieni! Seguimi!». «Sì, Maestro». Gesù benedice i bambini e a fianco di quell’uomo anzianotto, che si chiama Filippo (cosí lo chiama Gesú) torna a casa. Si siedono nell’orticello. «Vuoi esser mio discepolo?». «Lo voglio… ma non oso sperare d’esserlo». «Io ti ho chiamato». «Lo sono, allora. Eccomi». «Sapevi di Me?». «Me ne ha parlato Andrea. Mi ha detto: “Quello che tu aspettavi è venuto”. Perché Andrea sapeva che io aspettavo il Messia». «Non è delusa la tua attesa. Egli ti è davanti». «Mio Maestro e Dio!». «Sei un israelita di retta intenzione. Per questo mi manifesto a te. Un altro tuo amico aspetta, lui pure sincero israelita. Va’ a dirgli: “Abbiamo trovato Gesù di Nazaret, figlio di Giuseppe della stirpe di Davide, Colui di cui hanno parlato Mosè e i Profeti”. Va’». Gesù resta solo sinché torna Filippo con Natanaele Bartolomeo. «Ecco un vero israelita in cui non è menzogna. La pace a te, Natanaele». «Come mi conosci?». «Prima che Filippo venisse a chiamarti, Io ti ho visto sotto al fico». «Maestro, Tu sei il Figlio di Dio, Tu sei il Re d’Israele!». «Perché ho detto di averti visto, mentre riflettevi sotto al fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di questa. In verità vi dico che i Cieli sono aperti e voi, per la fede; vedrete gli angeli scendere e salire sopra il Figlio dell’uomo: su di me che ti parlo». «Maestro! Io non sono degno di tanto favore!». «Credi in Me e sarai degno del Cielo. Vuoi credere?». «Voglio, Maestro». La terrazza della casa di Pietro é piena di gente; altra gente è nell’orticello. Gesù parla. «Pace agli uomini di buona volontà. Pace e benedizione alle loro case, alle loro donne, ai loro bambini. La grazia e la luce di Dio regni in esse e nei cuori che l’abitano. Voi avete desiderato di ascoltarmi. Ecco ora la Parola parla. Parla agli onesti con gioia, parla ai disonesti con dolore, parla ai santi e ai puri con piacere, parla ai peccatori con pietà. Non si nega, la Parola. Essa é venuta come fiume che bagna terre bisognose d’acqua. Voi volete sapere quali cose si richiedono per esser discepoli della Parola di Dio, del Messia, Verbo del Padre, che viene a radunare Israele perché ascolti di nuovo le parole dei 10 Comandamenti, sante e
immutabili e perché si santifichi mettendole in pratica. Ecco. io dico ai sordi, ai ciechi, ai muti, ai lebbrosi, ai paralitici e ai morti: “Risorgete, siate guariti, camminate, si aprano in voi i fiumi della luce, della parola, del suono, perché possiate vedere, udire, parlare di Me agli altri”. Ma più che ai corpi Io dico questo vostri spiriti. Uomini di buona volontà, venite a Me senza timore. Se lo spirito è debole, io lo rinforzo. Se malato, io lo guarisco. Se è morto, io lo risuscito. Voglio solo la vostra buona volontà. È difficile ciò che vi chiedo? No. Io non vi impongo i cento e cento e cento precetti dei rabbini. Io vi dico: seguite i 10 Comandamenti. La Legge è una e immutabile. Molti secoli sono passati dall’ora in cui essa fu data bella, pura, fresca, come creatura appena nata, come rosa appena sbocciata. Semplice, netta, dolce a seguirsi. Nei secoli le colpe e le tendenze l’hanno complicata con leggi e leggi secondarie, con pesi e restrizioni, con troppe penose clausole. Io vi riporto alla Legge così come l’Altissimo l’ha data. Ma, ve ne prego, per il vostro bene, accoglietela con il cuore sincero che avevano i veri israeliti di allora. Nel Deuteronomio è detto tutto quello che va fatto, non é necessario niente di più. Voi fate ciò che Dio dice. E sopra tutto sforzatevi ad esser perfetti nei due precetti principali. Se amerete Dio con tutto voi stessi, non peccherete, perché il peccato è dolore dato a Dio. Chi ama non vuol dare dolore. Se amerete il prossimo come voi stessi, non sarete che figli rispettosi per i genitori, sposi fedeli ai consorti, uomini onesti nei vari commerci, uomini non violenti verso i nemici, uomini che non mentiscono nei tribunali, uomini senza invidia verso chi ha di piú, uomini senza voglie sessuali verso la donna di un altro. Non volendo fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi, non ruberete, non ammazzerete, non calunnierete, non entrerete come uccelli nel nido di altri. Ma anzi Io vi dico di piú: “Andate oltre nell’ubbidire ai 2 comandamenti dell’amore: e amate anche i vostri nemici”. Oh! come vi amerà l’Altissimo che ama tanto l’uomo, pur essendo divenuto a Lui nemico per la colpa d’origine e per i peccati individuali, da mandare ad esso il Redentore, l’Agnello che è il Figlio suo, io che vi parlo, il Messia promesso per redimervi da ogni colpa, se voi saprete amare come Lui. Amate. L’amore sia la vostra scala; salirete fino al Cielo, e udrete il Padre dire, a tutti e a ognuno: “Io sarò tuo protettore dovunque andrai e ti ricondurrò a questo paese: al Cielo, al Regno eterno”. La pace a voi». Dopo l’insegnamento di Gesú, la gente se ne va lentamente, commossa e piena di gioia, approvando ció Gesú aveva detto. Restano Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo e Bartolomeo. «Parti domani, Maestro?». «Domani all’alba, se non ti dispiace». «Mi dispiace che Tu vada, sì. Ma dispiacermi per l’ora, no. E’ anzi un’ora buona». «Pescherai?». «Questa notte a prima luna». «Hai fatto bene, Simon Pietro, a non pescare la notte scorsa. Ancora non era finito il sabato. Nehemia, nelle sue riforme, volle che in Giuda fosse rispettato il sabato. Anche ora troppa gente di sabato lavora, porta fasci, carica vino e frutta, vende e compra pesci e agnelli. Avete sei giorni per questo. Il sabato è del Signore. Solo una cosa potete fare di sabato: fare del bene al vostro prossimo. Ma il guadagno deve essere assolutamente escluso da questo aiuto. Chi non rispetta il sabato per motivi di guadagno non può aver che castigo da Dio. Fa utile? Lo sconterà con perdite negli altri sei giorni. Non fa utile? Ha faticato invano il corpo, non concedendogli quel riposo che l’Intelligenza ha stabilito per esso, alterandosi con ira lo spirito per aver inutilmente faticato, giungendo a imprecare. Il giorno di Dio va passato col cuore unito a Dio in dolce preghiera d’amore. Bisogna esser fedeli in tutto». «Ma… gli scribi e i dottori, dice qualcuno, che tanto sono severi con noi…, non lavorano di sabato, non danno neppure un pane al prossimo per non fare la fatica di porgerlo… ma l’usura la fanno anche di sabato. Perché non è lavoro materiale, dicono. Si può fare usura di sabato?». «No. Mai. Né di sabato né in un altro giorno. Chi fa usura è disonesto e crudele». «Gli scribi e i farisei, allora…». «Simone, non giudicare. Tu non fare usura». «Ma si vede cosí chiaramente!…» «Ma c’è solo il male da vedere, Simone?». «No, Maestro». «E allora perché guardare solo il male?». «Hai ragione, Maestro». «Allora domani all’alba partirò con Giovanni». «Maestro…». «Che c’è, Simone?». «Maestro… vai a Gerusalemme?». «Lo sai». «Anche io ci devo andare per la Pasqua… e anche Andrea e Giacomo». «E allora?… Vuoi dire che vorresti venire con Me. E la pesca? E il guadagno? Mi hai detto che ti piace aver denaro, e Io starò via molti giorni. Prima vado da mia Madre. E ci andrò, poi, anche al ritorno. Mi fermerò a predicare. Come farai a stare tanto tempo senza pescare?” Pietro è incerto, combattuto… ma poi decide: «Per me… io ci vengo. Preferisco Te al denaro!». «Anche io vengo». «E anche io». «E noi pure, vero, Filippo?». «Venite, allora. Mi aiuterete». Pietro è fulminato all’idea di aiutare Gesù. «Come faremo?». «Ve lo dirò. Non avrete che fare quanto dico per fare del bene. Chi ubbidisce fa sempre bene. Adesso pregheremo e poi ognuno andrà alle sue cose». «E Tu che farai, Maestro?». «Pregherò ancora. Sono la Luce del mondo, ma sono anche il Figlio dell’uomo. Devo perciò sempre attingere alla Luce per esser l’Uomo che redime l’uomo. Preghiamo». Gesù dice un salmo. Quello che comincia: «Chi riposa nell’aiuto dell’Altissimo vivrà sotto la protezione del Dio del Cielo. Dirà al Signore: “Tu sei il mio protettore, il mio rifugio. E’ il mio Dio, in Lui la mia speranza. Egli mi liberò dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole”.
2. MARIA MANDA GIUDA TADDEO AD INVITARE GESÙ ALLE NOZZE DI CANA
Gesú si trova nella casa di Pietro. Insieme a Lui c’é Pietro e la moglie, Giacomo e Giovanni. Sembra che abbiano finito allora di cenare e stiano chiacchierando fra loro. Gesù si interessa della pesca. Entra Andrea e dice: «Maestro, c’è qui l’uomo presso il quale tu stai, con uno che dice di essere tuo cugino». Gesù si alza e va verso l’uscio dicendo: «Avanti, avanti»; e quando, alla luce della lucerna ad olio e della fiamma del camino, vede entrare Giuda Taddeo, esclama: «Tu, Giuda?!». «Io, Gesù». E si baciano. Giuda Taddeo è un bell’uomo nella pienezza della bellezza giovanile. Alto, sebbene un po’ piú basso di Gesù, ben proporzionato nella sua robustezza, bruno, con occhi che hanno qualcosa di comune con quelli di Gesù, perché sono di una tinta azzurra, Ha barba quadrata e bruna, capelli mossi, con meno riccioli di quelli di Gesù, bruni come la barba.
«Vengo da Cafarnao. Vi sono andato con una barca e qui pure sono venuto con essa per fare più in fretta. Mi manda tua Madre; dice: “Susanna si sposa domani. Io ti prego, Figlio, di essere presente a queste nozze”. Maria vi prende parte e con Lei anche mia madre e i miei fratelli. Tutti i parenti sono invitati. Tu solo saresti assente, ed essi, i parenti, ti chiedono di far contenti gli sposi». Gesù si inchina lievemente, aprendo un poco le braccia, e dice: «Desiderio di mia Madre è per me una legge. Ma anche per Susanna e i parenti verrò. Solo… mi spiace per voi…» e guarda Pietro e gli altri. «Sono i miei amici» spiega al cugino. E li nomina cominciando da Pietro. Per ultimo dice: «e questo è Giovanni», e lo dice in un modo tutto speciale, che attira lo sguardo più attento di Giuda Taddeo e fa arrossire lo stesso Giovanni. Termina la presentazione dicendo: «Amici, questo è Giuda, figlio d’Alfeo, mio fratello-cugino, secondo la consuetudine del mondo, perché figlio del fratello dello sposo di mia Madre. Un mio buon amico di lavoro e di vita». «La mia casa è aperta a te come al Maestro. Siedi», dice Pietro. Poi, rivolto a Gesù, continua: «E allora? Non verremo più con Te a Gerusalemme?». «Certo che verrete. Dopo la festa di nozze io andrò. Soltanto non mi fermerò più a Nazaret». «Fai bene, Gesù. Perché tua Madre è ospite mia per qualche giorno. Siamo d’accordo così? E ci verrà Lei pure dopo le nozze». Così dice Pietro. «Così faremo, allora, dice Gesú. Ora con la barca di Giuda io andrò a Tiberiade e di lì a Cana, e con la stessa tornerò a Cafarnao con mia Madre e con te. Il giorno dopo, il prossimo sabato tu verrai, Simone, se ancora vuoi venire, e andremo a Gerusalemme per la Pasqua». «Sì che vorrò! Anzi verrò il sabato per udirti alla sinagoga». «Già insegni, Gesù?» chiede il Taddeo. «Sì, cugino». «E che parole! Ah! non si sentono dire da nessun altro, dice qualcuno!». Giuda sospira. Col capo appoggiato alla mano, col gomito puntato sul ginocchio, guarda Gesù e sospira. Pare voglia parlare e non osi farlo. Gesù lo stuzzica: «Che hai, Giuda? Perché mi guardi e sospiri?». «Niente». «No. Niente non è. Non sono più il Gesù che tu amavi? Quello per cui non avevi segreti?». «Si, certo, che lo sei! E come mi manchi, Tu, maestro del tuo più anziano cugino…» «E allora? Parla». «Volevo dirti… Gesù… sii prudente… hai una Madre… che non ha che Te… Tu vuoi essere un “rabbi” diverso dagli altri e Tu sai, meglio di me, che… che i gruppi potenti dei “Rabbi” non permettono insegnamenti diversi da quelli che hanno stabiliti loro. Conosco il tuo modo di pensare… è santo… Ma il mondo non è santo… e opprime i santi… Gesù… Tu sai la sorte di tuo cugino il Battista… E’ in prigione, e se ancor non è morto è perché quell’immorale tetrarca Erode ha paura della folla e di essere fulminato Dio, se lo uccidesse. Immorale e superstizioso cosí come è crudele e vizioso sessualmente. Tu… che farai? A che sorte vuoi andare incontro?». «Giuda, questo mi chiedi tu che conosci tanto bene il mio pensiero? Parli da te stesso? No. Non mentire! Ti hanno mandato, e non mia Madre certamente, a dirmi queste cose…». Giuda abbassa il capo e tace. «Parla, cugino». «Mio padre… e con lui Giuseppe e Simone… sai… per il tuo bene… per affetto per Te e per Maria, tua Madre… non vedono di buon occhio quello che Tu ti proponi di fare… e… e vorrebbero Tu pensassi a tua Madre…» «E tu che pensi?». «Io… io». «Tu sei combattuto fra le voci dell’Alto e le voci della terra. Non dico del Basso. Dico della terra. Anche Giacomo lo è, più di te ancora. Ma io vi dico che sopra la terra c’è il Cielo, sopra gli interessi del mondo ci sono gli interessi di Dio». «Ma… e tua Madre?». «Giuda, non c’è che Lei che avrebbe diritto a richiamarmi ai miei doveri di figlio, secondo la luce della terra: ossia al mio dovere di lavorare per Lei, per mantenerla nei suoi bisogni materiali, al mio dovere di assistenza e conforto con una vicinanza a mia Madre. E Lei non mi chiede nulla di questo. Da quando mi ebbe, Ella sa che mi avrebbe perduto, per ritrovarmi in un modo più grande rispetto a quello del piccolo cerchio della famiglia. E da allora si è preparata a questo. Mia Madre è nuova nel donarsi nel fare questa assoluta volontà di Dio. Sua madre, mia nonna, l’ha offerta a Dio prima che Ella nascesse. Ed mia Madre me lo ha detto molte volte, mi ha parlato della sua infanzia santa, mi ha detto che si è consacrata a Dio sin dalla nascita. E più ancora si è consacrata a Dio fin da quando mi ebbe, per essere con Me, sulla strada della mia missione che mi è stata data Dio. Tutti mi abbandoneranno almeno per in un’ora; magari per pochi minuti, ma la vigliaccheria si impadronirá di tutti e voi penserete che era meglio, per la vostra sicurezza, non avermi mai conosciuto. Ma mia Madre no! Mia Madre che ha capito e che sa tutto, Lei sarà sempre con Me. E voi tornerete ad essere miei grazie a Lei. Con la forza della sua sicura, amorosa fede, Ella vi attirerá a sé e di conseguenza vi attirerá a Me, perché io sono nella Madre ed Ella è in Me, e Noi siamo in Dio. Questo vorrei che comprendeste voi tutti, parenti, secondo il mondo, amici e figli secondo il soprannaturale. Tu, e con te gli altri, non sapete chi è mia Madre. Ma, se lo sapeste, non la critichereste in cuor vostro per non sapermi tenere a Nazareth, ma la venerereste come l’Amica più intima di Dio, la Potente che tutto può sul cuore dell’Eterno Padre e sul Figlio del suo cuore. Allora, certamente che a Cana verrò. Voglio farla felice. Comprenderete meglio in un secondo momento». Gesù è solenne e persuasivo. Giuda lo guarda attento. Pensa. Dice: «E io pure certamente verrò con Te, insieme a questi, se mi vuoi… perché sento che Tu dici cose giuste. Perdona la mia corta visione delle cose e anche quella dei miei fratelli. Sei tanto più santo di noi!…» «Non ho rancore per chi non mi conosce. Non ne ho neppure per chi mi odia. Ma ne ho dolore per il male che queste persone fanno a sé stesse. Che hai in quella sacca?». «La veste che tua Madre ti manda. Gran festa, domani. Ella pensa che il Tu ne abbia bisogno per non sfigurare fra gli invitati. Ha lavorato molto ogni giorno, per prepararti questa veste, ma non ha potuto finire il mantello. Ancor ne mancano le frange. È addolorata». «Non c’è bisogno. Andrò con questo, e il mantello mi servirá per quando andró a Gerusalemme. Il Tempio è più ancora di una festa di nozze». «Ella ne sarà felice». «Se volete essere all’alba sulla via di Cana, vi conviene partire subito. La luna sta sorgendo e la traversata sarà buona » dice Pietro. «Andiamo, allora. Vieni, Giovanni. Ti porto con Me. Simon Pietro, Giacomo, Andrea, addio. Vi aspetto sabato sera a Cafarnao. Addio, donna. Pace a te e alla tua casa». Escono Gesù con Giuda e Giovanni. Pietro li segue sino a riva e aiuta l’operazione di partenza della barca.
3. LE NOZZE DI CANA. IL FIGLIO COMPIE PER LA MADRE IL PRIMO MIRACOLO.
La casa del matrimonio si trova alla periferia di Cana. È una casa isolata. Quel giorno c’era un bel sole e un cielo azzurro, senza nuvole. Due donne arrivano dalla strada principale e girano sul sentiero che porta alla casa. Una è più anziana, l’altra è molto piú giovane. E’ molto bella, snella, gentile e umile. Riconosco Maria Santissima. Parlano fra loro e la Madonna sorride. Sembra siano le 9 del mattino. La stagione é primaverile. Maria, quando arriva, é molto festeggiata. Attraverso una scala esterna alla casa, sale sopra ed entra in una sala grande, al primo piano. Al centro c’è una tavola molto ricca, con sopra già delle anfore e piatti pieni di frutta. Poi c’é un’altra tavola addossata al muro di destra. Lungo il muro di sinistra, c’é una specie di lunga credenza, con sopra piatti con formaggi e altri cibi che sembrano focacce coperte di miele e dolciumi. A terra, sempre vicino questa parete, ci sono anfore e tre grosse giare. Maria si toglie il mantello ed aiuta a finire i preparativi della tavola. Poi si sente sulla strada un grande rumore di strumenti musicali. Tutti corrono fuori. Entra la sposa, tutta preparata e felice, circondata dai parenti e dagli amici; a fianco c’è lo sposo. Lungo la strada di un piccolo paese, passano Gesù con Giovanni e con Giuda Taddeo. Gesù vestito di bianco, ha un mantello azzurro scuro. Sorridendo dice: «Andiamo a far felice mia Madre». E si incammina attraverso i campi, coi due compagni, verso la casa del matrimonio. Quando Gesù è giú, il padrone di casa, lo sposo e Maria, scendono incontro a Gesù e lo salutano rispettosamente. Entrando nella sala, Gesú dice: «La pace sia in questa casa e la benedizione di Dio su voi tutti». Poi prende posto alla tavola di centro con lo sposo, la sposa, i parenti degli sposi e gli amici più influenti. I due discepoli, per rispetto al Maestro, vengono fatti sedere alla stessa tavola dove stava Gesú. Gesù ha alle sue spalle la parete dove sono le giare e le credenze. Non le vede, e non vede neppure l’affaccendarsi del maggiordomo intorno ai piatti di arrosti, che vengono portati da una porticina laterale. Il pranzo comincia. E assicuro che l’appetito non manca e neanche la sete. Maria parla pochissimo. Gesù parla un poco di più. Interrogato risponde, se gli parlano si interessa, espone il suo parere. Sorride, ma non ride mai. E, se sente qualche parola fuori posto o volgare, fa finta di non sentire. Verso la fine del pranzo, Maria si accorge che i servi parlottano col maggiordomo e che questo è impacciato, e capisce cosa c’è che non va. «Figlio» dice piano, piano a Gesú, «Figlio, non hanno più vino». «Donna, che vi è più fra Me e te?». Gesù, nel dirle questa frase, sorride e sorride Maria, come due che si capiscono a volo e che nascondono un gioioso segreto, ignorato da tutti gli altri. Poi Maria ordina ai servi: «Fate tutto quello che Egli vi dirà». Maria ha letto negli occhi sorridenti del Figlio la risposta positiva. Poi Gesú ordina ai servi: «Riempite d’acqua quei recipienti». Nella sala si sente un mormorio generale, tutti si girano verso Gesù e Maria, c’è chi si alza per vedere meglio, c’è chi va direttamente alle giare. Un silenzio, e poi un coro di lodi a Gesù. Ma Gesú si alza e dice: «Ringraziate Maria» e poi se ne va. I 2 discepoli lo seguono. Quando è sulla porta di uscita, si gira e dice: «La pace sia a questa casa e la benedizione di Dio su voi». Poi aggiunge: «Madre, ti saluto». E finisce la visione.
Gesú spiega la frase che disse ai suoi due discepoli, Giovanni e Giuda Taddeo: “Andiamo a far felice mia Madre”. Ecco la spiegazione: “Io a quella frase avevo dato un significato più alto di quello che sembrava a prima vista. “Andiamo a far felice mia Madre” non voleva dire andiamo a farla felice di vedermi; ma andiamo a farla felice perché sará Lei a dare origine ai miei miracoli, sará lei la prima benefattrice dell’umanità. Ricordatevelo sempre. Il mio primo miracolo è avvenuto per Maria. Il primo. Ció significa che è Maria la chiave del miracolo. Io non nego niente alla Madre mia, e per la sua preghiera anticipo anche il tempo della grazia. Io conosco mia Madre: lei é la seconda in bontà dopo Dio. Io so che fare le grazie a voi è farla felice, poiché è la Tutta Amore. Inoltre ho voluto far conoscere a tutti la sua potenza al mondo, insieme alla mia. Destinata ad essere unita a Me nel corpo, e poi nel dolore, sul Calvario, era giusto che fosse unita a Me nella potenza che si mostra al mondo. Perció, dico anche a voi, ciò che dissi a quelle persone che stavano al matrimonio: “Ringraziate Maria. E’ per Lei che avete avuto l’Autore del miracolo e che avrete sempre le mie grazie, specialmente quelle di perdono”. Gesù spiega il significato della frase: «Donna, che vi è più fra Me e te?». “Puó sembrare una frase umiliante per Maria, ma non è cosí. «Quel “più”, che molti traduttori lo tolgono, è la chiave della frase e la spiega nel suo vero significato. Ascoltate: io ero il Figlio soggetto alla Madre sino al momento in cui la volontà del Padre mio mi indicò di essere venuta l’ora di essere il Maestro. Dal momento che la mia missione ebbe inizio, non ero più il Figlio soggetto alla Madre, ma il Servo di Dio. Rotti i legami morali verso Colei che mi aveva generato, essi si erano cambiati in altri legami più alti e si erano trasformati tutti in legami nello spirito. L’amore, peró, verso mia Madre non finí, né diminuí, anzi si perfezionó: ora lei mi genera di nuovo, mi dá al mondo, per il mondo, come Messia, come Maestro, come Evangelizzatore. “Che vi è più fra Me e te?” Questa frase vuol dire: prima ero tuo, unicamente tuo. Tu mi comandavi ed io ti ubbidivo. Ti ero sottomesso. Ora sono della mia missione. Quel “più”, dimenticato dai più, nelle traduzioni della mia Parola, voleva dire proprio questo: <Madre, tu mi sei stata “tutto”, finché fui unicamente il Gesù di Maria di Nazareth, e “tutto” mi sei ancora nel mio spirito; ma, da quando sono il Messia atteso, da quando ho iniziato la mia opera di salvezza per il mondo intero, io sono di tutti questi uomini e sono del Padre mio, che mi ha mandato ad essi>. Ecco cosa vuol dire quel piccolo “piu”, così denso di significato”.
4. LA CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO
Gesú, insieme a Pietro, Andrea, Giovanni, Filippo e Bartolomeo, vanno al Tempio nella festa della Pasqua ebraica; entrano nello spiazzale esterno del Tempio, dove era permesso entrare anche ai non Ebrei. C’è una folla enorme, pellegrini che giungono a gruppi da tutte le parti, venditori di pecore, colombi, agnelli: una vera fiera. Chi corre, chi chiama, chi urla, chi contratta, chi protesta per il prezzo troppo alto, chi spinge le bestie. Si sentono muggiti, belati, insulti ai garzoni che sono lenti. In un altro settore c’è la zona del cambio dei soldi: altre urla, altre grida, altre proteste, altri contratti: il Tempio funziona da Borsa, da Borsa… nera. Gli strozzini non mancano e neppure gli imbroglioni. A farne le spese sono i poveri, i vecchi e le donne. Imbrogli a non finire. Ai vecchi e ai poveri vengono venduti animali difettosi che probabilmente non saranno accettati dai sacerdoti del Tempio. Di qui proteste, insulti a non finire. 2 vecchietti tornano indietro spingendo un povero agnello che non è stato accettato, perché difettoso. Tornano dal venditore: pianti, suppliche, ma il venditore non si commuove: “In nome di Dio, siamo poveri vecchi, vuoi impedirci di fare la Pasqua, che forse è l’ultima della nostra vita? Non basta quello che ti abbiamo dato per una piccola bestia, cámbiala, questa è difettosa”. Niente da fare. Anche Gesú ha fatto il suo acquisto: Pietro ha contrattato al posto di Gesú e tutti insieme si dirigono verso il Tempio per sacrificare l’agnello comprato. Gesú, peró, nel frattempo, vede i due vecchietti piangenti, che protestano col venditore. Lascia il suo gruppo e si avvicina. Si rivolge al venditore e gli dice: “Cambia l’agnello a questi fedeli; non è degno dell’altare, come tu non sei degno, che approfitti di due vecchietti deboli e indifesi”. “E tu chi sei”, gli dice il venditore. “Un giusto”, risponde Gesú. “La tua parlata indica che sei della Galilea, puó venire mai un “giusto” dalla Galilea?”. “Fa’ quello che ti dico, e sii giusto anche tu!”. “Udite, udite, un galileo difensore dei suoi pari che vuole insegnare a noi del Tempio”. E ride e scimmiotta le parole di Gesú. Intanto si avvicina altra gente. Alcuni mercanti e cambiavalute prendono le difese del loro collega. Fra di loro ci sono alcuni scribi e farisei; uno di loro chiede a Gesú con arroganza: “Sei tu dottore della legge di Mosé?”. “Tu l’hai detto”, risponde Gesú. “E che insegni?”. “Questo insegno, grida Gesú: a rendere la casa di Dio, casa di preghiera e non un mercato. Questo insegno, alzando la voce: a rendere giustizia ai poveri e ai deboli. Questo insegno, urla alla fine Gesú: a non rubare, a non maltrattare e a non umiliare la povera gente. Questo insegno”. Intanto Gesú si è fatto terribile nel suo volto. In mano non ha nulla. Solo la sua ira in faccia, e con questa, camminando velocemente e in modo imponente tra banco e banco, sparpaglia le monete, rivolta tavoli e tavolini e tutto cade con fracasso e con gran rumore di metallo rimbalzante, con grida e ira dei commercianti. Poi Gesú strappa delle funi dalle mani di un guardiano di bestie e fa una sferza dura e l’alza e la fa girare in alto e l’abbassa, senza pietá. La gente si scansa. I colpevoli, inseguiti, se la danno a gambe, lasciando per terra denaro, e indietro bestie. Pecore che corrono, colombi che volano, muggiti, belati, insieme a risate e grida dei fedeli. Una confusione generale. Accorrono scribi, farisei, autoritá del tempio; Gesú è ancora in mezzo allo spiazzale, che ritorna dal suo inseguimento. La sferza è ancora in mano. “Chi sei? Che fai? Come ti permetti di fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da che scuola vieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei. Con quale autoritá hai fatto questo?”. «Io sono Colui che posso. Tutto io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non sono io che turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua casa divenga casa di usurai e di mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell’Eterno quando parló a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove io vengo? Lo saprete». E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell’abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un predicatore nel più vivo della sua predicazione, dice: «Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: “Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte… ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei sapienti ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data”. Ascoltate ancora, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto anche: “I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e con le offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità”. E ancora: nel Deuteronomio è detto: “Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; ma al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna”. Questo ha detto il Signore. Ora voi vedete che in Israele non si fa giustizia al povero. Non si fa giustizia, ma avvantaggiano i forti. Essere povero, esser popolo, vuol dire essere oppresso, dalle autoritá religiose. Come può il popolo dire: “Chi ci giudica è giusto” se vede che solo i potenti sono rispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? E’ rispettare il Signore violare un suo comandamento?
E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possedimenti e accettano ragali da pubblicani e peccatori, i quali fanno così per attirare dalla loro parte i sacerdoti, così come i sacerdoti accettano regali dai ricchi per aumentare le loro ricchezze? Dio è l’eredità dei suoi sacerdoti. Per essi deve essere Dio il loro Padre che provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Dio non ha promesso ai suoi sacerdoti del Santuario ricchezze e possedimenti. Nell’eternità avranno il Cielo per essere stati giusti quaggiú, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo. Ma su questa terra non devono avere che purezza e carità; e che il corpo sia servo dello spirito che è servo del Dio vero; e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio. Mi è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all’ombra delle sacre mura permettono che si faccia usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M’è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: “Dalla scuola di Dio”. Sì, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile. Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, venga a Me. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguite Me, ora, perché io vi porto, alla vera Terra Promessa, alla Terra Beata. L’ora della Grazia è venuta. L’hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell’attenderla. L’hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L’hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è giunta quest’ora. Venite. “Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi”, come ha promesso per bocca di Mosè». La gente, assiepata intorno a Gesù, è rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo. Poi commenta le parole del nuovo Maestro e interroga i suoi compagni. E Gesù si avvia verso un altro cortile, separato da questo da un porticato. Gli amici lo seguono.
5. L’INCONTRO CON GIUDA ISCARIOTA (DI KERIOT) E CON TOMMASO.
SIMONE ZELOTE SANATO DALLA LEBBRA.
Gesù si trova insieme ai sei suoi discepoli. Non c’é Giuda Taddeo, che pure aveva detto di voler venire a Gerusalemme con Gesù. Continuano ancora le feste pasquali, perché c’è sempre molta folla per la città. E’ verso sera, e molti si affrettano alle case. Anche Gesù va verso la casa dove è ospitato. È una casa di campagna, fra molti ulivi. «Giovanni, ci sono due uomini che aspettano il tuo amico» dice un uomo anziano, che deve essere il contadino o il proprietario dell’uliveto. Giovanni lo conosce. «Dove sono? Chi sono?». «Non so. Uno è giudeo. L’altro… non saprei. Non gliel’ho chiesto». «Dove sono?». «Nella cucina, aspettano lá, e… e… sì… ecco… c’è anche un altro tutto piaghe… L’ho fatto stare lá fuori, perché… non vorrei che fosse lebbroso… Dice che vuole vedere il Profeta che ha parlato al Tempio». Gesù, che sino a quel momento aveva taciuto, dice: «Andiamo prima da questo malato. Di’ agli altri di venire, se vogliono. Parlerò qui, nell’uliveto, con loro». E si dirige verso il punto indicato dall’uomo. «E noi? Che facciamo?» chiede Pietro. «Venite, se volete». Un uomo tutto imbacuccato è appoggiato ad un muretto. Quando vede venire verso di lui Gesù, grida: «Indietro, indietro! Ma anche pietà!». E scopre il suo tronco, lasciando cadere la veste. Se il viso è già coperto di croste, il tronco è un insieme di piaghe, ridotte a buchi profondi. «Sei lebbroso! Che vuoi da Me?». «Non mi maledire! Non mi lapidare! Mi han detto che l’altra sera ti sei manifestato come Voce di Dio e Portatore della Grazia. Mi han detto che Tu hai assicurato che, alzando la tua mano, guarisci ogni male. Alzala su me. Vengo dai sepolcri… là…. Ho aspettato la sera a farlo, perché nella penombra meno si vede chi sono. Ho osato… ho trovato quest’uomo, della casa, abbastanza buono. Non mi ha ucciso. Mi ha detto solo: “Aspetta vicino al muretto”. Abbi anche Tu pietà» e poiché Gesù si avvicina (Lui solo, perché i sei discepoli e il padrone del luogo, con i due sconosciuti, sono lontani e mostrano chiaramente ribrezzo) il lebbroso dice ancora: «Non più avanti! Non più! Sono infetto!». Ma Gesù procede. Lo guarda con tanta pietà che l’uomo si pone a piangere e si inginocchia col volto quasi a terra, e geme: «La tua mano! La tua mano!». «Io ti dico: alzati! Sii guarito. Lo voglio. E sii tu il mio testimone in questa città che ancora deve conoscermi. Alzati, ti dico! E non peccare, per riconoscenza a Dio!». L’uomo si alza piano piano. È guarito. Si guarda all’ultima luce della sera. E’ guarito. E subito grida: «Sono guarito! Oh! Maestro, che devo fare ora per Te?». «Ubbidire alla Legge. Vai dal sacerdote. Sii buono in futuro. Va’». L’uomo fa un movimento per gettarsi ai piedi di Gesù, ma si ricorda d’esser ancora impuro, secondo la Legge, e si trattiene. Ma si bacia le mani e getta il bacio a Gesù e piange. Di gioia. Gli altri rimangono sbalorditi e impietriti. Gesù volge le spalle al guarito e sorridendo li riscuote. «Amici, non era che una lebbra del corpo. Ma voi vedrete cadere la lebbra dai cuori”. “Siete voi che mi volete?» dice poi ai due sconosciuti. «Eccomi. Chi siete?». «Ti abbiamo udito l’altra sera… nel Tempio. Ti abbiamo cercato per la città. Uno che dice di essere tuo parente ci ha detto che stavi qui». «E perché mi cercate?».
«Per seguirti, Maestro, se tu vuoi, perché Tu hai parole di verità». «Seguirmi? Ma sapete dove sono diretto?». «No, Maestro, ma certo alla gloria». «Sì. Ma ad una gloria non della terra. Ad una gloria che ha la sua sede nel Cielo e che si conquista con virtù e sacrificio. Perché volete seguirmi?» torna a chiedere. «Per avere parte della tua gloria». «Secondo il Cielo?». «Sì, secondo il Cielo». «Non tutti possono arrivarvi. Perché il denaro insidia i desiderosi di Cielo più degli altri. E solo chi ha una forte volontá resiste. Perché seguirmi, se seguire Me vuole dire lotta continua con il nemico che è in noi, col mondo nemico, e col Nemico che è Satana?». «Perché così vuole il nostro spirito, che è rimasto conquistato da Te. Tu sei santo e potente. Noi vogliamo esser tuoi amici». «Amici!!!». Gesù tace e sospira. Poi guarda fisso quello che ha sempre parlato e che ora ha lasciato cadere il mantello dal capo, apparendo a testa nuda. E’ Giuda di Keriot. «Chi sei, tu che parli meglio di un popolano?». «Sono Giuda, di Simone. Sono di Keriot. Ma sono nel Tempio. Attendo e sogno il Re dei giudei. Re ti ho sentito nella parola. Re ti ho visto nel gesto. Prendimi con Te». «Prenderti? Ora? Subito? No». «Perché, Maestro?». «Perché è meglio riflettere bene prima di prendere strade molto difficili». «Non credi alla mia sincerità?». «L’hai detto. Credo al tuo impulso. Ma non credo alla tua costanza. Pensaci, Giuda. Io ora andrò via e tornerò per la festa della Pentecoste, fra 7 settimane. Se stai nel Tempio, mi vedrai. Pesa te stesso. «E tu chi sei?». «Un altro che ti vide. Vorrei esser con te. Ma ora sono scoraggiato, ho paura». «No. La superbia è quella che rovina tutto. La paura può essere un ostacolo, ma se viene da una persona umile è di aiuto. Non aver paura. Anche tu pensa, e quando verrò…» «Maestro, sei tanto santo! Ho paura di non esser degno. Non ho paura di altro. Perché sul mio amore verso di te non ho paura…» «Come ti chiami?». «Tommaso, detto Didimo». «Ricorderò il tuo nome. Va’ in pace». Gesù li congeda e si ritira nella casa ospitale per la cena. I sei che sono con Lui vogliono sapere molte cose, su quel colloquio e cominciano a chiedere: «Perché, Maestro, hai fatto differenza fra i due?… Perché una differenza c’è stata. Tutti e due avevano lo stesso impulso…» chiede Giovanni.
«Amico, anche lo stesso impulso può avere diverse conseguenze e fare diverso effetto. Certo che i due hanno lo stesso impulso. Ma uno non è uguale all’altro nello scopo. E quello che pare il meno perfetto è il più perfetto, perché non ha desiderio di gloria umana. Mi ama perché mi ama». «Anche io!». «Ed io pure». «E anche io». «E anche io». «E anche io». «E anche io». «Lo so. Vi conosco per quel che siete». «Siamo dunque perfetti?». «Oh! no! Ma, come Tommaso, lo diventerete se persevererete nella vostra volontà d’amore. Perfetti?! Oh! amici! E chi perfetto se non Dio?». «Tu lo sei!». «In verità vi dico che non sono perfetto per Me, se voi credete che io sia soltanto un profeta. Nessun uomo è perfetto. Ma sono perfetto perché Chi vi parla è la Parola del Padre. Parte di Dio, il suo Pensiero che si fa Parola, io ho la Perfezione in Me. E cosí mi dovete credere: essere io la Parola del Padre. Eppure lo vedete, amici. io voglio esser chiamato il Figlio dell’uomo, perché anniento Me stesso, addossandomi tutte le miserie dell’uomo, non per averle, ma per portarle su di me e annullarle. Che peso, amici! Ma le porto con gioia. E’ la mia gioia il portarle perché, essendo il Figlio dell’umanità, renderò l’umanità figlia di Dio. Come il primo giorno». Gesù parla dolcemente, seduto alla povera mensa con le mani che gestiscono pacatamente sulla tavola, il volto un poco inclinato, illuminato da sotto in su dalla piccola lampada ad olio messa sulla tavola. Sorride lievemente. I discepoli lo ascoltano attentamente. «Maestro… perché tuo cugino, pur sapendo dove Tu abiti, non è venuto?». «Pietro mio!… Tu sarai una delle mie pietre, la prima. Ma non tutte le pietre sono facili da essere utilizzate. Hai visto i marmi del palazzo pretorio? Strappati a fatica dalla montagna, ora sono una parte del Pretorio. Guarda invece quei piccoli sassi che splendono là, al raggio di luna, fra le acque del torrente Cedron. Da soli sono arrivati nel torrente e, se uno li vuole, ecco, subito si lasciano prendere. Il mio cugino è come le prime pietre di cui ho parlato… La montagna, coé la famiglia, gli impedisce di venire a Me». «Io, peró, voglio somigliare ai sassi del torrente. Per Te sono pronto a lasciare tutto: casa, sposa, pesca, fratelli. Tutto, Maestro mio, per Te». «Lo so, Pietro. Per questo ti amo. Ma anche Giuda verrà». «Chi? Giuda di Keriot? Non ci tengo. E’ un bel tipetto, ma… preferisco… preferisco me stesso a lui…». Ridono tutti a queste parole di Pietro. «Non c’è niente da ridere. Voglio dire che preferisco un galileo schietto, rozzo, pescatore, ma senza ipocrisia a… a cittadini che… non so… Ecco, il Maestro capisce ciò che io intendo dire». «Sì, capisco. Ma non giudicare. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro sulla terra, e i buoni sono mescolati ai malvagi come i fiori su un campo. La cicuta che è una pianta velenosa cresce a fianco della malva che è una pianta che fa bene alla salute». «Io vorrei chiedere una cosa…» «Cosa, Andrea?». «Giovanni mi ha raccontato del miracolo fatto a Cana… Era in noi tanta speranza che Tu ne facessi uno a Cafarnao… e Tu hai detto che non facevi nessun miracolo se prima non avevi adempito la Legge. Perché allora a Cana? E perché qui e non nella patria tua?». «Ogni ubbidienza alla Legge di Dio è unione con Dio e perciò aumento della nostra capacità. Il miracolo è la prova dell’unione con Dio, della presenza benevola e consenziente di Dio. Per questo Io ho voluto fare il mio dovere di israelita prima di iniziare la serie dei miracoli». «Ma Tu non eri tenuto alla Legge». «Perché? Come Figlio di Dio, no. Ma come figlio della Legge, sì. Israele, per ora, non mi conosce che come Figlio della Legge… E, anche dopo, quasi tutto Israele mi conoscerà come Figlio della Legge, anzi come meno ancora. Ma io non voglio dare scandalo a Israele e ubbidisco alla Legge». «Sei santo». «La santità non esclude dall’ubbidienza alla legge di Dio. Anzi la perfeziona. C’è l’esempio da dare, oltre al resto. Che diresti di un padre, di un fratello maggiore, di un maestro, di un sacerdote che non dessero buon esempio?». «E Cana, allora?». «Cana era per dare gioia a mia Madre. Cana è l’anticipo che si deve a mia Madre. Ella è l’Anticipatrice della Grazia. Qui do onore alla Città santa, facendo di essa, pubblicamente, l’iniziatrice del mio potere di Messia. Ma là, a Cana, io ho dato onore alla Santa di Dio, alla Tutta Santa. Il mondo ha Me, grazie a Mia Madre. E’ giusto che in suo onore io abbia fatto il mio primo prodigio nel mondo». Bussano alla porta. E’ Tommaso di nuovo. Entra e si butta ai piedi di Gesù. «Maestro… io non posso attendere il tuo ritorno. Lasciami con Te. Sono pieno di difetti, ma ho questo amore, solo, grande, vero mio tesoro. E’ tuo, è per Te. Lasciami, Maestro…» Gesù gli pone la mano sulla testa. «Resta, Didimo. Seguimi. Beati quelli che sono sinceri e tenaci nella volontá. Voi benedetti. Mi siete più che parenti, perché mi siete figli e fratelli non secondo il sangue che muore ma secondo il volere di Dio e il vostro volere spirituale. Ora io dico che non ho un parente piú stretto, di colui che fa la volontà del Padre mio, e voi la fate perché volete il bene».
