Chiamata di Nuovi Discepoli

1. UN INCARICO AFFIDATO A TOMMASO

Gesù, i sei discepoli, più il padrone di casa sono ancora nella stessa casa. Gesù, ancora rigirato sul suo sgabello a tre piedi (perché non ci sono altro che sgabelli senza spalliera, cose proprio di campagna), parla ancora con Tommaso. La mano di Gesù è scesa dal capo di Tommaso alla spalla dello stesso. Gesù dice: «Alzati, amico. Hai già cenato?». «No, Maestro. Ho fatto pochi metri con l’altro che era con me e poi l’ho lasciato e sono tornato indietro, dicendogli che volevo parlare al lebbroso guarito… Ma ho detto così perché pensavo che egli avrebbe sdegnato di accostarsi ad un impuro e non sarebbe venuto insieme. Ho avuto ragione. Ma io cercavo Te, non il lebbroso… Volevo dirti: “Prendimi!”… Mi sono aggirato su e giù per l’uliveto, finché un giovane mi ha chiesto che facevo. Deve avermi creduto un malintenzionato… Era presso un pilastro, là dove ha inizio il podere». Il padrone di casa sorride. «E’ mio figlio» spiega poi, e aggiunge: «E’ di guardia al frantoio. Abbiamo nelle caverne, sotto il frantoio, quasi ancora tutto il raccolto delle olive  dell’anno. Fu molto buono. Ci ha dato molto olio. E nelle grandi feste ci sono sempre malandrini che svaligiano i posti incustoditi. Otto anni fa, proprio per Parasceve, ci derubarono di tutto. Da allora, una notte per uno, facciamo buona guardia. La madre è andata a portargli la cena». «Ebbene, mi disse: “Che vuoi?”, e lo disse in un tono che, per salvarmi le spalle dal suo bastone, spiegai subito: “Cerco il Maestro che abita qui”. Mi rispose allora: “Se è vero ciò che dici, vieni alla casa”. E mi ha accompagnato fin qui. E’ lui che ha bussato, e non se ne è andato, se non quando ha sentito le prime parole del Maestro». «Abiti lontano?». «Alloggio dall’altro lato della città, vicino alla porta Orientale”. “Sei solo?». «Ero con i parenti. Ma essi sono andati da altri parenti sulla strada di Betlemme. Io sono rimasto per cercarti notte e giorno finché ti avessi trovato». Gesù sorride e dice: «Allora nessuno ti attende?». «No, Maestro». «La strada è lunga, la notte è buia, le pattuglie romane sono per la città. Io ti dico: se vuoi, resta con noi». «Oh! Maestro!». Tommaso è felice. «Fate posto, voi. E date tutti qualcosa al fratello».
Di suo Gesù dà la porzione di formaggio che aveva davanti. Spiega a Tommaso: «Siamo poveri e la cena è quasi terminata. Ma c’è tanto cuore in chi dona». E a Giovanni, seduto al suo fianco, dice: «Cedi il posto all’amico». Giovanni si alza subito e va a sedersi all’angolo della tavola, vicino al padrone di casa. «Siedi, Tommaso. Mangia». 2E poi a tutti: «Così dovete fare sempre, amici, per legge di carità. Il pellegrino è già protetto dalla Legge di Dio. Ma ora, in mio nome, più ancora lo dovrete amare.
Quando uno vi chiede un pane, un sorso d’acqua, un ricovero in nome di Dio, dovete darlo, nello stesso nome di Dio. E ne avrete da Dio ricompensa. Questo dovete fare con tutti. Anche coi nemici. E questa è la Legge nuova. Fino ad ora vi era detto: “Amate quelli che vi amano e odiate i nemici”. Ma io vi dico: “Amate anche coloro che vi odiano”. Oh! se sapeste come sarete amati da Dio se amerete come io vi dico! Quando poi uno dice: “Io vi voglio esser compagno nel servire il Signore Iddio vero e seguire il suo Agnello”, allora deve essere per voi più caro di un fratello di sangue, perché sarete uniti da un vincolo eterno, quello del Cristo». «Ma se poi ne capita uno non sincero? Dire: “Io voglio fare questo e quello” è facile. Ma non sempre la parola risponde a verità» dice Pietro piuttosto irritato. «Pietro, ascolta. Tu parli con buon senso e con giustizia. Ma, vedi, meglio è peccare di bontà e di fiducia che di diffidenza e durezza di cuore. Se farai del bene ad uno che non è degno e che non lo merita, che male ne verrà a te? Nessuno. Ma anzi il premio di Dio sarà sempre attivo per te, mentre a lui andrà il demerito di aver tradito la tua fiducia». «Nessun male? Eh! delle volte chi è indegno non si ferma all’ingratitudine, ma va oltre e
giunge anche a danneggiarti nella tua stima, nelle tue proprietá e nella tua vita stessa». «È vero. Ma questo diminuirebbe il tuo merito? No. Anche se tutto il mondo credesse alle calunnie, anche se tu fossi ridotto più povero di Giobbe, anche se il crudele ti levasse la vita, che sarebbe cambito agli occhi di Dio? Nulla. Anzi, sì, un mutamento ci sarebbe. Ma in bene per te. Dio, ai meriti della bontà, unirebbe i meriti della sofferenza intellettuale, finanziaria, fisica». «Bene, bene! Sarà così». Pietro non parla più. Imbronciato, sta col capo appoggiato alla mano. Gesù si volge a Tommaso: «Amico, ti ho detto prima, nell’uliveto: “Quando tornerò da queste parti, se vorrai ancora, sarai mio. ‘Ora ti dico: “Sei disposto a fare un piacere a Gesù?”. «Senza dubbio». «Ma se questo piacere può causare sacrificio?». «Servirti, per me, non è nessun sacrificio. Che vuoi?». «Volevo dirti… ma tu avrai una attivitá, avrai affetti…» «Niente, niente! Ho Te e basta! Parla». «Ascolta. Domani alle prime luci del giorno il lebbroso andrá via dai sepolcri per trovare chi avverta il sacerdote. Tu andrai ai sepolcri per primo. E’ carità. E dirai forte: “O tu che ieri sei stato guarito, vieni fuori. Mi manda a te Gesù di Nazaret, il Messia d’Israele, Colui che ti ha guarito”. Fa’ che il mondo dei “morti viventi”, cioè dei lebbrosi, conosca il mio Nome e semini speranza, e chi alla speranza unisce poi la fede, venga a Me, che io lo guarisca. Tu va’. Egli verrà a te. Tu farai ciò che egli ti prega di fare. Lo aiuterai in tutto, come ti fosse fratello. E gli dirai anche: “Quando sarai del tutto purificato, andremo insieme sulla strada del fiume, oltre Efraim. Là il Maestro Gesù ti attende e mi attende per dirci in che lo dobbiamo servire”. «Farò così. E l’altro?». «Chi? L’Iscariota?». «Sì, Maestro». «Per lui vale il mio consiglio. Lascialo decidere da sé, e per lungo tempo. Evita anzi di incontrarlo». «Starò vicino al lebbroso. Nella valle dei sepolcri solo i lebbrosi si aggirano o chi ha contatti di pietà con loro». 4Pietro borbotta qualcosa. Gesù sente. «Pietro, che hai? Stai in silenzio o stai mormorando qualcosa. Sembri scontento. Perché?». «Certo che lo sono. Noi siamo i primi a venire con te e Tu a noi non regali un miracolo. Noi siamo i primi e Tu ti fai sedere vicino un estraneo. Noi siamo i primi e Tu a lui, e non a noi, dai degli incarichi. Noi siamo i primi e… sì, proprio, ecco, e sembra che si siamo gli ultimi. Perché li attendi sulla via del fiume? Certo per dare a loro qualche missione. Perché a loro e non a noi?». Gesù lo guarda. Non è arrabbiato. Anzi sorride come si sorride ad un ragazzo. Si alza, va lentamente da Pietro, gli pone la mano sulla spalla e dice sorridendo: «Pietro! Pietro! Sei un grande, un vecchio bambino!» e ad Andrea, seduto presso il fratello, dice: «Vai al mio posto» e si siede a fianco di Pietro, cingendolo con un braccio alle spalle, e gli parla tenendolo così contro la sua spalla: «Pietro, Pietro, ti pare che io faccia ingiustizia? Ma la mia non è ingiustizia. E’ anzi la prova che so quello che valete. Guarda. Chi ha bisogno di prove? Colui che ancora non è sicuro. Orbene, Io vi sapevo tanto sicuri su Me, che non ho sentito bisogno di darvi prove del mio potere. Qui a Gerusalemme occorrono prove, qui dove i vizi, la irreligiositá, la politica, tante cose del mondo accecano gli spiriti al punto tale che essi non possono vedere la Luce che passa. Ma là, sul nostro bel lago, così puro sotto un cielo puro, là fra gente onesta e piena di buona volontá nel fare il bene, non sono necessarie le prove. Li avrete i miracoli. A fiumi verserò su voi le grazie. Ma, guarda come vi ho stimato, io vi ho presi senza esigere prove e senza trovare bisogno di darvene, perché so chi siete. Cari, tanto cari, e tanto a Me fedeli». Pietro si rasserena: «Perdonami, Maestro». «Sì, ti perdono perché il tuo broncio è segno amore. Ma non avere più invidia, Simone di Giona. Sai cosa è il cuore del tuo Gesù? Hai mai visto il mare, il vero mare? Si? Ebbene, il mio cuore è ben più vasto del largo mare! E c’è posto per tutti. Per tutta l’umanità. E il più piccolo ha posto come il più grande. E il peccatore vi trova amore come l’innocente. A questi dó una missione. Sicuro. Mi vuoi vietare di darla? Io ho scelto voi. Non voi avete scelto Me. Sono perciò libero di decidere quali compiti affidarvi? Sai se a te non ne ho una missione più vasta? E non è la più bella quella di sentirti dire: “Tu verrai con Me”?». «E’ vero, è vero! Sono una bestia! Perdono…». «Sì. Tutto, ogni perdono. Oh! Pietro!… Ma vi prego tutti: non discutete mai sui meriti e sui posti. Avrei potuto nascere re. Sono nato povero, in una stalla. Avrei potuto esser ricco. Ho vissuto di lavoro e ora di carità. Eppure, credetelo amici, non c’è alcuno grande agli occhi di Dio più di Me. Di Me che sono qui: servo dell’uomo». «Servo Tu? Non sia mai!». «Perché, Pietro?». «Perché io ti servirò». «Anche tu mi servissi come una madre serve il proprio bambino, io sono venuto per servire l’uomo. Per lui sarò il Salvatore. Che servizio uguale a questo?». «Oh! Maestro! Tu spieghi tutto. E quel che sembrava incomprensibile si fa subito chiaro!». «Contento ora, Pietro? Allora lasciami finire di parlare a Tommaso. Sei certo di riconoscere il lebbroso? Non c’è che lui di guarito; ma potrebbe esser già partito alla luce delle stelle, per trovare un viandante piú veloce. E un altro, per ansia di entrare in città, vedere i parenti, forse, potrebbe sostituirsi a lui. Ascolta il suo ritratto. Io gli ero vicino e nel crepuscolo l’ho visto bene. E’ alto e magro. Di colorito oscuro come un sangue misto, occhi profondi e nerissimi sotto sopracciglia bianche, capelli bianchi come il lino e piuttosto ricci, naso lungo, labbra grosse, specie l’inferiore, e sporgenti. E’ tanto olivastro che il labbro è tendente al violaceo. Sulla fronte una cicatrice di antica data è rimasta, e sarà l’unica macchia, ora che sarà liberato da croste e sudiciume». «E’ un vecchio, se è tutto bianco». «No, Filippo. Sembra, ma non lo è. La lebbra lo ha invecchiato». «Cosa è? Un sangue misto?». «Forse, Pietro. Ha somiglianza coi popoli d’Africa». «Sarà israelita, allora?». «Lo sapremo. Ma se non lo fosse?». «Eh! se non lo fosse, se ne andrebbe. Già molto aver meritato d’esser guarito». «No, Pietro. Anche fosse idolatra, io non lo caccerò. Gesù è venuto per tutti. E in verità ti dico che i popoli delle tenebre sorpasseranno i figli del popolo della Luce…» Gesù sospira. Poi si alza. Rende grazie al Padre con un inno e benedice.

2. SIMONE ZELOTE E GIUDA TADDEO UNITI NELLA SORTE

Tre viandanti sono fermi in strada. Guardano in su e in giù, a sud dove è Gerusalemme, a nord dove è la Samaria. Scrutano fra gli alberi per vedere se giunge qualcuno atteso. Sono Tommaso, Giuda Taddeo e il lebbroso guarito. Parlano. «Vedi nulla?». «Io no». «Neppure io». «Eppure questo è il posto». «Ne sei sicuro?». «Sicuro, Simone. Uno dei sei mi ha detto, mentre il Maestro si allontanava fra le acclamazioni della folla dopo il miracolo di uno storpio mendicante, guarito alla porta dei Pesci: “Noi ora andiamo fuori Gerusalemme. Attendici a cinque miglia fra Gerico e Doco, alla curva del fiume, lungo la via alberata”. Questa. Ha detto anche: “Vi saremo fra tre giorni all’aurora”. «Verrà? Forse era meglio seguirlo da Gerusalemme». «Non potevi ancora venire fra la folla, Simone». «Se mio cugino vi ha detto di venire qui, qui verrà. Mantiene sempre ciò che promette. Non c’è che da attendere». «Sei sempre stato con Lui?». «Sempre. Da quando tornò a Nazaret fu con me buon compagno. Sempre insieme. Siamo della stessa età, io di poco più grande. E poi io ero il preferito dal padre di Lui, Giuseppe, fratello di mio padre. Anche la Madre mi voleva molto bene. Sono cresciuto più con Lei che con mia madre». «Ti voleva… Ora non ti vuole più lo stesso bene?». «Oh! sì! Ma ci siamo un poco divisi da quando Egli è diventato profeta. I miei parenti non sono d’accordo». «Quali parenti?». «Mio padre e i due maggiori. L’altro è titubante… Mio padre è molto vecchio e non ho avuto cuore di contraddirlo. Ma ora… Ora non più. Ora io vado dove cuore e mente mi attirano. Vado da Gesù. Non credo offendere la Legge facendo così. Ma già… se non fosse giusto ciò che voglio fare, Gesù me lo direbbe. Farò ciò che Lui dice. E’ lecito ad un padre ostacolare un figlio nel bene? Se io sento che lì c’è salvezza e felicitá, perché impedirmi di averla? Perché i padri ci sono nemici talora?». Simone sospira pensando a tristi ricordi e abbassa la testa, ma non parla. Risponde invece Tommaso: «Io ho già superato l’ostacolo. Mio padre mi ha udito e mi ha compreso. Mi ha benedetto dicendo: “Va’. Questa Pasqua sia per te liberazione dalla schiavitù di un’attesa. Felice te che puoi credere. Io attendo. Ma se è proprio Lui, e te ne accorgerai seguendolo, vieni da me per dirmi: Vieni. Israele ha il suo Messia, tanto atteso.» «Sei più fortunato di me. E dire che noi siamo vissuti al suo fianco!… E non crediamo, noi di famiglia!… E diciamo, ossia: loro dicono: “E’ uscito di senno!». «Ecco, ecco un gruppo di persone» grida Simone. «E’ Lui, è Lui! Riconosco la sua testa bionda! Oh! venite! Corriamo!». Corrono velocemente verso sud. «Maestro!». «Gesù!». «Signore!». Gridano i tre, con gioia. «Pace a voi!». Ecco la bella voce, piena, sonora, pacata, espressiva, netta, virile, dolce e incisiva. «Tu pure, Giuda, cugino mio?». Si abbracciano. Giuda piange. «Perché questo pianto?». «Oh! Gesù! Io voglio stare con Te!».
«Ti ho atteso sempre. Perché non sei venuto?». Giuda china il capo e tace. «Non hanno voluto! E ora?». «Gesù, io… io non posso ubbidire a loro. Voglio ubbidire a Te solo». «Ma Io non ti ho comandato niente». «No, Tu no. Ma è la tua missione che comanda! E’ Colui che ti ha mandato che parla qui, in mezzo al mio cuore, e mi dice: “Va’ da Lui!”. E’ Colei che ti ha generato e che mi è stata maestra soave, che col suo sguardo di colomba mi dice, senza usar parole: “Sii di Gesù!”. Posso io non tener conto di quella voce meravigliosa che mi trafigge il cuore? Solo perché sono cugino da parte di Giuseppe, non devo conoscerti per quello che sei, mentre Giovanni, il Battezzatore ti ha conosciuto, lui che non ti aveva mai visto, qui, sulle sponde di questo fiume, e ti ha salutato: “Agnello di Dio”? Ed io, io che sono cresciuto con Te, io che mi sono fatto buono seguendo Te, io che sono divenuto figlio della Legge per merito di tua Madre e da Lei ho imparato non i seicentotredici precetti dei rabbini, oltre la Scrittura e le preghiere, ma l’anima di tutte queste cose, io non dovrei esser capace di nulla?». «E tuo padre?». «Mio padre? Non gli manca pane e assistenza, e poi… Tu mi dai l’esempio. Tu hai pensato piú al bene del popolo che al bene di tua madre Maria. E Lei è sola. Dimmi Tu, Maestro mio, non è lecito forse, senza mancare di rispetto, dire ad un padre: “Padre, io ti amo. Ma sopra te è Dio, e Lui seguo “?». «Giuda, parente e amico, Io te lo dico: tu sei molto avanti nella via della Luce. Vieni. E’ lecito dire al padre così, quando è Dio che chiama. Nulla è sopra Dio. Anche le leggi del sangue cessano, ossia si sublimano, perché con le nostre lacrime noi diamo ai padri e alle madri, piú grande aiuto. E con noi li tiriamo verso il Cielo e, sacrificando gli affetti familiari, noi li portiamo a Dio. Resta, dunque, Giuda. Ti ho atteso e sono felice di riaverti, amico della mia infanzia». Giuda è commosso. Gesù si volge a Tommaso: «Hai ubbidito fedelmente. Prima virtù del discepolo». «Sono venuto per esserti fedele». «E lo sarai. Io dico anche a te, vieni, tu che stai vergognoso nell’ombra. Non temere». «Signore mio!». L’ex-lebbroso è ai piedi di Gesù. «Alzati. Il tuo nome?». «Simone». «La tua famiglia?». «Signore… era potente… io pure ero potente… Ma la cattiveria di alcuni e… e gli errori della gioventù hanno distrutto la sua potenza. Mio padre… Oh! io devo parlare contro di lui, che mi è costato tante lacrime! Tu lo vedi, l’hai visto che dono mi ha fatto!». «Era lebbroso?». «Non lebbroso, come ero io. Ma malato di malattia d’altro nome, che noi d’Israele accomuniamo con le diverse lebbre. Egli…, allora trionfava ancora la sua famiglia, visse e morì potente nella sua casa. Io… se Tu non mi salvavi, sarei morto nei sepolcri». «Sei solo?». «Solo. Ho un servo fedele che si cura di quanto mi resta. L’ho avvertito». «Tua madre?». «E’… morta». L’uomo pare impacciato. Gesù l’osserva attentamente. «Simone, mi hai detto: “Che devo fare per Te? “. Ora Io ti dico: “Seguimi” «Subito, Signore!… Ma… ma io… lascia che ti dica una cosa. Sono, ero chiamato “zelote”
per la famiglia a cui appartenevo, e “cananeo” per madre. Tu vedi. Sono scuro. In me ho sangue di schiavo. Mio padre non aveva figli dalla moglie e mi ebbe da una schiava. La moglie, una persona buona, mi allevò come figlio e mi curò nelle continue mie malattie finché morì…» «Non ci sono schiavi o liberi agli occhi di Dio. Una sola ai suoi occhi é la schiavitù: il peccato. Ed Io sono venuto a levarla questa schiavitú. Tutti vi chiamo, perché il Regno è di tutti. Hai studiato?». «Ho studiato. Avevo anche il mio posto fra i grandi. Finché la lebbra non si vedeva. Ma, quando è salita al viso…, non parve vero ai miei nemici di usarla per confinarmi fra i “morti”, per quanto, come disse un medico di Cesarea, romano, che io consultai, la mia non fosse lebbra vera, ma una irritazione ereditaria, per cui bastava non procreassi per non propagarla. Posso io non maledire mio padre?». «Non devi maledirlo. Ti ha fatto altro male…» «Oh, si! Dilapidatore di sostanze, vizioso, crudele, senza cuore, né affetto. Mi ha negato salute, carezze, pace, mi ha bollato con un nome che è disprezzo e con una malattia che è un marchio di infamia… Di tutto si è fatto padrone. Anche del futuro del figlio. Tutto mi ha tolto, anche la gioia d’esser padre». «Per questo ti dico: “Seguimi”. Al mio fianco, al mio seguito, troverai Padre e figli. Alza lo sguardo, Simone. Là il Padre vero ti sorride. Guarda negli spazi della terra, nei continenti, per le strade. Figli e figli ci sono, figli dell’anima per i senza figli. Attendono te, e molti come te. Sotto il mio segno non ci sono più abbandoni totali. Nel mio segno non ci sono più solitudini, né differenze. Il mio è un segno d’amore. E amore dà. Vieni, Simone, che non hai avuto figli. Vieni, Giuda, che perdi il padre per amor mio. Vi unisco nella sorte». Gesú li prende tutti e due. Tiene le mani sulle loro spalle come per una presa di possesso, come per imporre una missione comune. Poi dice: «Vi unisco. Ma ora vi separo. Tu, Simone, resterai qui con Tommaso. Preparerai con lui i cuori per quando io torneró. Fra non molto Io tornerò, e voglio che la gente mi attenda. Dite ai malati, tu lo puoi dire, Simone, che Colui che guarisce sta arrivando. Dite a coloro che lo aspettano, che il Messia è fra il suo popolo. Dite ai peccatori che arriva chi perdona per dare la forza di rialzarsi…». «Ma saremo capaci?». «Sì. Non dovete dire altro che: “Egli è arrivato. Vi chiama. Vi aspetta. Viene per farvi grazia. Siate qui pronti per vederlo”, e alle parole unite il racconto di ciò che sapete. E tu, Giuda, cugino, vieni con Me e con questi. Ma tu resterai a Nazaret». «Perché, Gesù?». «Perché mi devi preparare la strada nel paese. Credi piccola missione? In verità non ve ne è una più pesante…». Gesù sospira. «E riuscirò?». «Sì e no. Ma tutto sarà sufficiente per esser giustificati». «Di che? E presso chi?». «Presso Dio. Presso il paese. Presso la famiglia. Non potranno rimproverarci, perché abbiamo offerto il bene. E se il paese e la famiglia lo rifiuteranno, noi non avremo colpa di quello che loro perderanno». «E noi?». «Voi, Pietro? Voi tornerete alle reti». «Perché?». «Perché Io vi istruirò lentamente e vi prenderò quando vi troverò pronti». «Ma ti vedremo, allora?». «Certo. Io verrò da voi spesso, o vi farò chiamare quando sarò a Cafarnao. Ora salutatevi, amici, e andiamo. Vi benedico, o voi che rimanete. La mia pace con voi».

3. A NAZARETH CON GIUDA TADDEO E CON ALTRI SEI DISCEPOLI

Gesù giunge con il cugino Giuda Taddeo e i sei discepoli nelle prossimità di Nazaret. «Siamo arrivati, amici. Ecco quella é la mia casa. Mia Madre è dentro, perché si alza il fumo dal camino della casa. Forse fa il pane. Io non vi dico: “Restate”, perché penso che avrete ansia di giungere a casa. Ma se volete spezzare con Me il pane e conoscere mia Madre che già Giovanni conosce, vi dico: “Venite”». I sei, che erano già tristi per la separazione, si rallegrano e accettano di cuore. «Andiamo, dunque».
Scendono svelti la collinetta e prendono la via maestra. E’ verso sera. Fa ancora caldo, ma già le ombre scendono. Entrano in paese. C’è un via vai di donne che vanno e vengono dalla fonte che c’è in piazza, uomini sulle soglie delle piccole officine o negli orti, salutano Gesù e Giuda. I bambini, poi, si affollano intorno a Gesù. «Sei tornato?». «Adesso resti qui?». «Mi si è rotta di nuovo la ruota del carrettino». «Sai, Gesù? Mi è nata una sorellina e l’hanno chiamata Maria». «Il maestro mi ha detto che so tutto e che sono un vero figlio della Legge». «Sara non c’è perché ha la mamma malata grave. Piange, perché ha paura». «Mio fratello Isacco ha preso moglie. C’è stata gran festa». Gesù ascolta, accarezza, loda, promette aiuto. Giungono così a casa. E sulla soglia c’è già Maria, avvisata da un ragazzetto premuroso. «Figlio mio!». «Mamma!». I due sono uno fra le braccia dell’altra. Maria, molto più bassa di Gesù, ha il capo appoggiato sulla spalla del Figlio, stretta tra l’abbraccio delle sue braccia. Egli la bacia sui capelli biondi. Entrano in casa. I discepoli, Giuda compreso, restano fuori, per lasciare liberi i due nelle loro prime espansioni. «Gesù! Figlio mio!». La voce di Maria è trepida come quella di chi ha le lacrime in gola. «Perché, Mamma, così?». «O Figlio! Mi hanno detto… Nel Tempio c’erano dei galilei, dei nazareni, quel giorno… Sono tornati… e hanno raccontato… O Figlio!…». «Ma tu lo vedi, Mamma! Io sto bene. Nessun male m’è venuto. Solo è venuta gloria a Dio nella sua Casa». «Sì. Lo so, Figlio del mio cuore. E per la gloria di Dio io ne sono felice… felice che questo mio popolo si svegli a Dio… Io non ti rimprovero… io non ti ostacolo… ti comprendo… e… e son felice… ma tu se mio Figlio!…». «Mamma! Povera Mamma! Cara Mamma!…» Gesù la bacia ancora. Poi dice: «Ebbene, vedi? Io sono qui, e non solo. Ho con Me i primi discepoli, e altri sono in Giudea. E anche il cugino Giuda è con Me e mi segue…». «Giuda?». «Sì, Giuda. So perché sei meravigliata. Certo, fra coloro che hanno parlato del fatto c’era Alfeo coi figli… e non sbaglio se dico che mi hanno anche criticato. Ma non avere paura. Oggi così, domani non sará così. L’uomo va coltivato come la terra, e dove sono spine possono uscire le rose. Giuda, che tu ami tanto, è già con Me». «Dove è ora?». Lì fuori con gli altri. Hai pane per tutti?» «Sì, Figlio. Maria d’Alfeo è nel forno che lo sforna. Molto buona è Maria con me, e specie ora». «Dio le darà gloria». Si fa sulla porta e chiama: «Giuda! Qui c’è tua madre! Amici, venite!». Entrano e salutano. Ma Giuda bacia Maria. E poi corre in cerca di sua madre. Gesù nomina i cinque: Pietro, Andrea, Giacomo, Natanaele, Filippo; perché Giovanni, già conosciuto da Maria, l’ha salutata subito dopo Giuda, inchinandosi e ricevendone benedizione. Maria li saluta e li invita a sedersi. E’ la padrona di casa e, pur adorando con lo sguardo il suo Gesù, pare che l’anima continui a parlare, attraverso gli occhi, col Figlio, si occupa degli ospiti. Vorrebbe portare l’acqua per farli bere. Ma Pietro scatta: «No, Donna. Non posso permetterlo. Tu siedi presso tuo Figlio, Madre santa. Andrò io, andremo nell’orto per rinfrescarci». Arriva Maria d’Alfeo, rossa e infarinata, e saluta Gesù che la benedice, e poi conduce i sei nell’orto, alla vasca, e torna felice. «Oh! Maria!» dice alla Madre di Gesú. «Giuda mi ha detto. Come sono contenta! Per Giuda e per te, cognata mia. So che gli altri mi grideranno. Ma non mi importa. Sarò felice il giorno che li saprò tutti di Gesù. Noi mamme sappiamo… sentiamo quello che è bene per i figli. E io sento che il bene delle mie creature sei Tu, Gesù».
Gesù la accarezza sulla testa e le sorride. Tornano i discepoli, e Maria di Alfeo serve pane profumato, olive e formaggio. E porta una piccola anfora di vino rosso, che Gesù versa ai suoi amici. E’ sempre Gesù che offre e poi distribuisce. Un poco impacciati all’inizio, i discepoli dopo diventano più sicuri, e raccontano delle loro case, del viaggio a Gerusalemme, dei miracoli avvenuti. Sono pieni di zelo e di affetto, e Pietro cerca di farsi amica Maria  per ottenere di essere subito presi da Gesù, senza aspettare a Betsaida. «Fate quanto Egli dice» esorta Lei, con un sorriso soave. «Questa attesa vi gioverà più di una chiamata immediata. Il mio Gesù fa tutto bene quello che fa». Pietro rimane deluso. Ma egli si rassegna volentieri. Chiede solo: «Durerà molto l’attesa? Gesù lo guarda con un sorriso, ma non dice altro. Maria interpreta quel sorriso come un segno benevolo e dice: «Simone di Giona, Egli sorride… perciò io ti dico: veloce sarà il tempo del tuo aspettare ubbidiente». «Grazie, Donna». «Non parli, Giuda? E tu, Giovanni?». «Ti guardo, Maria». «Ed io pure». «Anche io vi guardo e… sapete? Mi torna in mente un po’ di tempo fa’. Anche allora avevo sempre tre paia d’occhi che mi fissavano con amore. Ricordi, Maria, i miei tre scolari?». «Oh! se ricordo! E’ vero! Anche ora tre, di un’età quasi uguale, ti guardano con tutto l’amore che è in loro. E costui, Giovanni, credo, mi pare il Gesù d’allora, così biondo e roseo, e più giovane di tutti». Gli altri vogliono sapere. E cominciano a ricordare e a raccontare i fatti del passato. Viene la sera. «Amici, Io non ho ambienti per farvi dormire. Ma lì c’è il laboratorio dove lavoravo. Se volete trovare da dormire lì… Ma non vi sono che i banconi». «Letto comodo per pescatori abituati a dormire per terra sul legno delle barche. Grazie, Maestro. Dormire sotto il tuo tetto è onore e santificazione». Si ritirano con molti saluti. Anche Giuda si ritira con sua madre; vanno alla loro casa. In questa stanza restano Gesù e Maria, seduti sulla cassa-panca, al lume della lucerna, un braccio intorno alle spalle dell’altro, e Gesù racconta. E Maria ascolta, gioiosa, preoccupata, felice…

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