Prima Parabola
GESÙ BENEFICA I POVERI DOPO AVER DETTO LA PARABOLA DEL CAVALLO AMATO DAL RE
Gesù è ancora a Cafarnao, Sulla soglia dell’orto della casa della suocera di Pietro. L’orto è pieno di gente, e altra ve ne è sul riva del lago, parte seduta sulla riva, parte sulle barche tirate in secco. Gesú sta parlando: «… Certamente voi molte volte in cuor vostro avrete pensato così. Ma così non è. Il Signore non ha mancato di benevolenza verso il suo popolo. Nonostante che il suo popolo abbia mancato di fedeltà al Signore mille e diecimila volte. Ascoltate questa parabola. Vi aiuterà a capire. Un re aveva molti e molti splendidi cavalli nelle sue scuderie. Ma uno lo amava di speciale amore. Lo aveva desiderato prima ancora di averlo; poi, avutolo, lo aveva messo in un posto in speciale, andava spesso a trovarlo, sognava di farne la meraviglia della sua reggia. Era il suo prediletto. Un giorno il cavallo, ribellatosi ai comandi del padrone, aveva disubbidito ed era fuggito presso un altro padrone. Il re, pur nel suo dolore e nel suo rabbia, aveva promesso al cavallo ribelle perdono, dopo il castigo. E fedele a questo suo proposito, anche da lontano, vegliava sul suo cavallo prediletto, e gli mandava doni e scudieri che il cavallo conosceva, affinché gli ricordassero il suo primo padrone. Ma il cavallo, pur soffrendo della sua lontananza dal Regno, non era costante nell’amare e nel volere il perdono completo, come lo era il re. E in certi momenti era buono, in altri momenti era cattivo; anzi i momenti cattivi erano superiori ai momenti buoni. Eppure il re pazientava, e con rimproveri e con carezze cercava di fare del suo cavallo più caro, un docile amico. Più il tempo passava, più la bestia si faceva indisciplinata verso il suo re. Invocava il suo re, piangeva per le sferzate degli altri padroni, ma si ostinava a non voleva esser tornare dal re. Non aveva la volontà di appartenere al suo re. Sfinito, oppresso, gemente, non diceva: “Per colpa mia sono ridotto cosí”, ma ne dava la colpa al suo re. Questo, dopo aver tutto tentato, ricorse alla sua ultima prova. “Finora” disse “ho mandato scudieri e altri amici. Or manderò il mio stesso figlio. Egli ha il mio stesso cuore e parlerà con l’amore mio stesso al cavallo, e il cavallo avrà carezze e doni simili a quelli che io avevo dato e mandato, anzi gliene dará ancora migliori, perché mio figlio è me stesso, ma arricchito di amore”. E mandò il figlio. Questa la parabola. Ora rispondete: vi sembra che quel re amasse la sua bestia preferita?». La gente dice ad una voce: «L’amava Infinitamente ». «Poteva la bestia lamentarsi del suo re per tutto il male che aveva sofferto per averlo lasciato?». «No, non poteva» risponde la folla. «Rispondete ancora a questo: quel cavallo come vi pare avrà accolto il figlio del suo re, che veniva per riscattarlo, guarirlo e portarlo da capo nel luogo di delizie?». «Con gioia, è naturale, con riconoscenza e affetto». «Ma se il figlio del re avrà detto al cavallo: “Io sono venuto per questo e per farti questo, ma tu devi esser ora buono, ubbidiente, volonteroso, a me fedele”, che dite abbia detto il cavallo?». «Oh! non c’è da chiederlo! Avrà detto, ora che sapeva cosa gli costava esser espulso dal regno, che voleva essere come diceva il figlio del re ». «Allora, secondo voi, quale era il dovere di quel cavallo?». «Di essere ancor più buono di quanto gli veniva chiesto, più affettuoso, più docile, per farsi perdonare del male passato e per riconoscenza per il bene avuto». «E se non avesse fatto così?». «Sarebbe degno di morte, perché peggiore di una belva selvaggia». «Amici, avete ben giudicato. Fate però pure voi come vorreste facesse quel cavallo. Voi uomini, creature predilette del Re dei Cieli, Dio, Padre mio e vostro; voi, a cui dopo i Profeti viene mandato da Dio lo stesso suo Figlio, siate, oh! Siate, ve ne scongiuro per vostro bene, e perché vi amo come solo un Dio può amare, quel Dio che è in Me per operare il miracolo della Redenzione, siate almeno come voi giudicate debba essere quell’animale. Guai a chi abbassa sé, uomo, a un grado inferiore dell’animale! Ma, se ancora poteva esservi scusa per coloro che sino al momento presente peccavano, perché troppo tempo e troppa polvere di mondo sono trascorsi da quando fu data la Legge e su questa si è posata, ora non più. Io sono venuto per riportarvi la parola di Dio. Il Figlio dell’uomo è fra gli uomini per riportarvi a Dio. Seguitemi. Io sono la Via, la Verità, la Vita». Il solito brusìo fra la folla. Gesù ordina ai discepoli: «Fate che i poveri vengano avanti. Per loro ho una ricca offerta di una persona che ad essi si raccomanda per ottenere perdono da Dio». Vengono avanti tre vecchietti straccioni, due ciechi e un uomo mezzo paralizzato, e poi una vedova con sette bambini malnutriti. Gesù li guarda fisso uno per uno, sorride alla vedova e specie agli orfanelli. Poi ordina a Giovanni: «Questi siano messi là, nell’orto. Voglio parlare con essi». Ma si fa serio e severo, e con l’occhio fiammeggiante, quando si presenta a Lui un vecchietto. Però non dice nulla, per il momento. Chiama Pietro e si fa dare la borsa ricevuta poco avanti ed un’altra piena di monetine, offerte diverse raccolte fra le persone buone. Rovescia tutto sulla panchina che è presso al pozzo, conta e divide. Fa sei parti. Una molto grossa, tutta di monete d’argento, e cinque monete minori per grandezza e con molto bronzo e solo qualche grossa moneta. Chiama poi i poveri malati e chiede: «Non
avete nulla da dirmi?». I ciechi tacciono, il mezzo paralizzato dice: «Che Colui da cui Tu vieni ti protegga». Nulla di più. Gesù gli pone nella mano sana l’obolo. L’uomo dice: «Te ne compensi Dio. Ma, più di questo, ecco, io da Te vorrei guarigione». «Non l’hai chiesta». «Sono povero, un verme che i grandi calpestano, non osavo sperare Tu avessi pietà del pezzente». «Io sono la Pietà, che si curva su ogni miseria che mi chiama. Non mando via nessuno a mani vuote. Non chiedo che amore e fede per dire: ti ascolto». «Oh! Signore mio! Io credo e ti amo! Salvami, allora! Guarisci il tuo servo!». Gesù pone la sua mano sul dorso paralizzato, la fa scorrere come per accarezzarla e dice: «Voglio che tu sia sanato». L’uomo si raddrizza, agile e integro, con benedizioni infinite. Gesù dà l’obolo ai ciechi e attende un attimo a congedarli… poi li lascia andare. Chiama i vecchi. Al primo fa l’elemosina e lo conforta e lo aiuta a mettere nella cintura le monete. Si interessa pieno di compassione alle sventure del secondo, che gli racconta la malattia di una figlia: «Non ho che lei! E ora mi muore. Che sarà di me? Oh? se Tu venissi! Lei non può venire, non si regge. Vorrebbe… ma non può. Maestro, Signore, Gesù, pietà di noi!». «Dove stai, padre?». «A Corazim. Chiedi di Isacco di Giona, detto l’Adulto. Verrai proprio? Non ti dimenticherai della mia sventura? E me la guarirai la figlia?». «Credi che io la possa guarire?». «Altro se lo credo! Per questo te ne parlo». «Va’ a casa, padre. Tua figlia sarà sull’uscio a salutarti». «Ma è a letto e non può alzarsi da tre… Ah! ho capito! Oh! grazie, Maestro! Benedetto Te e Colui che ti ha mandato! Lode a Dio e al suo Messia!». Il vecchio va piangendo, trascinandosi il più velocemente che può. Ma, quando è quasi fuor dall’orto, dice: «Maestro, ma verrai lo stesso nella mia povera casa? Isacco ti attende per baciarti i piedi, lavarteli col pianto e offrirti il pane dell’amore. Vieni, Gesù, dirò ai cittadini di Te». «Verrò. Va’ in pace e sii felice». Viene avanti il terzo vecchietto, che pare il più pezzente. Ma Gesù non ha più che il grosso mucchio di monete. Chiama forte: «Donna, vieni coi tuoi bambini». La donna, giovane e magra, viene avanti a testa bassa. «Da quando sei vedova, donna?». «Sono tre anni». «Quanti anni hai?». «Ventisette». «Son tutti tuoi figli?». «
«Sìi, Maestro, e… e non ho più nulla. Tutto finito…. Come posso lavorare se nessuno mi vuole, con tutti questi bambini?». «Dio non abbandona neppure il verme che ha creato. Non ti abbandonerà, donna. Dove stai?». «Sul lago. A 600 metri fuori di Betsaida. Lui mi ha detto di venire… Mio marito è morto nel lago, era pescatore…». “Lui” è Andrea, che diventa rosso e vorrebbe scomparire. «Bene hai fatto, Andrea, a dire alla donna di venire a Me». Andrea si rinfranca e mormora: «L’uomo era mio amico, era buono, ed è morto nella tempesta perdendo anche la barca». «Tieni, donna. Questo ti aiuterà per molto tempo, e poi verrà altro sole sul tuo giorno. Sii buona, educa nella Legge di Dio i tuoi figli e non ti mancherà l’aiuto di Dio. Ti benedico, te e i tuoi piccoli» e li accarezza uno per uno con grande amore. La donna se ne va col suo tesoro stretto sul cuore. «E a me?» chiede il vecchietto rimasto ultimo. Gesù lo guarda e tace. «Nulla per me? Non sei giusto! A lei hai dato sei volte più degli altri, e a me nulla. Ma già… era donna!». Gesù lo guarda e tace. «Guardate tutti se c’è giustizia! Vengo da lontano, perché mi hanno detto che qui si dà denaro, e poi, ecco, vedo che c’è chi ha troppo e a me niente. Un povero vecchio che è malato! E vuole che si creda in Lui!… «Vecchio, non ti vergogni di mentire così? Hai la morte alle spalle, e menti e cerchi di rubare a chi ha fame. Perché vuoi derubare ai fratelli l’obolo che io ho preso per darlo con giustizia?». «Ma io…». «Taci! Avresti dovuto capire dal mio silenzio e dal mio atto che ti avevo conosciuto, e stare zitto. Vuoi che ti svergogni?». «Io sono povero». «No. Sei avaro e ladro. Vivi per il denaro e per l’usura». «Non ho mai prestato ad usura. Dio m’è testimone». «E non è usura questa, della più feroce, rubare a chi ha veramente bisogno? Va’. Pentiti. Perché Dio ti perdoni». «Ti giuro…». «Taci! Te lo comando! E’ detto: “Non giurare il falso”. Se non portassi rispetto per la tua etá, ti frugherei e nelle tue tasche troverei la borsa piena d’oro: il tuo vero cuore. Va’ via!». Ma ormai il vecchietto, svergognato, vedendosi scoperto nel suo segreto, se ne va senza bisogno di altri rimproveri che c’è nella voce di Gesù. La folla lo minaccia e lo prende in giro, lo insulta come ladro. «Tacete! Se egli ha sbagliato, non vogliate voi pure sbagliare. Egli manca verso la sincerità, è un disonesto. Voi, insultandolo, mancate alla carità. Il fratello che manca non va insultato. Ognuno ha il suo peccato. Nessuno è perfetto fuorché Dio. Ho dovuto svergognarlo perché non è mai lecito esser ladri, e men che mai ladri con i poveri. Ma solo il Padre sa, se ho sofferto nell’aver agito cosí. Voi pure abbiatene sofferenza, vedendo che un figlio d’Israele pecca contro la Legge, cercando di rubare al povero e alla vedova. Non siate avari. Il vostro tesoro sia l’anima, non il denaro. Non giurate mai. Il vostro linguaggio sia schietto e onesto come le vostre azioni. La vita non è eterna, e l’ora della morte viene. Vivete in modo che nell’ora della morte la pace possa essere nel vostro spirito. La pace di chi è vissuto da giusto. Andate alle vostre case…». «Pietà, Signore! Questo mio figlio è muto per un demonio che lo tormenta». «E questo mio fratello è simile a una bestia impura, e si avvoltola nel fango e mangia escrementi. A questo lo porta un maligno spirito e, non volendo, fa cose sporche». Gesù va verso il gruppo che lo implora. Alza le braccia e ordina: «Uscite da costoro. Lasciate a Dio le creature sue». Fra urla e strepiti i due infelici vengono guariti. Le donne che li conducevano si prostrano ai piedi di Gesú benedicendolo.
«Andate alle case e siate riconoscenti a Dio. Pace a tutti. Andate». La folla se ne va, commentando i fatti. I quattro discepoli si stringono al Maestro. «Amici, in verità vi dico che in Israele ci sono tutti i peccati, e i demoni vi hanno messo dimora. Le possessioni diaboliche che rendono muti e che spingono a vivere da animali, mangiando escrementi non sono le uniche. Ce ne sono altre piú vere e piú numerose, e sono quelle che rendono i cuori disonesti e pieni di odio rendendoli un covo di vizi depravati. Oh! Padre mio!». Gesù si siede accasciato. «Sei stanco, Maestro?». «Non stanco, Giovanni mio. Ma addolorato per lo stato di certi cuori e per la poca volontà di cambiare. Io sono venuto… ma l’uomo… l’uomo. – Oh! Padre mio!…». «Maestro, io ti amo, noi tutti ti amiamo…». «Lo so. Ma siete tanto pochi… e il mio desiderio di salvare è tanto grande!». Gesù ha abbracciato Giovanni e tiene la testa appoggiata alla sua. E’ triste. Pietro, Andrea, Giacomo, si stringono attorno a Lui, lo guardano con amore e tristezza.
