Prime Guarigioni
1. IL LEBBROSO GUARITO PRESSO CORAZIM
Un lebbroso, devastato dalla malattia, é ridotto ad uno scheletro. Mezzo nudo, mostra il suo corpo ridotto allo stato di una mummia consumata, dalle mani e dai piedi contorti e mancanti di alcune parti, di modo che quelle povere estremità non sembrano neppure più parti di un uomo. Le mani, artigliate e contorte, somigliano uccello mostruoso; i piedi sembrano quasi zoccoli di un bue, tanto sono mutilati e sfigurati. La testa poi!… somiglia ad una testa di mummia seccata al sole. Pochi ciuffetti di capelli, sparsi qua e là, appiccicati alla pelle gialla e piena di croste; Gli occhi sono appena socchiusi e molto incavati. Non parliamo delle labbra, del naso, delle orecchieÈ tutta una piaga puzzolente. Una rovina! E’ sulla soglia di una grotta. Probabilmente prima doveva essere un sepolcro Guarda verso la strada, lontana un cento e più metri dalla sua caverna Non vede nessuno. Il lebbroso continua a guardare e sospira. Poi prende una ciotola mezza rotta e la riempie ad una pozzanghera d’acqua. Beve. Poi strappa al terreno qualche radicchio selvatico. Torna alla pozzanghera, li lava, toglie la polvere più grossa con l’acqua scarsa della pozzanghera, e se li mangia piano, portandoseli con difficoltá alla bocca con le mani rovinate. Devono esser duri
come il legno. Stenta a masticarli e molti li sputa via senza poterli inghiottire. «Dove sei, Abele?» grida una voce. Il lebbroso si scuote, storce le labbra in quello che dovrebbe essere un sorriso. Risponde con una voce strana, stridula: «Sono qui! Non credevo più che tu venissi. Pensavo ti fosse successo qualcosa,
ero triste… Se mi manchi anche tu, che mi resta?». Nel dire così, cammina verso la via, finché può, secondo la Legge. A mezza distanza si ferma. Sulla via viene avanti un uomo che quasi corre, tanto cammina svelto. «Ma sei proprio tu, Samuele? Oh! se non sei tu quello che aspetto, chiunque tu sia, non farmi del
male!». «Sono io, Abele, proprio io. E sano. Guarda come corro. Sono in ritardo, lo so. Ed ero preoccupato per te. Ma quando saprai… oh! tu sarai felice. E qui ho non solo i soliti tozzi di pane. Ma una intera pagnotta fresca e buona, tutta per te, e ho anche del buon pesce e un formaggio. Tutto per te. Voglio tu faccia festa, mio povero amico, per prepararti alla festa più grande». Ma come? Sei diventato tanto ricco? Io non capisco…» «Ora ti spiegheró». «Sei sano? Non sembri più tu!». «Senti, dunque. Ho saputo che a Cafarnao c’era quel Rabbi che è santo, e sono andato…» «Fermati, fermati! Sono infetto». «Oh! non importa! Non ho più paura di niente». L’uomo che è vicino al lebbroso, non è altro che il povero rattrappito guarito da Gesù nell’orto della suocera di Pietro. Egli è arrivato di corsa a pochi passi dal lebbroso. Parla camminando e ridendo, felice. Ma il lebbroso dice ancora: «Fermati, in nome di Dio. Se ti vede qualcuno…» «Mi fermo. Guarda, metto qui le provviste. Mangia, mentre io parlo». Pone su un grosso sasso un fagotto e lo apre. Poi fa qualche passo indietro, mentre il lebbroso avanza e si getta sul cibo inaspettato. «Oh! Da quanto tempo è che non mangiavo così! Come è buono! E pensare che sarei andato a dormire a stomaco vuoto. Non uno che mi abbia dato qualcosa oggi… e tu, poi non c’eri neppure… Mi ero masticato dei radicchi…» «Povero Abele! Lo immaginavo. Ma dicevo: “Bene. Ora sarà triste. Ma poi sarà felice!”» «Felice, sì, per questo buon cibo. Ma poi…» «No! Sarai felice per sempre». Il lebbroso scuote il capo. «Senti, Abele. Se tu hai fede, sarai felice». «Ma fede in chi?». «Nel Rabbi. Nel Rabbi che ha guarito me». «Ma io sono lebbroso e all’ultimo stadio! Come può guarirmi?». «Oh! Lo può. E’ santo». «Sì, anche Eliseo guarì Naaman lebbroso… Lo so… Ma io… Io non posso andare al Giordano». «Tu sarai guarito senza bisogno d’acqua. Ascolta: questo Rabbi è il Messia, capisci? Il Messia! Il Figlio di Dio è. E guarisce tutti quelli che hanno fede. Dice: “Voglio” e i demoni scappano, e le membra si raddrizzano, e gli occhi ciechi vedono». «Figurati se io non avrei fede! Ma come posso vedere il Messia?» «Ecco… sono venuto per questo. Egli è là, in quel paese. So dove stará stasera. Io ho pensato: “Lo dico ad Abele, e se Abele pensa di aver fede lo conduco al Maestro”. «Sei pazzo, Samuele? Se mi avvicino alle case sarò lapidato». «Non nelle case. La sera sta per scendere. Ti porteró fino a quel boschetto, e poi andrò a chiamare il Maestro. Io lo porteró a te…» «Va’, va’ subito, allora! Io vado da solo fino al boschetto. Tu va’, vai subito’… Va’, amico buono! Se sapessi cosa soffro con questo male! E cosa è la speranza di guarire!…». Il lebbroso non si cura neppur più del cibo. Piange e gestisce implorando l’amico di fare subito. «Vado, e anche tu vieni all’appuntamento». L’ex rattrappito va via di corsa. Abele scende a fatica nel fosso che costeggia la strada. La sera scende mentre l’infelice lebbroso cammina in mezzo ai cespugli, sempre guardingo se sento il passo di qualche persona. Due volte si nasconde: la prima volta per un cavaliere che percorre al trotto la strada, e la seconda volta per tre uomini carichi di fieno, diretti verso il paese. Poi prosegue. Ma prima di lui giunge al boschetto Gesù con Samuele. «Fra poco sarà qui. Cammina piano per le piaghe. Abbi pazienza». «Non ho fretta». «Lo guarirai?». «Ha fede?». «Oh!… moriva di fame, vedeva quel cibo dopo anni di astinenza, eppure ha lasciato tutto, dopo pochi bocconi per correre qui». «Come lo hai conosciuto?».
«Sai… vivevo di elemosina dopo la mia sventura e percorrevo le strade per andare da un posto all’altro. Di qui passavo ogni sette giorni e avevo conosciuto quel poverello… un giorno in cui, costretto dalla fame, si era spinto, sotto un temporale da far scappare persino i lupi, sin sulla strada del paese, in cerca di qualcosa. Frugava fra le immondizie come un cane. Io avevo del pane secco nella bisaccia, ricevuto da persone buone, e ho fatto a metá con lui. Da allora siamo amici e ogni settimana gli porto qualcosa. Con quel che ho… Se ho molto, molto; se poco, poco. Faccio quel che posso come se fosse mio fratello. E’ dalla sera che mi hai guarito, benedetto Tu sia, che penso a lui… e a Te». «Sei buono, Samuele; per questo la grazia ti ha visitato. Chi ama merita tutto da Dio. Ma ecco là qualcosa fra le frasche… Sei tu, Abele?». «Sono io». «Vieni. Il Maestro ti aspetta qui, sotto l’albero del noce». Il lebbroso emerge dal fosso e sale sulla sponda, la oltrepassa, si addentra nel prato. Gesù, col dorso addossato ad un altissimo albero di noce, lo aspetta. «Maestro, Messia, Santo, pietà di me!» e si butta a terra in mezzo all’erba, ai piedi di Gesù. Con la faccia a terra, dice di nuovo: «O Signore mio! Se Tu vuoi, Tu puoi mondarmi!». E poi osa alzarsi sui ginocchi e tende le braccia scheletrite, dalle mani contorte, e tende il volto ossuto, devastato… Le lacrime, dagli occhi malati scendono sulle labbra tutte consumate. Gesù lo guarda con tanta pietà. Guarda questa larva d’uomo che il male orrendo divora, e che solo una vera carità può sopportare da vicino, tanto è ripugnante e maleodorante. Eppure ecco che Gesù tende una mano, la sua bella, sana mano destra, come per accarezzare il poveretto. Questo, senza alzarsi, si butta però indietro, sui calcagni, e grida: «Non mi toccare! Pietà di Te!». Ma Gesù fa un passo avanti. Solenne, buono, soave, posa le sue dita sulla testa mangiata dalla lebbra e dice, con voce piana, tutta amore eppure piena di imperio: «Lo voglio! Sii guarito dalla lebbra!». La mano rimane per qualche minuto sulla povera testa. «Alzati. Vai dal sacerdote. Compi quanto la Legge prescrive. E non dire niente di quello che ti ho fatto. Solamente sii buono. Non peccare mai più. Ti benedico». «Oh! Signore! Abele! Ma tu sei tutto sano!». Samuele, che vede la trasformazione dell’amico, grida di gioia. «Sì. E’ sano. Lo ha meritato per la sua fede. Addio. La pace sia con te». «Maestro! Maestro! Maestro! Io non ti lascio! Io non ti posso lasciare!». «Fai quanto vuole la Legge. Poi ci vedremo ancora. Per la seconda volta sia su te la mia benedizione». Gesù se ne va, facendo cenno a Samuele di restare con Abele. E i due amici piangono di gioia.
2. IL PARALITICO GUARITO A CAFARNAO
Quel giorno sulle rive del lago di Genezaret stanno Pietro e Andrea, impegnati a sistemare le reti. A una distanza di circa dieci metri Giovanni e Giacomo, curvi sulla loro barca, sono impegnati anch’essi a mettere ordine, aiutati da un garzone e da un uomo sui cinquanta o cinquantacinque anni, che deve esser Zebedeo, somigliantissimo a Giacomo.
Pietro e Andrea, con le spalle alla barca, lavorano silenziosi. Solo ogni tanto si scambiano qualche parola circa il loro lavoro, piuttosto infruttuoso. Pietro se ne rammarica e dice: «Mi dispiace perché… come faremo a dare da mangiare a quella povera gente? A noi ci danno poche offerte, e quei dieci denari e sette dracme che abbiamo raccolto in questi quattro giorni io non le tocco. Solo il Maestro mi deve dire a chi e come vanno dati quei soldi. E fino a sabato Egli non torna! Se avessi fatto buona pesca!… Il pesce più piccolo me lo cucinavo e lo davo a quei poveri… e se qualcuno brontolava in casa non me ne importava niente. I sani possono andare sempre a cercare il cibo. Ma i malati!…» «Quel paralitico, poi!… Hanno già fatto tanta strada per portarlo qui…» dice Andrea. «Senti, fratello. io penso… che non si può stare divisi e non so perché il Maestro non ci voglia sempre con Lui. Almeno… non vedrei più questi poveretti che non posso aiutare, e quando li vedessi potrei sempre dire loro: “Egli è qui”. «Ed io qui sono!». Gesù si è avvicinato camminando piano sulla sabbia molle. Pietro e Andrea sobbalzano: «Oh! Maestro!» e chiamano: «Giacomo! Giovanni! Il Maestro è qui! Venite!». I due corrono. E tutti si stringono attorno a Gesù. Chi gli bacia la veste e chi le mani, e Giovanni osa passargli un braccio intorno alla vita e posargli il capo sul petto. Gesù lo bacia sui capelli. «Di che parlavate?». «Maestro… dicevamo che ti avremmo voluto». «E perché?». «Per vederti e amarti vedendoti, e poi per quei poveri e malati. Ti aspettano da due e più giorni… Io ho fatto quel che potevo. Li ho messi là, vedi quella capanna in quel campo abbandonato? Là i garzoni della barca lavorano per le riparazioni. Ho messo anche un paralitico, uno che ha una grande febbre e ho messo anche un bambino che sta morendo in braccio a sua madre. Non potevo mandarli alla tua ricerca». «Hai fatto bene. Ma come hai potuto aiutarli e chi li ha portati qui? Mi hai detto che sono poveri!». «Certo, Maestro. I ricchi hanno carri e cavalli. I poveri, hanno soltanto le gambe. Non possono venirti dietro. Ho fatto come ho potuto. Guarda: queste sono le offerte che ho ricevuto. Non ne ho toccata nemmeno un solo spicciolo. Lo farai Tu ». «Pietro, potevi farlo tu stesso. Certamente… Pietro mio, mi dispiace che per Me tu abbia critichei e fatiche».
«No, Maestro. Non devi dispiacerti di questo. Io non ne soffro per questo. Mi dispiace soltanto di non aver potuto fare maggiore carità. Ma credi, ho fatto, tutti abbiamo fatto quanto abbiamo potuto. «Lo so. So che hai lavorato e a vuoto. Ma se non c’è cibo, la carità tua resta: viva, attiva, santa agli occhi di Dio». Dei bambini sono accorsi gridando: «C’è il Maestro! C’è il Maestro! Ecco Gesù, ecco Gesù!» e si stringono a Lui, che li accarezza pur parlando coi discepoli. «Simone, entro nella tua casa. Tu e voi andate a dire che io sono arrivato e poi portatemi i malati».
I discepoli vanno veloci in direzioni diverse. Ma che Gesù sia arrivato, tutta Cafarnao lo sa, a causa dei bambini corrono allegri, portando la notizia alle mamme, ai passanti, ai vecchi seduti al sole, e poi tornano a farsi accarezzare ancora da Colui che li ama. Un bambino, piú audace degli altri, dice: «Parla a noi, per noi, Gesù, oggi. Ti vogliamo bene, sai, e siamo piú buoni degli uomini». Gesù sorride al piccolo e promette: «Parlerò proprio per voi». E seguito dai bambini va alla casa ed entra salutando col suo saluto di pace: «La pace sia a questa casa». La gente si affolla in uno stanzone adibito alle reti, alle corde, alle ceste, ai remi, alle vele e alle provviste. Si vede che Pietro l’ha messo a disposizione di Gesù, ammucchiando tutto in un angolo per fare posto. Il lago non si vede da qui. La gente è perfino nella strada. Gesù comincia a parlare. In prima fila si sono fatti largo con prepotenza cinque persone… altolocate: farisei e dottori della Legge di Mosé. Gesù però vuole avere intorno i suoi bambini. Gesù parla, e nel parlare accarezza di tanto in tanto la testolina ricciuta di un qualche bambino che gli si è seduto ai piedi. Gesù parla seduto su un gran mucchio di ceste e reti. «”Il mio diletto è disceso nel suo giardino, all’aiuola degli aromi, a pascersi tra i giardini e a cogliere gigli… egli che si pasce fra i gigli”, dice Salomone di Davide da cui vengo, io, Messia d’Israele (Cantica 6, 1-2). Il mio giardino! Quale giardino più bello del Cielo e più degno di Dio, dove gli angeli creati dal Padre sono come fiori? Eppure no. Un altro giardino ha voluto il Figlio unico del Padre, il Figlio dell’uomo perché per l’uomo io ho preso carne, senza la quale non potrei redimere le colpe della carne dell’uomo. Un giardino che avrebbe potuto esser di poco inferiore al giardino del Cielo. Ma tribolazioni, sofferenze e spine ha seminato il Nemico nel cuore di Adamo; e dallo stesso cuore di Adamo, sono traboccati sulla terra, tribolazioni, sofferenze e spine. E la terra non è stata piú un giardino, ma una foresta aspra e crudele in cui si annida la malattia, la morte e il male. Eppure, il Figlio del Padre ha ancora un giardino in questa terra, su cui esercita il suo potere Satana e il denaro. Questi. E Gesù accarezza quanti più bambini può, passando la sua mano sulle loro testoline attente.
Ecco i miei gigli. O uomini, o donne d’Israele! O voi, grandi ed umili per ricchezza e per potere, udite! Voi siete qui per volermi conoscere e amare. Dunque ascoltate la condizione prima per essere miei. Io non vi dico parole difficili. Non vi do esempi più difficili ancora. Vi dico: “Prendete ad esempio questi bambini “. Chi fra voi che non ha un figlio piccolo, un nipote, un piccolo fratello in casa? Ognuno di questi innocenti é un conforto, rafforza il legame fra marito e moglie, fra parenti, fra amici; la loro anima è pulita come l’aria del mattino, il loro viso dona speranza, e le loro carezze asciugano le lacrime e infondono forza. Perché? Perché hanno tanto potere? Essi che sono ancor deboli, indifesi, ignoranti? Sapete perché? Perché hanno dentro di loro Dio, hanno la forza e la sapienza di Dio. La vera sapienza: sanno amare e credere. Sanno credere e volere. Sanno vivere in questo amore e in questa fede. Siate come essi: semplici, puri, amorosi, sinceri, credenti. Non c’è una persona sapiente in Israele che sia piú grande o che valga di piú di uo di questi bambini, la cui anima è di Dio e di essa anima è il Regno di Dio. Benedetti dal Padre, amati dal Figlio, fiori del mio giardino, la mia pace sia su voi e su coloro che vi imiteranno per mio amore». Gesù ha finito. «Maestro» grida Pietro «qui ci sono i malati. Due possono attendere che Tu esca, ma questo è spinto tra la folla e poi… non può più stare. E non possiamo farlo passar per la troppa folla. Che faccio, lo mando via?». «No. Calatelo dal tetto». “Bene. Lo facciamo subito”. Si sente togliere le tegole dal tetto basso dello stanzone che, non essendo vera parte della casa, non ha sopra la terrazza cementata, ma solo un tettuccio di frasche. Si forma un’apertura, e a mezzo di corde viene calata la barella su cui c’è l’ammalato. Viene proprio calata davanti a Gesù. La gente si stringe più ancora per vedere. «Hai avuto una grande fede e con te anche chi ti ha portato!». «Oh! Signore! Come non averla in Te?». «Perció, Io ti dico: figlio (l’uomo è molto giovane), ti sono rimessi tutti i tuoi peccati». L’uomo lo guarda piangendo… Forse resta un po’ male, perché sperava di guarire nel corpo. I farisei e dottori bisbigliano, intanto, fra loro arricciando il naso, la fronte e la bocca con rabbia. «Perché mormorate, più ancora nel cuore che sulle labbra?, dice Gesú. Voi pensate che solo Dio può rimettere i peccati. E avete ragione. Allora rispondete: quale è la cosa più grande? La guarigione del corpo o la guarigione dell’anima, Secondo voi è più facile dire al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, oppure: “Alzati, prendi il letto e cammina”? Costui, malato in tutto il corpo, ha speso tanti soldi senza poter essere guarito. E non lo è stato! Infatti non lo può, se non da Dio. Ora affinché sappiate che tutto io posso, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sui corpi e sulle anime, sulla terra e nel Cielo, io dico a costui: “Alzati. Prendi il tuo letto e cammina. Va’ a casa tua e sii santo”. L’uomo ha una scossa, un grido, si alza in piedi, si getta ai piedi di Gesù, li bacia e li accarezza, piange e ride e con lui i parenti e la folla, che poi si divide per farlo passare come in trionfo e lo segue festante. La folla! Non i cinque, che se ne vanno arrabbiati e seccati. Così può entrare la madre col suo bambino: un bambino ancora lattante, molto magro come uno scheletro. Lo alza verso Gesú, e gli dice soltanto: «Gesù, Tu hai detto che li ami questi. Per questo amore e per tua Madre!…» e piange. Gesù prende il poppante, proprio moribondo, se lo pone sul suo cuore, se lo stringe forte per un attimo.. Per un momento se lo tiene così… e quando lo stacca dalla sua barba bionda, il piccolo viso del bambino è di un colore roseo, la piccola bocca fa un incerto sorriso infantile, gli occhietti guardano intorno vispi e curiosi, le manine, prima chiuse e abbandonate, toccano i capelli e la barba di Gesù, che ride.
«Oh! figlio mio!» grida la mamma beata. «Prendi, donna. Sii felice e buona». E la donna prende il suo bambino rinato e se lo stringe al petto, e il piccolo reclama subito i suoi diritti di cibo, fruga, apre, trova e poppa, poppa, poppa, avido e felice. Gesù benedice e passa. Va sulla soglia dove c’è un malato con una grande febbre. «Maestro! Sii buono!». «E tu pure. Usa la tua salute per essere giusto». Lo accarezza ed esce. Torna sulla riva, seguito, preceduto, benedetto da molti che supplicano: «Noi non ti abbiamo ascoltato. Eravamo fuori, perché non potevamo entrare. Dí anche a noi qualcosa».
Gesù fa cenno di sì e, siccome la folla lo stringe fino a soffocarlo, sale sulla barca di Pietro. Non basta. La folla è numerosa. «Metti la barca in mare e scostati un po’ dalla riva». E comincia a parlare.
