Verso Betlemme, con alcuni discepoli, nei luoghi della nascita

GIUDA ISCARIOTA PRESENTATO A GIOVANNI E A SIMONE ZELOTE

Gesù passeggia con Giuda Iscariota su e giù presso una delle porte delle mura del Tempio. «Sei certo che verrà?» chiede Giuda. «Ne sono certo. Partiva all’alba da Betania e al Get-Sammi si sarebbe incontrato con il mio primo discepolo…». Sta un po’ in silenzio. Poi Gesù si ferma e guarda fissamente Giuda. Gli si è messo di fronte. Lo studia. Poi gli pone una mano sulla spalla e chiede: «Perché, Giuda, non mi dici il tuo pensiero?». «Quale pensiero? Non ho un pensiero speciale in questo momento, Maestro. Domande te ne faccio perfino troppe. Non puoi certo lamentarti del mio mutismo». «Mi fai molte domande e mi dai molte informazioni sulla città e sui suoi abitanti. Ma non mi apri il tuo cuore. Cosa vuoi che abbiano importanza per Me le notizie sugli abitanti e su come è formata questa o quella famiglia? Non sono uno sfaccendato venuto per passatempo qui. Tu lo sai perché sono venuto. E puoi ben capire che mi prema per prima cosa essere il Maestro dei miei discepoli. Perciò voglio da parte loro sincerità e confidenza. Ti amava tuo padre, Giuda?». «Mi amava molto. Ero il suo orgoglio. Quando tornavo da scuola, e anche più tardi, quando tornavo a Keriot da Gerusalemme, egli voleva gli dicessi tutto. Si interessava di tutto quanto io facevo, e se erano cose buone, gioiva, se erano men buone mi confortava; e se, qualche volta, facevo qualche errore mi rimproverava, e mi diceva il motivo del rimprovero e mi faceva capire lo sbaglio della mia azione. Ma lo faceva così dolcemente…, pareva un fratello maggiore. Terminava sempre così: “Questo te lo dico perché voglio che il mio Giuda sia un uomo giusto. Voglio che io sia benedetto attraverso mio figlio…”. Mio padre…». Gesù, che aveva sempre fissato attentamente il discepolo, sinceramente commosso al pensiero del padre, dice: «Ecco, Giuda, sii certo di quanto Io ti dico. Nessuna opera farà tanto felice tuo padre quanto l’essermi discepolo fedele. Lo spirito di tuo padre esulterà, là dove attende la Luce (perché, se così ti educò, dovette essere un uomo giusto), vedendoti mio discepolo. Ma per esserlo, tu devi dire a te stesso: “Ho ritrovato il mio padre perduto, il padre che pareva un fratello maggiore, l’ho ritrovato nel mio Gesù e a Lui, come al padre amato che ancora piango, tutto dirò, per averne guida, benedizione o dolce rimprovero”. Voglia l’Eterno e tu, soprattutto tu, vogliate far si che Gesù non abbia da dirti che: “Sei buono. Ti benedico”.» «Oh! si! Gesù, sì. Se Tu mi amerai tanto, io saprò divenire buono, come Tu vuoi e come voleva mio padre. E la madre mia non avrà più quella spina nel cuore. Diceva sempre: “Sei senza più guida, figlio, e ancora ne hai tanto bisogno”. Quando saprà che ho Te!». «Ed io, Giuda, ti amerò come nessun altro uomo potrebbe, Io ti amerò tanto, ti amo tanto. Non mi deludere». «No, Maestro, no. Ero pieno di contrasti. Invidie, gelosie, mania di primeggiare, desideri sessuali, tutto mi allontanava dal bene. Anche poco fa, vedi? Tu mi hai dato un dolore. Cioé, Tu no. Me lo ha dato la mia malvagia natura… Io credevo di essere il tuo primo discepolo… e, Tu mi hai detto che ne hai già un altro». «Lo hai visto da te. Non ricordi che nel Tempio, per Pasqua, ero con molti galilei?». «Credevo fossero amici… Credevo che io fossi il primo eletto per seguirti e perciò il prediletto». «Non ci sono distinzioni nel mio cuore fra gli ultimi ed i primi. Se il primo mi deludesse e l’ultimo fosse santo, io, Io amerò lo stesso, di un amore felice il santo e di un amore sofferente il peccatore. Ma ecco Giovanni che viene con Simone. Giovanni, il mio primo. Simone, quello di cui ti parlai due giorni sono. Simone e Giovanni tu li hai già visti. L’uno era malato…».
«Ah! il lebbroso! Ricordo. Già tuo discepolo?». «Dal giorno dopo». «E io perché tanta attesa?». «Giuda?!» «E’ vero. Perdono». Giovanni ha visto il Maestro e lo indica a Simone. Affrettano il passo. Il saluto di Giovanni è un bacio scambiato col Maestro. Simone, invece, si prostra ai piedi di Gesù e li bacia esclamando: «Gloria al mio Salvatore! Benedici il tuo servo, affinché le sue azioni siano sante agli occhi di Dio ed io gli dia gloria per benedirlo per avere incontrato Te!». Gesù gli pone la mano sul capo: «Sì, che ti benedico per ringraziarti del tuo lavoro. Alzati, Simone. Ecco, Giovanni; ecco, Simone: questo è l’ultimo discepolo. Anche lui vuole seguire la Verità. Perciò è vostro fratello». Si salutano a vicenda, i due giudei con reciproco sospetto, Giovanni con espansione. «Sei stanco, Simone?» chiede Gesù. «No, Maestro. Insieme alla salute m’è venuta una forza che non conoscevo ancora ».
«E so che la usi bene. Ho parlato con molti, e tutti mi hanno detto di te come di colui che ha giá parlato del Messia». Simone sorride contento. «Anche ieri sera ho parlato di Te con uno che è un onesto israelita. Spero che un giorno lo conoscerai. Vorrei essere io a condurti a lui». «Questo è possibile». Giuda interviene: «Maestro, mi hai promesso di venire con me, in Giudea». «E verrò. Simone continuerà ad istruire le persone sulla mia venuta. Il tempo è breve, amici, e il popolo è tanto. Ora io vado con Simone. Stasera voi due mi verrete incontro sulla via del monte degli Ulivi e distribuiremo il denaro ai poveri. Andate». Gesù, solo con Simone, gli chiede: «Quella persona di Betania è un vero israelita?». «Un vero israelita. Ci sono in lui tutte le idee che sono di moda, però ha anche un vero desiderio del Messia. E quando gli ho detto: “Egli è fra noi” lui ha risposto subito: “Felice me che vivo in quest’ora!” «Andremo da lui un giorno a portare benedizione alla sua casa. Hai visto il nuovo discepolo?». «L’ho visto. E’ giovane e sembra intelligente». «Sì. Lo è. Tu che sei giudeo lo devi capire più degli altri per le sue idee». «E’ un desiderio o un comando?».
«E’ un dolce comando. Tu che hai sofferto, puoi avere più comprensione. Il dolore è maestro di tante cose». «Se Tu me lo ordini, io sarò per lui molto comprensivo».
«Sì. Così. Forse Pietro, e non soltanto lui, si scandalizzerá un poco nel vedere come curo e come mi preoccupo di questo discepolo. Ma un giorno capiranno… Più uno è malato e più ha bisogno di cure. Gli altri… oh! gli altri si formano anche da soli, per solo contatto. Io non voglio far tutto da Me. Chiedo la volontà dell’uomo e l’aiuto di altri per formare un uomo. Vi chiamo ad aiutarmi… e vi sono grato dell’aiuto». «Maestro, pensi che quel discepolo ti procurerá delusioni?». «No. Ma è giovane ed é cresciuto in Gerusalemme…» «Ma vicino a Te si correggerà di tutti i vizi di questa città… Io ne sono certo. Io, già vecchio e pieno di rabbia, sono tornato tutto nuovo da quando ti ho visto…». Gesù mormora: «E così sia!». Poi, dice forte e sicuro: «Vieni con Me nel Tempio. Evangelizzerò il popolo».

VERSO BETLEM CON GIOVANNI, SIMONE ZELOTA E GIUDA ISCARIOTA

Il mattino dopo Gesù è con Simone, Giuda e Giovanni. Dice: «Amici, vi chiedo di venire con Me per la Giudea, se non vi costa troppo, specialmente a te, Simone». «Perché, Maestro?». «E’ faticoso il cammino sui monti giudaici… e forse anche sarà irritante per te incontrare alcuni che ti hanno fatto del male». «Per il cammino ti assicuro, ancora una volta, che dopo che Tu mi hai guarito sono più forte di un giovane e nessuna fatica mi pesa, anche perché lo faccio per Te, e ora, poi, lo faccio anche con Te. Per l’incontro con chi mi ha voluto male, non c’è più né odio, né rancore, né rabbia da quando io appartengo a te. L’odio è caduto insieme alla malattia. E non so, credimi, se dirti che hai fatto maggior miracolo nel guarirmi la la malattia o l’anima bruciata dal rancore. Penso di non sbagliare nel dire che il miracolo più grande fu quest’ultimo. Difficilmente guarisce una piaga dello spirito… e Tu mi hai guarito immediatamente. Questo è miracolo. «Dici bene!». «Perché non fai con tutti, così?» chiede Giuda un poco risentito. «Ma lo fa, Giuda. Perché parli così al Maestro? Non ti senti diverso da quando lo avvicini? Io ero già discepolo di Giovanni il Battezzatore. Ma mi sono trovato tutto cambiato da quando Egli mi ha detto: “Vieni”». Giovanni, che generalmente non interviene mai, questa volta non sa tacere. Dolce e affettuoso, ha posato una mano sul braccio di Giuda come per calmarlo e gli parla affannoso e persuasivo. Poi si accorge di aver parlato prima di Gesù, arrossisce e dice: «Perdonami, Maestro. Ho parlato al posto tuo… ma volevo… volevo che Giuda non ti facesse soffrire». «Sì, Giovanni. Ma non mi ha addolorato ora, come discepolo. Quando lo sarà, se continuerá nel suo modo di pensare, allora mi addolorerà. Mi rattrista solo constatare quanto l’uomo sia corrotto da Satana, che gli guasta il modo di pensare. Tutti, sapete? Tutti avete le tentazioni da parte di Satana! Ma verrà, oh! verrà il giorno in cui avrete in voi la Forza di Dio, la Grazia; avrete la Sapienza col suo Spirito… Allora avrete tutto per giudicare giustamente». «E giudicheremo tutti giustamente?». «No, Giuda». «Ma parli per noi, discepoli, o per tutti gli uomini?». «Parlo alludendo prima a voi, poi a tutti gli altri. Quando sarà l’ora, il Maestro creerà i suoi operai e li manderà per il mondo…». «Non lo fai già?». «Per ora non vi uso che per dire: “C’è il Messia. Venite a Lui”. Allora vi farò capaci di predicare in mio nome, di compiere miracoli in mio nome…” “Oh! Anche miracoli?». «Sì, sui corpi e sulle anime».
«Oh! come saremo ammirati, allora!». Giuda è fuori di sé a quest’idea. «Non saremo più col Maestro allora, però… e io avrò sempre paura di fare quel che è da Dio con capacità di uomo» dice Giovanni, e guarda Gesù pensierosamente e anche un poco triste. «Giovanni, se il Maestro permette, vorrei dirti il mio pensiero» dice Simone. «Dillo a Giovanni, desidero che vi consigliate a vicenda». «Sai già che è un consiglio?». Gesù sorride e tace. «Ebbene, allora io ti dico, Giovanni, che non devi, non dobbiamo temere. Appoggiamoci alla sua sapienza di Maestro santo e alla sua promessa. Se Egli dice: “Vi manderò”, segno è che sa di poterci mandare senza che noi arrechiamo danni a Lui, cioé alla causa di Dio e a noi stessi. Se Egli ci promette di dare a noi il potere che il Padre dà a Lui, per noi, dobbiamo esser certi che lo farà e noi faremo miracoli, non per noi, ma per sua misericordia. Certamente però tutto questo succederá se noi non saremo pieni di orgoglio. Io penso che se rovineramo la nostra missione, che è tutta spirituale, con elementi che sono umani, terrestri e materiali, allora
verrà meno anche la promessa del Cristo. Non per volontá sua, ma perché noi distruggeremo tutto con la superbia. Non so se mi spiego bene». «Ti spieghi molto bene. Ho avuto torto io. Ma sai… penso che, in fondo, desiderare di essere ammirati come discepoli del Messia, non sia altro che sia far crescere di piú la figura del Cristo presso la gente. , dirá la gente. Ecco ciò che voglio dire io» gli risponde Giuda. “Non è tutto sbagliato quello che dici. Ma… vedi, Giuda. Io vengo da un gruppo di persone (gli Zeloti) che è perseguitato per… per avere capito male chi deve essere e come deve essere il Messia. Sì. Se noi lo avessimo capito bene non saremmo stati dei terroristi, ribelli a Roma e da Roma ricercati. Abbiamo voluto vedere nel Cristo un conquistatore e un liberatore d’Israele dall’Impero Romano; abbiamo voluto vedere, un nuovo Maccabeo, e addirittura più grande del grande Giuda Maccabeo… Questo solo. E perché poi? Perché, anziché fare interessi di Dio, abbiamo voluto fare gli interessi nostri, gli interessi della patria e dei cittadini. Oh! Per caritá, l’interesse della patria è anche santo. Ma non è niente davanti agli interessi del Cielo eterno. Poi quando, nelle lunghe ore di persecuzione, di segregazione, di fuga, io mi nascondevo nelle caverne delle bestie selvatiche, per sfuggire ai soldati romani e soprattutto ai tradimenti di falsi amici; o anche, quando, attendendo la morte, da lebbroso, ho pensato e ho visto la vera figura del Messia… la tua, Maestro umile e buono, la tua, Maestro e Re dello spirito, la tua, o Cristo, Figlio del Padre che al Padre conduci, allora ti ho riconosciuto”. «Per questo ti ho chiamato… e per questo ti porto con Me, ora, in questo mio primo viaggio in Giudea. Voglio che tu completi il mio riconoscimento… e voglio che anche questi sappiano come il loro Maestro sia giunto a quest’ora… Capirete poi. Eccoci in vista della torre di Davide. La porta Orientale è vicina». «Usciamo di lá?». «Sì, Giuda. Andiamo a Betlemme prima. Là dove nacqui… E’ bene che lo sappiate… per dirlo agli altri. Anche questo fa parte della buona notizia della Scrittura sul Messia. Troverete le profezie che si saranno avverate. Giriamo lungo le case d’Erode…». «La vecchia volpe malvagia e lussuriosa». «Non giudicate. C’è Dio che giudica. Andiamo per quel sentiero. Ci fermeremo all’ombra di un albero o presso qualche casa che ci ospiterá, finché il sole brucia. Poi proseguiremo il cammino».

A BETLEM, NELLA CASA DI UN CONTADINO E NELLA GROTTA DELLA NATIVITÀ

Gesù, con i tre, cammina in fila indiana ai margini della strada, dove c’è un po’ di ombra degli ulivi. Proprio là dove la strada gira a gomito, c’è una costruzione bassa. E’ tutta ben conservata, anche se abbandonata. «Ecco là il sepolcro di Rachele» dice Simone. «Allora siamo quasi arrivati. Entriamo subito in città?». «No, Giuda. Prima vi mostrerò un posto… Poi entreremo in città e, quando sará ancora giorno chiaro, potremo parlare alla popolazione. Se vorrà ascoltare». «Vuoi che non ti ascolti?». Sono giunti al sepolcro di Rachele, antico, ben imbiancato. Gesù si ferma a bere ad un pozzo lì vicino. Gli dá dell’acqua una donna venuta ad attingere. Gesù l’interroga: «Sei di Betlemme?». «Sí. Ma ora in tempo di raccolti sto con mio marito in questa campagna, a curare gli orti ed i frutteti. E Tu sei galileo?». «Sono nato a Betlemme, ma sto a Nazaret di Galilea». «Perseguitato anche Tu?». «La famiglia. Ma perché dici “anche Tu”? Fra i betlemmiti vi sono molti perseguitati?». «E non lo sai? Quanti anni hai?». «Trenta». «Allora sei nato proprio quando… oh! che sventura! Ma perché nacque qui Lui?». «Chi?». «Ma quello che si diceva il Salvatore. Maledizione a quei pastori che ubriachi di alcool videro nelle nubi degli angeli, udirono nei belati e nei ragli degli asini delle voci di Cielo, e anche nei fumi delll’alcool scambiarono tre miserabili per i più santi della terra. Maledizione a loro! E a chi in loro credette». «Ma non mi spieghi, con tutto il tuo maledire, che avvenne. Perché maledici?». «Perché… Ma senti, dove vuoi andare?». «A Betlemme coi miei amici. Ho interessi là. Devo salutare vecchi amici e portare loro il saluto di mia Madre. Ma prima vorrei sapere tante cose, perché manchiamo, noi della famiglia, da molti anni. Lasciammo la città che ero di pochi mesi». «Prima della sventura, allora. Senti, se non ti schifa la casa di un contadino, vieni a condividere con noi il pane e il sale. Tu e i tuoi compagni. Parleremo durante la cena e vi darò alloggio sino al mattino. Ho una piccola casa. Ma sopra la stalla c’è molto fieno ammucchiato. La notte è calda e serena. Se vuoi venire, puoi dormire».
«Il Signore d’Israele compensi la tua ospitalità. Verrò con gioia nella tua casa». «Il pellegrino porta con sé benedizione. Andiamo. Devo però versare ancora sei anfore sulle verdure spuntate da poco». «E io ti aiuterò». «No. Tu sei un signore. Lo dice il tuo modo di fare». «Sono un operaio, donna. E costui è pescatore. Questi, giudei, sono di di un certo livello, non io». E prende un’anfora la lega e la cala nel pozzo. Giovanni lo aiuta. Anche gli altri non vogliono esser da meno. Dicono alla donna: «Dove è l’orto? Porteremo noi le anfore». «Dio vi benedica! Ho le reni spezzate dalla fatica. Venite…». E mentre Gesú estrae dal pozzo la sua anfora, i tre scompaiono giù per un viottolo… poi tornano con le due anfore vuote, le riempiono e vanno di nuovo. E così fanno non per tre, ma per ben dieci volte. E Giuda ride dicendo: «Quella donna si sta sgolando a benedirci. Le diamo tant’acqua all’insalata che per almeno due giorni la terra sarà umida e la donna non si spezzerà le reni».
Quando torna per l’ultima volta, dice: «Maestro, però credo che siamo caduti male». «Perché, Giuda?». «Perché ce l’ha con il Messia. Le ho detto: “Non bestemmiare. Non sai che è la più grande grazia per il popolo di Dio, il Messia? Ma come, Dio lo ha promesso a Giacobbe e attraverso lui a tutti i profeti e a tutti i giusti d’Israele. E tu lo odii?”.» Mi ha risposto: “Non Lui. Ma quello che chiamarono ‘Messia’ quei pastori ubriachi e quei maledetti indovini d’Oriente”. E siccome quello sei Tu…». «Non importa. So d’essere messo a prova e contraddizione di molti. Le hai detto che sono Io?». «No. Non sono stupido. Ho voluto salvare le tue e le nostre spalle». «Facesti bene. Non per le spalle. Ma perché desidero manifestarmi quando lo giudico giusto. Andiamo». Giuda lo guida sino all’orto. La donna versa le ultime tre brocche e poi li conduce verso una rustica costruzione in mezzo al frutteto.
«Entrate» dice. «Mio marito è già in casa». Si affacciano ad una bassa e affumicata cucina. «La pace sia a questa casa» saluta Gesù. «Chiunque Tu sia, la benedizione anche a Te e ai tuoi. Entra» risponde l’uomo. E prima porta un catino con dell’acqua perché i quattro si rinfreschino e si lavino i piedi. Poi entrano tutti e si siedono ad una rozza tavola. «Io vi ringrazio per la mia donna. Mi ha detto tutto. Non avevo mai avvicinato galilei e mi era stato detto che erano rozzi e litigiosii. Ma voi siete stati gentili e buoni. Venite da lontano?» «Da Gerusalemme. Questi sono giudei. Io e quest’altro siamo di Galilea. Ma credi, uomo, il buono e il cattivo c’è ovunque». «E’ vero. Io, come primo incontro con i galilei, li trovo buoni. Donna, porta il cibo. Non ho che pane, verdure, ulive e formaggio. Sono contadino». «Non sono un signore neppure Io. Io sono legnaiuolo». «Tu? Con questi modi?». La donna interviene: «L’ospite è di Betlemme, ti ho detto, e se la sua famiglia é perseguitata saranno stati forse ricchi e istruiti come lo erano Giosoè di Ur, Mattia di Isacco, Levi di Abramo… poveri infelici!…» «Non sei stata interrogata. Perdonala. Le donne sono più chiacchierone dei passeri». «Erano famiglie betlemmite?». «Come? Non lo sai chi erano, se sei di Betlemme?». «Siamo fuggiti che Io avevo pochi mesi…» La donna, che proprio deve parlare molto, si mette di nuovo in mezzo: «E’ andato via prima del massacro». «Eh! lo vedo. Altrimenti non ci sarebbe più al mondo. E non sei più tornato?». «No». «Che grande sventura! Troverai soltanto pochi di quelli che Tu vuoi conoscere e salutare. Molti furono uccisi, molti fuggirono, molti… mah! Furono dispersi, né si è mai saputo se morirono nel deserto o se moriorno in carcere per punirli della loro ribellione. Ma fu ribellione? E chi sarebbe rimasto passivo, lasciando sgozzare tanti innocenti? No, non è giusto che sia ancor vivo Levi e Elia mentre tanti altri innocenti sono morti!». «Chi sono i due, e che fecero?». «Ma… almeno saprai della strage. La strage d’Erode… Più di mille bambini in città, quasi altrettanto nelle campagne. E tutti, anzi, quasi tutti maschi, perché nella furia, nel buio, nella mischia, i soldati presero, strapparono dalle culle, dai letti materni, dalle case assalite, anche delle bambine e le trafissero con pugnali e frecce. Ebbene, tutto questo perché? Perché un gruppo di pastori, che per vincere il gelo notturno certo avevano bevuto alcool a gran sorsi, furono presi da delirio e dissero in giro di aver visto angeli, di aver udito canzoni, di aver avuto delle indicazioni… e dissero a noi di Betlemme: “Venite. Adorate. Il Messia è nato”. Pensa: il Messia che nasce in una grotta! Veramente vi devo dire che ubriachi fummo tutti, anche io, allora adolescente, anche mia moglie, allora di pochi anni… perché credemmo tutti, e in una povera donna galilea volemmo vedere la Vergine che avrebbe partorito, di cui parlarono i Profeti. Ma se era con un rozzo galileo! Il marito certo. Se era moglie, come poteva esser la “Vergine”? Insomma, credemmo. Doni, adorazioni… case aperte per ospitarli… Oh! l’avevano saputa far bene la parte! Povera Anna! Ci ha rimesso i beni e la vita, e anche i figli di sua figlia, la prima, l’unica che si è salvata perché sposata con un
mercante ricco di Gerusalemme”. «Tutta colpa dei pastori?». «No, anche di tre stregoni venuti dai regni di Satana. Forse erano compari dei tre… E noi, stupidi! Quel povero capo della sinagoga! Lo uccidemmo per aver detto che
le profezie confermavano le parole dei pastori e dei maghi…» «Tutta colpa dei pastori e dei maghi, dunque?». «No, galileo. Anche nostra. Della nostra credulità. Lo si aspettava da tanto il Messia! Secoli di attesa. Molte delusioni negli ultimi tempi per i falsi Messia. Uno era galileo, come Te, un altro aveva nome Teoda. Bugiardi! Messia loro! Non erano che avidi avventurieri in caccia di fortuna! Doveva aprirci gli occhi la lezione. Invece…» «E allora perché maledite, tutti, i pastori e i maghi? Se vi giudicate stupidi voi pure, allora dovreste maledire anche voi. Ma la maledizione non è permessa dal precetto d’amore. Maledizione attira maledizione. Siete sicuri che non vi sbagliate voi? Non potrebbe esser vero che i pastori e i maghi avessero detto la veritá, rivelata a loro da Dio? Perché pensare che fossero bugiardi?». «Perché gli anni della profezia non erano compiuti. Dopo ci pensammo… dopo che il sangue, che fece rosse le vasche e i fiumi, ci aperse gli occhi della mente». «E non avrebbe potuto l’Altissimo, per eccesso d’amore verso il suo popolo, anticipare la venuta del Salvatore? Su che basarono i maghi la loro credenza? Mi hai detto che venivano da Oriente…» «Dai loro calcoli su una nuova stella». «E non è detto: “Una stella nascerà da Giacobbe e una verga si alzerà da Israele”? E Giacobbe non è il grande patriarca che si fermó in questa terra di Betlem a lui cara come pupilla del suo occhio, perché ivi morì la sua diletta Rachele? E non è detto anche da un altro profeta: “Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse e un fiore verrà da questa radice”? Iesse, padre di Davide, nacque qui. Il germoglio sulla stirpe, segata alla radice da usurpazione di tiranni, non è la “Vergine” che partorirà il Figliolo, non avuto da un uomo, perché allora non sarebbe più vergine, ma da volere divino, per cui Egli sarà “l’Emmanuele” perché Figlio di Dio, sarà Dio e porterà perciò Dio fra il popolo di Dio come il suo nome dice? E non sarà annunciato, dice la profezia, ai popoli delle tenebre, ossia ai pagani “da una grande luce”? E la stella vista dai maghi non potrebbe esser la stella di Giacobbe, la grande luce delle due profezie di Balaam e di Isaia? E la stessa strage compiuta da Erode non rientra nelle profezie? “Un grido s’è sentito nell’alto… E’ Rachele che piange i suoi figli” (Ger. 31, 15). «Sei molto dotto. Sei rabbi?». «Lo sono». «E io lo sento. C’è luc, c’è veritá nelle tue parole. Mah! troppe ferite sanguinano ancora in questa terra di Betlemme per il vero o falso Messia… Io stesso gli consiglierei di non venire mai qui. La terra lo respingerebbe come si respinge un figliastro per causa del quale morirono i figli veri. Ma già… se era Lui… è morto con gli altri sgozzati». «Dove abita ora Levi, e dove Elia?». «Li conosci?». L’uomo diventa sospettoso. «Non li conosco. Il loro viso m’è sconosciuto. Ma sono infelici, ed Io ho sempre pietà degli infelici. Voglio andare a trovarli». «Umh! sarai il primo dopo quasi 30 anni. Sono ancora pastori e servono un ricco erodiano di Gerusalemme che si è appropriato di molti beni degli uccisi… C’è sempre chi guadagna! Li troverai con i loro greggi verso le montagne che vanno a Ebron. Ma, ti do un consiglio. Non ti far vedere dai betlemmiti a parlare con loro. Ne avresti danno. Li sopportiamo perché… perché sono protetti dal quel ricco erodiano di Gerusalemme. Se no…» «Oh! l’odio, l’odio! Perché odiare?». «Perché è giusto. Ci hanno fatto del male». «Hanno creduto di fare bene». «Ma fecero male. E male si abbiano. Dovevamo ucciderli. Anche ora uccideremmo se non avessimo paura del padrone loro». «Uomo, Io ti dico: non odiare. Non desiderare il male. Non desiderare di fare il male. Qui non c’è colpa. Ma anche se vi fosse, perdona. In nome di Dio perdona. Dillo agli altri betlemmiti. Quando cadrà l’odio dai vostri cuori verrà il Messia; lo conoscerete, allora, perché Egli è vivo in mezzo a voi, Egli c’era già, quando ci fu la strage. Io ve lo dico. Non per colpa dei pastori e dei maghi, ma per colpa di Satana avvenne la strage. Il Messia è nato qui, è venuto a portare la Luce alla terra dei suoi padri. Figlio di Madre vergine della stirpe di Davide, nelle rovine della casa di Davide aprí al mondo il fiume delle grazie eterne, aprí la Vita all’uomo…» «Via, via! esci di qui! Tu, seguace di questo falso Messia, che non poteva che esser falso, perché ci ha portato sventura, a noi di Betlemme. Tu lo difendi, perciò…» «Silenzio, uomo. Io sono giudeo e ho amici in alto. Potrei farti pentire dell’insulto» scatta Giuda, prendendo per la veste il contadino e scuotendolo, violento e acceso d’ira.» «No, no, via di qua! Non voglio noie né coi betlemiti, né con Roma, né con Erode. Andatevene, maledetti, se non volete che vi lasci un segno. Via!…» «Andiamo, Giuda. Non reagire. Lasciamolo nella sua rabbia. Dio non entra dove c’è odio. Andiamo». «Sì, andiamo. Ma me la pagherete». «No, Giuda. No. Non dire così. Sono ciechi… Ce ne saranno tanti sul mio percorso…» Escono, seguendo Simone e Giovanni che sono già fuori e che parlottano con la donna, dietro l’angolo della stalla.» «Perdona al marito mio. Non credevo di far tanto male… Ecco, tieni delle uova. Le prenderai domattina. Sono fresche, di oggi. Non ho altro… Perdono. Dove dormirai?» «Non ci pensare. So dove andare. Va’ in pace per la tua bontà. Addio». Camminano per qualche metro in silenzio, poi Giuda esplode: “Però Tu, a non farti adorare! Perché non l’hai incenerito quel lurido bestemmiatore? Io lo avrei fatto!” «Oh! quante volte lo sentirò dire! Ma dovrei incenerire per ogni peccato verso Me!… No, Giuda. Io sono venuto per creare. Non per distruggere». «Già. Ma intanto gli altri distruggono Te». Gesù non dice niente. Simone chiede: «Dove andiamo, ora, Maestro?». «Venite con Me. Conosco un luogo». «Ma se non ci sei mai stato, da quando fuggisti, come lo sai?» chiede, ancora irritato, Giuda. «Lo so. Non è bello. Ma ci fui giá un’altra volta. Non è a Betlemme… un poco fuori… Giriamo da questa parte». Gesù avanti, poi Simone, poi Giuda, ultimo Giovanni… Nel silenzio, rotto solo dal fruscìo dei sandali, si sente un singhiozzo. «Chi piange?» chiede Gesù voltandosi. E Giuda: «E’ Giovanni. Ha avuto paura». «No. Non paura. Avevo già la mano sul coltello che ho alla cintura… Ma mi sono ricordato del tuo: “Non uccidere, perdona”. Lo dici sempre…». «E allora perché piangi?» chiede Giuda. «Perché soffro a vedere che il mondo non vuole Gesù. Non lo riconosce e non lo vuole conoscere. Oh! è un tal dolore! Come mi girassero nel cuore delle lame infuocate. Come avessi visto calpestare mia madre e sputare sul volto di mio padre… Più ancora… Come avessi visto i cavalli romani mangiare nell’Arca Santa e dormire nel Santo dei Santi». «Non piangere, Giovanni mio. Lo dirai, per questa e per infinite altre volte: “Egli era la Luce venuta a splendere fra le tenebre, ma le tenebre non lo compresero. Venne nel mondo che per Lui era stato fatto, ma il mondo non lo conobbe. Venne alla sua città, alla sua casa, e i suoi non lo ricevettero”. Oh! Lascia stare, non piangere!». «Questo non succede in Galilea!» sospira Giovanni. «Allora neppure in Giudea» ribatte Giuda. «Basta, Giuda. Non conviene arrabbiarsi. Io sono calmo. Siatelo voi pure. Giuda, vieni qui. Ti devo parlare». Giuda lo raggiunge. «Prendi la borsa. Tu farai le spese. Per domani». «E per ora, dove dormiremo?». Gesù sorride e tace. La notte è scesa. «Ma qui!… Ci sono solo rovine. Dove ci conduci? La città è più là». «Lo so. Vieni. Segui il ruscello, dietro a Me. Ancora pochi passi, e poi… poi ti offrirò l’alloggio del Re d’Israele». Giuda si stringe nelle spalle e tace. Ancora pochi passi. Poi ecco un ammasso di case franate. Resti di abitazioni crollate… Una caverna fra due spacchi del muraglione. Gesù dice: «Avete da accendere? Accendete». Simone accende una piccola lucerna presa dalla sua bisaccia e la dà a Gesù. «Entrate» dice il Maestro alzando il lumino. «Entrate. Questa è la camera dove è nato il Re d’Israele». «Tu scherzi, Maestro! Questa è una puzzolente grotta. Ah! io non ci credo! Mi fa schifo: umida, fredda, puzzolente, piena di scorpioni, di serpi forse…» «Eppure… Amici, qui, la notte del 25, d’Encenie, dalla Vergine nacque Gesù detto il Cristo, l’Emmanuele, il Verbo di Dio fatto Carne per amore dell’uomo: io che vi parlo. Anche allora, come ora, il mondo fu sordo alle voci del Cielo che parlavano ai cuori… ed ha respinto la Madre… e qui… No, Giuda, non torcere con disgusto lo sguardo da quelle pareti nere, da quelle tele di ragno, non alzare con schifo la tua bella veste ricamata perché non si sporchi con gli escrementi animali. Questo suolo… oh! lo puoi calpestare senza sdegno… E’ coperto di escrementi… ma è santificato dal piede di Lei, la Santa, la grande Santa, la Pura, l’Inviolata, Colei che partorì perché doveva partorire, partorì perché Dio, non l’uomo, glielo disse e la mise in cinta di Sé stesso. Lei, la Senza Macchia, l’ha calpestato. Tu lo puoi calpestare. E per le piante dei tuoi piedi Dio voglia ti salga al cuore la purezza da Lei emanata…» Simone si è inginocchiato. Giovanni va dritto alla mangiatoia e piange col capo appoggiato ad essa. Giuda è fuori di sé… poi vince l’emozione e, senza più pensare alla sua bella veste, si butta a terra, prende l’estremitá della veste di Gesù, la bacia e si batte il petto dicendo: «Oh! misericordia, Maestro buono, della cecità del tuo servo! La mia superbia cade… ti vedo qual sei. Non il re che io pensavo. Ma il Principe eterno, il Padre del secolo futuro, il Re della pace. Pietà, Signore e Dio mio! Pietà!». «Sì. Tutta la mia pietà! Ora dormiremo dove dormì il Bambino e la Vergine, là dove Giovanni ha preso il posto della Madre adorante, qui dove Simone pare il mio padre putativo Giuseppe. Oppure, se lo preferite, vi parlerò di quella notte…» «Oh! sì, Maestro. Facci conoscere il tuo inizio». «Perché sia luce nei nostri cuori. E perché lo possiamo poi dire al mondo». «E venerare la Madre tua, non solo per esserti madre, ma per essere… oh! per essere la Vergine!». Prima ha parlato Giuda, poi Simone, poi Giovanni col volto che piange e ride, là presso la mangiatoia… «Venite sul fieno. Udite…» e Gesù racconta la sua notte natale: «…essendo la Madre già prossima al tempo di partorire, venne, per ordine di Cesare Augusto, un censimento fatto dal delegato imperiale Publio Sulpizio Quirino, mentre era governatore della Palestina Senzio Saturnino. Il bando era: censire tutti gli abitanti dell’Impero. Coloro che non fossero schiavi dovevano recarsi nei luoghi di origine, per scriversi nei libri dell’Impero. Giuseppe, sposo della Madre, era della stirpe di Davide, e della stirpe di Davide era anche la Madre. Ubbidendo perciò al bando, lasciarono Nazareth per venire in Betlemme, culla della stirpe regale. Rigido il tempo…». E Gesù continua il racconto.

ALL’ALBERGO DI BETLEM E SULLE MACERIE DELLA CASA DI ANNA

Gesù, con le braccia conserte al petto, guarda tutte le bestioline che sono fuori della grotta e sorride. «Già pronto, Maestro?» chiede Simone alle sue spalle. «Già pronto. Gli altri dormono ancora?». «Ancora». «Sono giovani… Mi sono lavato a quel ruscello… Un’acqua fresca che snebbia la mente…». «Ora vado io». Mentre Simone, vestito solo di una corta tunichella, si lava e poi si riveste, spuntano Giuda e Giovanni. «Salute, Maestro. Abbiamo fatto tardi?». «No. E’ appena mattutino. Ma ora fate presto e andiamo». I due si lavano e poi si mettono tunica e mantello. Gesù, prima di incamminarsi, strappa dei fiori nati fra le crepe di due massi e li pone in una scatoletta di legno, in cui ci sono già altre cose. Dice: «Li porterò a mia Madre. Li avrà cari… Andiamo». «Dove, Maestro?». «A Betlemme». «Ancora a Betlemme? Mi pare che lí non ci sia buon’aria per noi…» «Non importa. Andiamo lo stesso. Voglio farvi vedere dove scesero i Magi e dove stavo io, quando arrivaronio». «Allora, senti. Scusa, sai, Maestro? Ma lascia che parli. Facciamo una cosa. A Betlem, e nell’albergo, lascia che sia io quello che parli e chiede. Per voi galilei non c’è molto amore in Giudea, e qui meno che altrove. Anzi facciamo così: Tu e Giovanni si vede che siete Galilei anche dal modo di vestire. Troppo semplice. E poi… quei capelli! Perché vi ostinate a tenerli così lunghi? Io e Simone vi diamo il nostro mantello e noi prendiamo il vostro. Tu, Simone, a Giovanni; ed io al Maestro. Ecco… così. Vedi? Sembrate subito un poco più giudei. Ora questo». E si toglie il copricapo, un telo a righe gialle, marroni, rosse, verdi, come il mantello, tutte alternate, tenuto a posto da un cordone giallo, e lo mette sulla testa di Gesù e lo accomoda lungo le guance per nascondere i lunghi capelli biondi. Giovanni prende quello verde scurissimo di Simone. «Oh! ora va meglio! Io ho il senso pratico». «Sì, Giuda. Tu hai il senso pratico. E’ vero. Guarda però che non superi l’altro senso». «Quale, Maestro?». «Il senso spirituale». «Noooh! Ma in certi casi è bene saper esser diplomatici. E senti… sii buono ancora… é per il tuo bene… Non mi smentire se dirò delle cose… delle cose… non vere, ecco». «Che vuoi dire? Perché mentire? Io sono la Verità e non voglio menzogna, né in Me né intorno a Me». «Oh! non dirò che mezze menzogne. Dirò che siamo tutti di ritorno da luoghi lontani, dall’Egitto magari, e che vogliamo aver notizie di cari amici. Dirò che siamo giudei di ritorno da un esilio… In fondo, in tutto c’è un poco di vero… e poi, parlo io… bugia più, bugia meno…». «Ma Giuda! Perché ingannare?». «Lascia perdere, Maestro! Il mondo si regge sugli inganni. E sono necessari qualche volta. Va bene, allora per farti contento dirò solo che veniamo da lontano e che siamo giudei. Questo è vero per tre su quattro. E tu, Giovanni, non parlare mai. Ti tradiresti». «Starò zitto». «Poi… se le cose si mettono bene… allora diremo il resto. Ma ci spero poco… Io sono furbo, e sento le cose a volo». «Lo vedo, Giuda. Ma preferirei fossi semplice». «Serve poco. Nel tuo gruppo io sarò quello delle missioni difficili. Lasciami fare». Gesù non è tanto d’accordo. Ma cede. Vanno. Girano lungo le rovine, poi costeggiano un muraglione senza finestre, oltre il quale si sente ragliare, muggire, nitrire, belare, e quel versaccio sgangherato dei cammelli o dromedari. Il muraglione fa angolo. Lo girano. Eccoli sulla piazza di Betlemme. La vasca della fontana è al centro della piazza. Là, dove c’era la casetta, c’è una grande apertura sparsa di macerie. Solo la scaletta è ancora in piedi con la sua piccola ringhiera. Gesù guarda e sospira. La piazza è piena di gente intorno a venditori di cibi, utensili, stoffe ecc., che hanno steso su stuoie o tutte posate a terra; e loro pure sono accoccolati per lo più al centro del loro negozio, se pure non urlano e gesticolano in piedi, alle prese con qualche compratore tirchio. «E’ un giorno di mercato» dice Simone. La porta, anzi, il portone dell’albergo è spalancato e ne esce una fila di asini carichi di merci. Giuda entra per primo. Si guarda intorno. Si rivolge prepotente ad un piccolo ragazzo, stalliere, sporco e scamiciato, con una sola sottoveste che è senza maniche e corta al ginocchio. «Servo!» urla. « Chiama il padrone! Subito! Va’ svelto, ché non sono abituato ad aspettare». Il ragazzo va di corsa. «Ma Giuda! Che modi sono!». «Zitto, Maestro. Lasciami fare. Ci devono credere ricconi, e di città». Corre il padrone, che si spezza la schiena in inchini davanti a Giuda, imponente nel mantello rosso scuro di Gesù sulla sua ricca veste giallo oro, tutta cinture e frange. «Noi veniamo da lontano, uomo. Giudei delle comunità asiatiche. Questo è un perseguitato, nato a betlemme, ricerca i suoi cari amici di qui. E noi con Lui. Veniamo da Gerusalemme, dove abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa. Puoi informarci?». «Signore… il tuo servo… Tutto per te. Comanda». «Vogliamo sapere di molti… e specie di Anna, la donna che aveva casa di fronte al tuo albergo». «Oh! infelice! Anna non la troverete più perché è morta. E i suoi figli anche». «Morta? Perché?». «Non sapete della strage di Erode? Tutto il mondo ne parlò e anche Cesare Imperatore lo definì “porco che si nutre di sangue”. Uh! che ho detto! Non mi denunciare! Sei proprio giudeo?». «Ecco il distintivo della mia tribù. Perció? Parla». «Anna è stata uccisa dai soldati di Erode, con tutti i suoi figli, meno una figlia». «Ma perché l’hanno uccisa? Era tanto buona!». «La conoscevi?». « La conoscevo benissimo». Giuda mente spudoratamente. «Fu uccisa per avere ospitato quelli che dicevano di essere il padre e la madre del Messia… Vieni qui, in questa stanza… I muri hanno orecchie, e parlare di certe cose… è pericoloso». Entrano in una stanzetta scura e bassa. Siedono su un basso divano. «Ecco… io ho avuto buon naso. Non sono alberghiere per nulla! Sono nato qui, figlio di figli di alberghieri. Ho la malizia nel sangue. E non li ho voluti accogliere. Forse un buco per loro lo avrei trovato. Ma… galilei, poveri, sconosciuti… eh! no, Ezechia non ci casca! E poi… sentivo… sentivo che erano diversi… quella donna… degli occhi… un che… no, no, doveva avere il demonio in sé e parlargli. E ce lo ha portato qui… a me no, ma in città. Anna era più innocente di una pecorella, e li ha ospitati pochi giorni dopo, con il Bambino ormai. Dicevano che era il Messia… Oh! quanti soldi che ho fatto in quei giorni! Altro che censimento! Venivano anche quelli che non dovevano venire per il censimento. Venivano qui fin dal mare, fin dall’Egitto a vedere… e per mesi! Che guadagno che ho fatto!… Per ultimi sono venuti tre re, tre potenti, tre maghi… che so? Un corteo! non finiva più! Mi hanno preso tutte le stalle e hanno pagato, in oro, tanto fieno da bastare per un mese, e poi sono andati via il giorno dopo lasciando tutto lì. E che regali agli stallieri, alle donne! E a me! Oh!… Io del Messia, vero o falso che fosse, non ne posso che dire bene. Mi ha fatto guadagnare monete a sacchi. Disastri non ne ho avuti. Morti neppure, perché avevo appena preso moglie. Quindi… Ma gli altri!» «Vorremmo vedere i luoghi della strage». «I luoghi? Ma tutte le case furono luoghi di strage. Dappertutto, attorno a Betlemme ci furono morti. Venite con me». Salgono su una scala, raggiungono una terrazza sul tetto. Dall’alto si vede molta campagna e tutta Betlemme. «Vedete quelle rovine? Lì furono bruciate anche le case, perché i padri difesero i figli con le armi. Vedete là quella specie di pozzo coperto di edera? Quella è il resto della sinagoga. Bruciata con il capo della sinagoga, che aveva difeso il Messia. Bruciata dagli abitanti stessi, pazzi per la strage dei loro figli. Ne abbiamo avute delle noie, dopo… E là, e là, e là… vedete quei sepolcri? Sono delle vittime… Sembrano pecorelle sparse fra il verde, a perdita d’occhio. Tutti innocenti e padri e madri degli stessi… Vedete quella vasca? Era rossa la sua acqua dopo che gli assassini si ebbero lavate armi e mani in essa. E quel ruscello qui dietro, l’avete visto?… Era rosa per il gran sangue che aveva raccolto dalle cloache… E lì, ecco, lì… di fronte. Quello è quanto rimane di Anna». Gesù piange. «La conoscevi bene?». Risponde Giuda: «Era come una sorella per sua Madre. Vero, amico?». Gesù risponde solo: «Sì». «Capisco» dice l’alberghiere e resta pensieroso. Gesù si avvicina a parlare piano con Giuda. «Il mio amico vorrebbe andare su quelle rovine» dice Giuda. «E ci vada! Son di tutti!». Scendono. Salutano. Se ne vanno. L’oste resta deluso. Forse sperava guadagno. Attraversano la piazza. Salgono sulla scaletta rimasta. «Da qui» dice Gesù «mia Madre mi fece salutare i Magi e da qui scendemmo per andare in Egitto». Della gente guarda i quattro sulle rovine. Uno interroga: «Parenti dell’uccisa?». «Amici». Una donna urla: «Non fate del male, almeno voi, alla morta, come gli altri suoi amici la uccisero e poi scapparono».
Gesù è in piedi sul ballatoio, Stende le braccia. Giuda, che vede il gesto, dice: «Non parlare! Non è prudente!». Ma Gesù riempie la piazza della sua voce potente: «Uomini di Giuda! Uomini di Betlemme, udite! Udite o voi, donne della terra sacra a Rachele! Udite uno che viene dalla discendenza di Davide, che ha sofferto persecuzione, che parla per darvi luce e conforto. Udite». La gente cessa di chiacchierare, di litigare, di comperare, e si affolla attorno a Lui!». «Viene da Gerusalemme certamente». «Ma chi è?». Che bell’uomo!». «Che voce!». «Che modi!». «Eh! se è discendente di Davide!». «È nostro, allora!». «Udiamo, udiamo!». Tutta la piazza è ora contro la scaletta, che sembra un pulpito. «Nella Genesi è detto (3, 15): “Io porrò inimicizia fra te e la donna… essa ti schiaccerà il capo e tu la insidierai nel calcagno”. E ancora è detto (3, 16-18): “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze… e la terra produrrà triboli e spine”. Questa la condanna dell’uomo, della donna e del serpente. Venuto da lontano a venerare la tomba di Rachele, io ho udito ripetersi il pianto di Rachele antica, ripetuto da bocche e bocche di madri di Betlemme nel chiuso dei cuori. Ed ho sentito forte anche il dolore di Giacobbe nel dolore di uomini vedovi, senza più mogli perché il dolore le hanno uccise… Piango con voi. Ma udite, fratelli della mia terra. Betlemme, terra benedetta, la più piccola delle città di Giuda, ma la più grande agli occhi di Dio e dell’umanità perché è qui che è nato il Salvatore, come dice Michea, “Porrò inimicizia fra te e la donna. Essa ti terrà sotto il suo piede e tu insidierai il suo calcagno”. Quale inimicizia più grande di quella che ha per mèta i figli, il cuore del cuore della donna? E quale più forte piede di quello della Madre del Salvatore? Ecco perciò spiegata la vendetta di Satana che fu vinto, il quale, no, non al calcagno, ma al cuore delle madri, per la Madre, scaglió la sua malvagitá. Oh! Quanto é sconfinato e profondo il dolore di perdere i figli dopo averli partoriti! Oh! Terribili sofferenze l’aver seminato e sudato per i figli, ed essere poi padre senza più figli! Ma gioisci, Betlemme! Il tuo sangue più puro, il sangue degli innocenti, ha illuminato la strada al Messia…». La folla, che è andata sempre più rumoreggiando da quando Gesù ha nominato il Salvatore, e poi la Madre dello stesso Salvatore, ora si agita di piú. «Taci, Maestro» dice Giuda. «E andiamo». Ma Gesù non lo ascolta. E continua: «…al Messia che la Grazia del Padre-Dio salvò dai tiranni per conservarlo al popolo, per sua salvezza e…»
Una voce di donna grida: «Cinque, cinque ne avevo partoriti, e più nessuno è rimasto nella mia casa! Povera me!» e urla istericamente. E’ l’inizio della gazzarra. Un’altra si butta a terra, si strappa le vesti, mostra una mammella mutilata nel capezzolo, e urla: «Qui, qui, su questa poppa me l’hanno sgozzato il mio primogenito! La spada gli ha tagliato la faccia insieme al capezzolo mio. Oh! il mio Eliseo!». «E io? E io? Ecco là la mia reggia! Tre tombe in una. Marito e figli insieme. Ecco, ecco!… Se è arrivato il Salvatore, mi restituisca i figli, mi restituisca lo sposo, mi salvi dalla disperazione, da Satana mi salvi». Urlano tutti: «I nostri figli, i mariti, i padri! Li restituisca, se il Salvatore è qui!». Gesù agita le braccia imponendo silenzio. «Fratelli della mia terra, Io vorrei restituirvi i figli. Ma io vi dico: siate buoni, rassegnati, perdonate, sperate, gioite in una speranza, in una certezza. Presto riavrete i vostri figli, angeli nel Cielo, perché il Messia sta per aprire le porte dei Cieli, e se sarete buoni, la morte sarà per voi Vita che viene, e Amore che torna…». «Ah! sei Tu il Messia? In nome di Dio, dillo». Gesù abbassa le braccia col suo gesto così dolce, mansueto, che pare un abbraccio, e dice: «Lo sono». «Via! Via! Per tua colpa, allora!». Vola un sasso fra fischi e minacce. Giuda ha uno scatto meraviglioso… oh! fosse stato sempre così! Si butta davanti al Maestro. RImane in piedi sul muretto, a manto spiegato, e riceve, senza muoversi, i colpi di pietra. Ne sanguina anche, e urla a Giovanni e Simone: «Portate via Gesù. Dietro quelle piante. Io verrò. Andate, in nome del Cielo!». E alla folla: «Cani arrabbiati! Sono del Tempio, e al Tempio e a Roma vi denuncerò». La folla ha un attimo di paura. Ma poi riprende la sassaiola, per fortuna, senza colpirlo. E Giuda imperterrito la riceve, rispondendo con ingiurie alle maledizioni della folla. Anzi, afferra a volo un sasso e lo spedisce sulla testa di un vecchietto che grida. E, siccome tentano di dar la scalata al suo muretto, svelto raccoglie un ramo secco che è al
suolo (ora è sceso dal muretto) e lo rotea sulle schiene, sulle teste, sulle mani, senza pietà. Accorrono dei soldati romani e con le lance si fanno largo. «Chi sei? Perché questa rissa?». «Un giudeo assalito da questa gente. C’era con me un rabbi conosciuto ai sacerdoti. Parlava a questi cani. Si sono scatenati e ci hanno assaliti». «Chi sei?». «Giuda di Keriot, già del Tempio, ora discepolo di Rabbi Jesù di Galilea. Amico del fariseo Simone, del sadduceo Giocana, del consigliere del Sinedrio Giuseppe di Arimatea, e infine, ciò lo puoi verificare, di Eleazar ben Anna, il grande amico del Proconsole». «Verificherò. Dove vai?». «Col mio amico a Keriot, e poi a Gerusalemme». «Vai. Noi ti difenderemo le spalle». Giuda lancia delle monete al soldato. Deve essere cosa illecita… ma usuale, perché il soldato le prende, svelto e guardingo, saluta e sorride. Giuda balza giù dal suo muro. Va a salti per il campo abbandonato, raggiunge i compagni. «Sei molto ferito?». «Roba da niente, Maestro. Poi! Per Te!… Le ho anche date, però. Devo essere tutto sporco di sangue…» «Sì, sulla guancia. Qui vi è un filo d’acqua». Giovanni bagna un piccolo telo e lava la guancia di Giuda. «Mi dispiace, Giuda… Ma vedi… anche a dir loro che si era giudei, secondo il tuo senso pratico…» «Sono bestie. Credo che ti sarai persuaso, Maestro. E che non insisterai». «Oh! no! Non per paura. Ma perché è inutile, per ora. Quando non ci vogliono, non si deve maledire, ma ci si ritira pregando per i poveri pazzi che muoiono di fame e non vedono il Pane. Andiamo per questa via. Credo si possa prendere la strada di Ebron… Dai pastori, se li troveremo». «A prendere altre sassate?». «No. A dir loro: “Sono io”.» «Eh! allora!..; Certo ci bastonano. Soffrono da trenta anni per causa tua!…» «Vedremo». E vanno per un folto boschetto, ombroso e fresco.

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