Discorso di Gesù a Giuda Iscariota
«Giuda, Io desidero rimanere solo nelle ore notturne. Nella notte il mio spirito trae il suo nutrimento dal Padre. Orazione, meditazione e solitudine mi sono più necessarie del nutrimento materiale. Colui che vuole vivere per lo spirito e portare altri a vivere la stessa vita, deve mettere da parte la carne, con le sue prepotenti pretese, per dare tutte forze a curare lo spirito. Tutti, lo sai, Giuda. Anche tu devi fare cosí, se vuoi veramente essere di Dio, ossia vivere una vita soprannaturale». «Ma noi siamo ancora della terra, Maestro. Come possiamo trascurare le cose materiali dedicandoci con tutte le forze a curare lo spirito? Se la vita è dono di Dio, dobbiamo amarla o no?».
«Ti risponderò. Tu non sei un analfabeta. Ti sei stato istruito in ambienti che ti hanno reso colto… ma che anche ti hanno inquinato lo spirito con le loro sottigliezze e con le loro dottrine. Ricordi Salomone, Giuda? Era sapiente, il più sapiente di quei tempi. Ricordi che disse, dopo aver conosciuto tutto il sapere? “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Temere Dio e osservare i suoi comandamenti, questo è tutto, per l’uomo”. Or Io ti dico che occorre saper prendere dai cibi, nutrimento, e non veleno. E se si sa che un cibo fa male a noi, per il fatto che ci sono in noi reazioni dannose, prenderesti tu quel cibo, anche se è appetitoso al gusto? Meglio semplice pane e acqua di fontana che i piatti complicati della mensa del re, in cui ci sono droghe che eccitano e avvelenano».
«Che devo lasciare, Maestro?». «Tutto quello che sai che toglie la pace. Perché Dio è Pace e, se ti vuoi mettere sul sentiero di Dio, devi sgombrare la tua mente, il tuo cuore e la tua carne da tutto ciò che non è pace e da tutto ció che porta con sé disordine, confusione, scompiglio. So che è difficile riformare se stesso. Ma io sono qui per aiutarti a farlo. Sono qui per aiutare l’uomo a ritornare ad essere figlio di Dio. Ma lascia che Io ti risponda a quanto chiedevi, affinché tu non dica che sei rimasto in errore per mia colpa. Il suicidio è uguale all’omicidio. Sia la propria vita, infatti, sia la vita dell’altro, è dono di Dio, e solo Dio che l’ha data ha il potere di toglierla. Chi si uccide confessa la sua superbia, e la superbia è odiata da Dio». «Chi si uccide confessa la superbia? Io direi la disperazione». «E che cosa è la disperazione se non superbia? Pensaci, Giuda. Perché uno si dispera? O perché le sventure si accaniscono su di lui, e lui vuole da sé vincerle e non riesce. Oppure perché è colpevole e si giudica non perdonabile da Dio. Nel primo e nel secondo caso non è forse la superbia che fa da padrona? Quell’uomo che vuole fare da sé non ha più l’umiltà di tendere la mano al Padre e dirgli: “Io non posso, ma Tu puoi. Aiutami, perché da Te io spero e attendo tutto “. Quell’altro uomo che dice: “Dio non mi può perdonare”, lo dice perché, misurando Dio su se stesso, pensa che Dio non potrebbe perdonarlo. Ossia è superbia anche qui. L’umile compatisce e perdona, anche se soffre dell’offesa ricevuta. Il superbo non perdona. E’ superbo anche perché non sa chinare la fronte e dire: “Padre, ho peccato, perdona al tuo povero figlio colpevole”. Ma non sai, Giuda, che tutto sarà perdonato dal Padre, se sarà chiesto perdono con cuore sincero e pentito, con cuore umile e volonteroso di voler risorgere nel bene?». «Ma certi delitti non vanno perdonati. Non possono essere perdonati». «Lo dici tu. Ma io ti dico che, anche dopo il piú grande dei delitti, se il colpevole corresse ai piedi del Padre e piangendo lo supplicasse di perdonarlo, offrendosi di accettare anche la riparazione, ma senza disperazione, il Padre gli darebbe modo di riparare per meritarsi il perdono e salvarsi lo spirito».
«Allora Tu dici che gli uomini che la Scrittura cita, e che si uccisero, fecero male».
«Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a se stesso. Fecero male. Ma poiché non conoscevano il vero bene avranno avuto, in certi casi, la misericordia da Dio. Ma da quando il Messia avrà chiarito ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non sarà più perdonato a chi muore disperato. Né nell’attimo del particolare giudizio, né, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio finale, né mai. Durezza di Dio questa? No: giustizia. Dio dirà: “Tu hai giudicato, tu, creatura dotata di ragione e di soprannaturale scienza, creata libera, da Me, di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: ‘Dio non mi perdona. Sono separato per sempre da Lui. Giudico che devo farmi giustizia da solo per il mio delitto. Esco dalla vita per fuggire dai rimorsi”, senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero più raggiunto se tu fossi venuto da me, tuo Padre. E, come hai giudicato, cosí avvenga. Io non violento la libertà che ti ho data. Questo dirà l’Eterno al suicida. Pensalo, Giuda. La vita è un dono e va amata. Ma che dono è? Dono santo. E allora la si ami santamente. La vita dura finché il corpo regge. Poi comincia la grande Vita, l’eterna Vita. Di beatitudine per i giusti, di maledizione per i non giusti. La vita è un mezzo? Serve per raggiungere il fine, che è l’eternità. E allora diamo alla vita quel tanto che le serva per durare e servire lo spirito nella sua conquista dell’eternitá. Continenza della carne in tutti i suoi appetiti, in tutti. Continenza della mente in tutti i suoi desideri, in tutti. Continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano. Illimitato, invece, sia lo slancio verso le passioni che sono del Cielo: cioè amore di Dio e amore di prossimo, volontà di servire Dio e volontá di servire il prossimo, ubbidienza alla Parola divina, eroismo nel bene e nella virtù. Io ti ho risposto, Giuda. Ne sei convinto? Ti basta la spiegazione? Sii sempre sincero e chiedi, se non sai ancora abbastanza: sono qui per esser Maestro». «Ho capito e mi basta. Ma… è molto difficile fare ciò che ho capito. Tu lo puoi perché sei santo. Ma io… Sono un uomo, giovane, pieno di vitalità…». «Sono venuto per gli uomini, Giuda. Non per gli angeli. Quelli non hanno bisogno di maestro. Vedono Dio. Vivono nel suo Paradiso. Non ignorano le passioni degli uomini, perché l’Intelligenza, che è loro Vita, fa conoscere tutto, anche gli angeli che non sono custodi di un uomo. Ma, spirituali come sono, non possono avere che un peccato, come lo ebbe uno di loro, e trascinò con sé i meno forti nell’amore: la superbia, freccia che deturpò Lucifero, il più bello degli arcangeli, e ne fece il mostro raccapricciante dell’Abisso. Non sono venuto per gli angeli, i quali, dopo la caduta di Lucifero, inorridiscono anche solo davanti ad un pensiero d’orgoglio. Ma sono venuto per gli uomini. Per fare, degli uomini, degli angeli. L’uomo era la perfezione del creato. Aveva dell’angelo lo spirito e dell’animale la completa bellezza in tutte le sue parti animali e morali. Non c’era creatura uguale all’uomo. Era il re della terra, come Dio è il Re del Cielo, e un giorno, quel giorno in cui si sarebbe addormentato l’ultima volta sulla terra, sarebbe divenuto re col Padre nel Cielo. Satana ha strappato le ali all’angelo-uomo e vi ha messo artigli di animale e desideri impuri e ne ha fatto uno che ha più il nome di uomo-demone che di uomo soltanto. Io voglio cancellare la deturpazione di Satana, annullare la fame corrotta della carne inquinata, rendere le ali all’uomo, riportarlo ad essere re, coerede del Padre e del celeste Regno. So che l’uomo, se vuole, può fare tutto quello che io dico per tornare re e angelo. Non vi direi cose che non potreste fare. Non sono uno dei maestri che predicano dottrine impossibili. Ho preso vera carne per poter conoscere, per esperienza di carne, quali sono le tentazioni dell’uomo». «E i peccati?». «Tutti possono essere tentati. Peccatori, possono essere solo chi vuole esserlo». «Non hai mai peccato, Gesù?» «Non ho mai voluto peccare. E questo non perché sono il Figlio del Padre. Ma l’ho voluto e lo vorrò sempre per mostrare all’uomo che il Figlio dell’uomo non peccò perché non volle peccare e che l’uomo, se non vuole, può non peccare». «Sei stato mai in tentazione?».
«Ho trent’anni, Giuda. E non sono vissuto in una caverna su un monte. Ma sono sempre vissuto fra gli uomini. E, anche fossi stato nel più solitario luogo della terra, credi tu che le tentazioni non sarebbero venute? Tutto abbiamo in noi: il bene e il male. Tutto portiamo con noi. E sul bene ventila il soffio di Dio; sul male soffia Satana e lo accende. Ma la volontà attenta e la preghiera costante sono come una umida sabbia sulla vampa d’inferno: la soffoca e la spegne». «Ma se non hai mai peccato, come puoi giudicare i peccatori?». «Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio. E del resto!… Giuda, rispondi a questa mia domanda: uno che ha fame, soffre di più dicendo “ora mi siedo a tavola”, o dicendo non c’è cibo per me”?». «Soffre di più nel secondo caso, perché solo sapere che ne è privo gli riporta l’odore dei cibi, e le viscere si torcono nella voglia di mangiare».
«Ecco, la tentazione è mordente come questa voglia, Giuda. L’atto soddisfa e talora nausea, mentre la tentazione non fa cadere automaticamente ma, come albero potato, produce più frutti». «E non hai mai ceduto?». «Non ho mai ceduto».
«Come hai potuto?». «Ho detto: “Padre, non mi indurre in tentazione”». «Come? Tu, Messia, Tu che operi miracoli, hai chiesto l’aiuto del Padre?». «Non solo l’aiuto, gli ho chiesto di non indurmi in tentazione. Credi tu che, perché Io sono Io, possa fare a meno del Padre? Oh! no! In verità ti dico che tutto il Padre concede al Figlio, ma che anche il Figlio riceve tutto dal Padre. E ti dico che tutto quanto sarà chiesto in mio nome al Padre verrà concesso. Ma eccoci al Getsemani, dove Io abito. Già scende la sera. Non ti conviene salire sin là. Ci rivedremo domani allo stesso posto. Addio. La pace sia con te».
«La pace a Te pure, Maestro… Ma vorrei dirti ancora una cosa. Ti accompagnerò sino al Cedron, poi tornerò indietro. Perché stai in quel luogo così umile? Sai, la gente guarda a tante cose. Non conosci nessuno in città che abbia una bella casa? Io, se vuoi, posso portarti da amici. Ti ospiteranno per amicizia a me; e avresti una abitazione piú degna di Te». «Lo credi? Io non lo credo. Il degno e l’indegno sono in tutti i ceti sociali. E senza mancare di carità, ma per non offendere giustizia, ti dico che l’indegno, cioè colui che é maliziosamente indegno, è spesso fra i grandi. Non occorre e non serve esser potenti per esser buoni o per nascondere il peccare agli occhi di Dio. Tutto deve capovolgersi sotto il mio segno. E grande non sarà chi è potente, ma chi è umile e santo». «Ma per essere rispettato, per imporsi…» «E’ rispettato Erode? E Cesare è rispettato? No. Sono sopportati e maledetti dalle labbra e dai cuori della gente. Sui buoni, o anche solamente sugli uomini di buona volontá, credi, Giuda, io saprò impormi più con la modestia che con la potenza». «Ma allora… disprezzerai sempre i potenti? Te ne farai dei nemici! Io pensavo parlare di Te a molti che conosco, che sono potenti e che hanno un nome…» «Io non disprezzeró nessuno. Andrò ai poveri come ai ricchi, agli schiavi come ai re, ai puri come ai peccatori. Ma se sarò grato a chi darà pane e tetto alle mie fatiche, quale che sia il tetto e il cibo, darò sempre preferenza a ciò che è umile. I grandi hanno già tante gioie. I poveri non hanno che la retta coscienza, un amore fedele, dei figli, e il vedersi ascoltati dai più di loro. Io mi curveró sempre sui poveri, sugli afflitti e sui peccatori. Io ti ringrazio del tuo buon volere. Ma lasciami a questo luogo di pace e preghiera. Va’. E Dio ti ispiri ciò che è bene».
Gesù lascia il discepolo e si interna fra gli ulivi.
