Viaggio verso Ebron, nella casa di Zaccaria. Incontro con la prostituta Aglae.

A JUTTA DAL PASTORE ISACCO. SARA E I SUOI BAMBINI.

Gesù scende, coi suoi e coi tre pastori Levi, Giuseppe ed Elia, verso il torrente. Pazientemente si ferma quando c’è da attendere una pecora che cammina piano o uno dei pastori che deve rincorrere un’agnella che va fuori strada. E’ proprio il Buon Pastore ora. Anche Lui si è munito di un lungo bastone per scansare le ramaglie delle more e dei biancospini, che sporgono da tutte le parti e starppano le vesti. E ciò completa la sua figura pastorale. «Vedi? Jutta è lassù. Ora passeremo il torrente, C’è un posto con poca acqua per passare, che nell’estate serve, senza ricorrere al ponte. Sarebbe stato più breve venire da Ebron. Ma Tu non hai voluto». «No. A Ebron dopo. Prima sempre da chi soffre. I morti non soffrono più, quando sono stati dei giusti. E Samuele era un giusto. Per i morti, poi, che hanno bisogno di preghiere, non è necessario esser presso le loro ossa per dargliele. Le ossa? Cosa sono? Sono la prova della potenza di Dio, che con la polvere creò l’uomo. Ma non oltre. Anche l’animale ha le ossa. Scheletro meno perfetto dell’uomo, quello di ogni animale. Solo l’uomo, il re del creato, ha posizione eretta, da re sui suoi sudditi, col volto che guarda diritto e in alto senza dover torcere il collo; in alto, là dove è la dimora del Padre. Ma sono sempre ossa. Polvere che polvere ritorna. La Bontà eterna ha deciso di ricostruirla nel Giorno eterno per dare un ancor più vivo gaudio ai beati. Pensate: non solo gli spiriti saranno riuniti e si ameranno come e molto più che sulla terra, ma anche gioiranno di rivedersi con quelle sembianze che ebbero sulla terra: i bambini ricciuti e cari come i tuoi, Elia, i padri e le madri dal cuore e dal volto tutto amore come i vostri, Levi e Giuseppe. Anzi, per te, Giuseppe, sarà un conoscere finalmente quei volti di cui hai nostalgia. Non più orfani, non più vedovi fra i giusti, lassù… Suffragio ai morti si può dare ovunque. È preghiera di uno spirito, per lo spirito di colui a cui eravamo uniti, allo Spirito perfetto che è Dio e che è ovunque. Oh! santa libertà di tutto ciò che è spirituale! Non distanze, non esilii, non prigioni, non sepolcri… Nulla che divida e incateni. Voi andate, con la parte migliore di voi, ai vostri cari. Loro, con la loro parte migliore, vengono a voi. E tutto rotea, di questa effusione di spiriti che s’amano, intorno al Fulcro eterno, a Dio: Spirito perfettissimo, Creatore di tutto quanto c’é stato, c’è e ci sarà, Amore che vi ama e vi insegna ad amare…» Ma eccoci al punto del passaggio del torrente, credo. Vedo una fila di pietre affiorare dalla poca acqua del fondo». «Sì, è quello, Maestro. In tempo di piena c’è una bella cascata, ora non ci sono che sette rivoli d’acqua che scorrono fra le sei grosse pietre del torrente». Infatti sei grossi massi, abbastanza squadrati, sono stesi, alla distanza di un buon palmo fra loro, sul fondo del torrente, e l’acqua, prima unita in un unico scorrere, si separa in sette ruscelli minori, affrettandosi, ridente, a riunirsi poco dopo in un’unica freschezza d’acqua che scorre via fra le piccole pietre del fondo. I pastori sorvegliano il passaggio delle pecore, che parte passano sui sassi e parte preferiscono scendere nell’acqua, alta non più di un palmo, e bere. Gesù passa sulle pietre e dietro Lui i discepoli. Riprendono l’andare sull’altra sponda. «Mi hai detto che vuoi far sapere a Isacco che Tu ci sei, ma senza entrare in paese?». «Sì, così voglio». «Allora è bene separarci. Io andrò da lui, Levi e Giuseppe resteranno col gregge e con voi. Salgo di qui. Farò più presto». Ed Elia comincia a salire su per la costa, verso un biancheggiare di case che splendono al sole là, in alto. Arriva alle prime case. Prende un vicoletto fra case e campagna. Cammina per qualche decina di metri. Poi svolta in una via più larga e da questa entra in una piazza. Sono ancora le prime ore del mattino. Sulla piazza c’è ancora il mercato, e donne e venditori parlano tra di loro intorno agli alberi che fanno ombra alla piazza. Elia cammina sicuro sino al punto dove la piazza diventa una via, una via abbastanza bella. La più bella, forse, del paese. All’angolo c’è una casupola, meglio, una stanza con la porta aperta. Quasi sulla porta un povero letto e, sopra, uno scheletrico ammalato, che lamentosamente chiede ad ogni passante una offerta. Elia entra come un razzo. «Isacco… sono io». «Tu? Veramente non ti aspettavio. Sei venuto poco tempo fa». «Isacco… Isacco… Sai perché sono venuto?». «Non so… sei commosso… che succede?». «Ho visto Gesù di Nazaret, giá grande, rabbi ormai. E’ venuto a cercarmi… e ci vuole vedere. Oh! Isacco! Stai male?». Infatti Isacco si è abbandonato se se stesso come se avesse avuto un collasso. Ma si riprende: «No. La notizia… Dove è? Come è? Oh! lo potessi vedere!». «E’ giù, a valle. Mi manda a dirti così, proprio così: “Vieni, Isacco, ché ti voglio vedere e benedire”. Ora chiamerò qualcuno che mi aiuti e ti porterò giù». «Così ha detto?». «Così ha detto. Ma che fai?». «Vado». Isacco si toglie le coperte, muove le gambe paralizzate, si alza, ancora un poco incerto e traballante. Tutto in un attimo, sotto gli occhi sbarrati di Elia… che finalmente capisce e urla… Si affaccia una donna curiosa. Vede l’ammalato in piedi, che non avendo altro, si copre con una delle coperte di prima, e scappa via urlando come una gallina. «Andiamo… andiamo di qua, per fare più presto e non avere folla… Presto, Elia». Ed escono di corsa dalla porta di dietro di un piccolo orto e la chudono con rami secchi. Sono giá fuori, vanno veloci per un vicoletto miserabile, poi giù per una stradetta di campagna e da questa giù per i prati e per i boschii, sino al torrente. «Ecco là Gesù» dice Elia, indicandolo. «Quello alto, bello, biondo, vestito di bianco, col manto rosso…» Isacco corre, passa attraverso il gregge delle pecore che bruca l’erba, e con un grido di trionfo, di gioia, di adorazione, si prostra ai piedi di Gesù. «Alzati, Isacco. Sono venuto. A portarti pace e benedizione. Alzati, che ti veda bene in faccia». Ma Isacco non può alzarsi. Troppe emozioni insieme, e sta piangendo con la faccia verso terra. «Sei subito venuto. Non ti sei chiesto se potevi…». «Tu mi hai detto di venire… e sono venuto». «Neppure ha chiuso la porta, né raccolte le offerte, Maestro». «Non importa. Gli angeli veglieranno sulla sua dimora. Sei contento, Isacco?». «Oh! Signore!». «Chiamami Maestro». «Sì, Signore, Maestro mio. Anche se non fossi guarito, sarei stato felice di vederti. Come ho potuto trovare tanta grazia presso Te?». «Per la tua fede e per la tua pazienza di attendermi, Isacco. So quanto hai sofferto…». «Niente, niente! Più niente! Ho trovato Te! Sei vivo! Ci sei! Questo c’è proprio… Il resto, tutto il resto è passato. Ma, Signore e Maestro, ora non te ne vai più, vero?». «Isacco, ho tutto Israele da evangelizzare. Io devo andare… Ma se io non posso restare, tu mi puoi sempre seguire. Vuoi esser mio discepolo, Isacco?». «Oh! Ma non sarò buono!». «Saprai dire a tutti che io sono venuto? Dirlo agli altri, nonostante le minacce e le persecuzioni a cui andrai incontro? E dire che Io ti ho chiamato e che tu sei venuto?». «Anche se Tu non volessi, io direi tutto questo. In questo ti disubbidirei, Maestro. Perdona se te lo dico». Gesù sorride. «E allora, vedi che sei buono a fare il discepolo?». «Oh! se non è che per fare questo! Credevo fosse più difficile. Che bisognasse andare a scuola dagli altri maestri rabbi per servire Te, Rabbi dei rabbi… e andare a scuola da vecchio…». Infatti l’uomo ha almeno cinquant’anni. «La scuola l’hai già fatta, Isacco». «Io? No». «Tu, sì. Non hai continuato a credere e ad amare, a rispettare e benedire Dio e prossimo, a non avere invidie, a non desiderare ciò che era degli altri e anche ciò che era tuo ma che avevi perduto, a non dire che la veritá anche se ciò ti danneggiava, a non tradire Dio, facendo peccati con Satana? Non hai fatto tutto questo, in questi trent’anni di sofferenza?». «Sì, Maestro». «Lo vedi. La scuola l’hai fatta. Continua così e aggiungi l’impegno a dire agli altri che io giá ci sono nel mondo. Non c’è altro da fare». «L’ho giá detto, in giro, Signore Gesù. Ai bambini che venivano quando, sciancato, giunsi a questo paese chiedendo un pane e facendo ancora qualche lavoro di tosare le pecore e di latticini, e poi che venivano intorno al mio letto quando il male si aggravó e mi rese paralitico dalla vita in giù. Di Te parlavo ai bambini di allora e ai bambini di ora, figli di quelli… I bambini sono buoni e credono sempre… Dicevo di quando eri nato… degli angeli… della Stella e dei Magi… e della Madre tua… Oh! dimmi! E’ viva?». «E’ viva e ti saluta. Sempre parlava di voi». «Oh! Vorrei proprio vederla!». «La vedrai. Verrai nella mia casa un giorno. Maria ti saluterà: amico». «Maria… Sì. E’ come avere in bocca il miele a dire quel nome… Vi è una donna a Jutta, ora è donna, madre da poco del suo quarto figlio, che un tempo era bambina, una delle mie piccole amiche… e ai suoi figli ha messo nome: Maria e Giuseppe ai due primi e, non osando chiamare il terzo Gesù, lo ha chiamato Emanuele, per augurio a se stessa, alla sua casa e ad Israele. E pensa al nome da dare al quarto, nato sei giorni sono. Oh! quando saprà che son guarito! E che Tu sei qui! Buona come il pane della mamma è Sara, e buono Gioacchino il suo sposo. E i loro parenti? Grazie a loro io sono ancora vivo. Mi hanno dato ricovero e aiuto sempre». «Andiamo da loro a chiedere ospitalitá e a portare benedizione per la loro carità». «Di qua, Maestro. Più comodo per il gregge e anche per sfuggire alla gente, che ora è in subbuglio, perché la vecchia, che mi ha visto alzarmi in piedi, guarito, certamente ha parlato e ha detto tutto». Seguono il torrente, lo lasciano, più a sud, per prendere un sentiero che sale piuttosto ripido. Ecco una casa, bianca in mezzo al verde, ecco l’orto giardino con il pozzo, la pergola e le aiuole… Un grande vocìo esce dalla casa. Isacco va avanti. Entra. Chiama a gran voce: «Maria, Giuseppe, Emanuele! Dove siete? Venite da Gesù». Corrono tre piccini: una bimba di quasi cinque anni, e due maschietti dai quattro ai due, l’ultimo che ancotra cammina un po’ incerto. Restano a bocca aperta davanti all’ammalato… guarito. Poi la bimba grida: «Isacco! Mamma! Isacco è qui! Giuditta ha visto bene!». Da una stanza esce una donna, la madre bruna, alta, ben messa, tutta bella nelle sue vesti di festa. «Isacco! Ma come? Giuditta… credevo il sole l’avesse impazzita… Tu cammini! Ma chi è stato?». «Il Salvatore! Oh! Sara! Egli c’è! E’ venuto!». «Chi? Gesù di Nazareth? Dove è?». «Là! Dietro all’albero di noce, che chiede se lo accogli!». «Gioacchino! Madre! Voi tutti, venite! C’è il Messia!». Donne, uomini, ragazzi, bambini, corrono fuori urlando, strillando… ma, quando vedono Gesù alto e maestoso, perdono ogni coraggio e restano come pietrificati. «La pace a questa casa e a voi tutti. La pace e la benedizione di Dio». Gesù cammina piano, sorridente, verso il gruppo. «Amici, volete ospitare il Viandante?» e sorride più ancora. Il suo sorriso vince i timori. Il capofamiglia ha il coraggio di parlare: «Entra, Messia. Ti abbiamo amato senza conoscerti. Ma ti ameremo di più, conoscendoti. La casa è in festa per tre cose, oggi: per Te, per Isacco, e per la circoncisione del mio terzo maschio. Benedicilo, Maestro. Donna, porta il bambino! Entra, Maestro». Entrano in una stanza preparata a festa. Tavole e vivande, tappeti e frasche dappertutto. Torna Sara con un bel neonato fra le braccia. E lo presenta a Gesù. «Dio sia con lui, sempre. Che nome ha?». «Nessuno. Questa è Maria, questo è Giuseppe, questo è Emanuele, questo… non ha nome ancora…». Gesù fissa i due sposi vicini, sorride: «Cercate un nome. Se oggi deve esser circonciso…» I due si guardano, lo guardano, aprono la bocca, la chiudono senza dir nulla. Tutti sono attenti. Gesù insiste: «La storia di Israele è piena di tanti nomi grandi, dolci, benedetti, I più dolci e benedetti sono già stati dati. Ma forse ve ne è ancora qualcuno». Insieme i due sposi esplodono: «Il tuo, Signore!». Ma poi la moglie dice: «Ma è troppo santo…» Gesù sorride e chiede: «Quando sarà circonciso?». «Attendiamo il circoncisore». «Starò presente alla cerimonia. E intanto vi ringrazio per il mio Isacco. Ora non ha più bisogno dei buoni. Ma i buoni hanno ancor bisogno di Dio. Chiamaste il terzogenito “Dio con noi”. Ma Dio lo aveste da quando avete accolto Isacco. Siate benedetti. In terra e in Cielo sarà ricordato il vostro atto». «Isacco parte, ora? Ci lascia?». «Ve ne addolorate? Ma egli deve servire il suo Maestro. Tornerà di nuovo, ed io pure torneró. Voi, intanto, parlerete del Messia… C’è tanto da dire per convincere il mondo! Ma ecco l’atteso». Entra un pomposo personaggio con un inservente. Saluti e inchini. «Dove è il bambino?» chiede con aria di superioritá. «È qui. Ma saluta il Messia. E’ qui». «Il Messia?… Quello che ha guarito Isacco?… So. Ma… Ne parleremo poi. Ho molta fretta. Il bambino e il suo nome». I presenti sono mortificati dai modi dell’uomo. Ma Gesù sorride se come gli sgarbi non fossero per Lui. Prende il bambino, lo tocca sulla piccola fronte con le sue belle dita, come a consacrarlo, e dice: «Il suo nome è Jesai» e lo rende al padre, che con l’uomo superbo e con altri va in una stanza vicina. Gesù resta dove è finché tornano con il bambino che strilla disperatamente. «A Me il piccino, donna. Non piangerà più» dice per confortare la madre angosciata. Il bambino, posato sulle ginocchia di Gesù, infatti tace. Gesù fa un gruppo a sé, con i piccoli tutti intorno, e poi i pastori e i discepoli. Fuori è un belare di pecorelle, che Elia ha messe in un chiuso. Nella casa c’è festa. Portano a Gesù e ai suoi, dolciumi e bevande. Ma Gesù le distribuisce ai piccoli. «Non bevi, Maestro? Non accetti? E’ dato col cuore». «Lo so, Gioacchino, e di cuore lo accetto. Ma lascia che prima faccia contenti i piccini. Sono la mia gioia…» «Non badare a quell’uomo, Maestro». «No, Isacco. Prego perché veda la Luce. Giovanni, porta i due bambini a vedere le pecorelle. E tu, Maria, vieni più vicino e dimmi: Chi sono Io?». «Tu sei Gesù, Figlio di Maria di Nazaret, nato a Betlemme. Isacco ti ha visto e mi ha messo il nome di tua Mamma perché io sia buona». Buona come l’angelo di Dio, pura più di un giglio sbocciato sulla montagna, pia come il levita, più santo devi essere per imitarla. Lo sarai?». «Sì, Gesù». «Di’ “Maestro” o “Signore”, bambina». «Lascia che mi chiami col mio Nome, Giuda. Solo passando su labbra innocenti non perde il suono che ha sulle labbra di mia Madre. Tutti, nei secoli, diranno quel Nome, ma chi per un interesse, chi per un altro, e molti per bestemmiarlo. Solo gli innocenti, senza interesse e senza odio, lo diranno con amore pari a quello di questa piccina e di mia Madre. Anche i peccatori mi chiameranno, ma per bisogno di pietà. Ma mia Madre e i bambini! Perché mi chiami Gesù?» chiede accarezzando la piccina. «Perché ti voglio bene… come al padre, alla mamma e ai miei fratellini» dice abbracciando le ginocchia di Gesù e ridendo col visetto alzato. E Gesù si abbassa e la bacia…

EBRON NELLA CASA DI ZACCARIA. L’INCONTRO CON AGLAE

Gesù cammina al centro del gruppo, preceduto dalle pecore che brucano l’erba. «Verso che ora giungeremo?» chiede. «Verso le 11. Sono circa 16 chilometri» risponde Elia. «E poi andiamo a Keriot?», chiede Giuda. «Sì. Andiamo là». «E non era più breve andare da Jutta a Keriot? Non ci deve esser molto. Vero, tu, pastore?». «Tre chilometri di più, poco meno, o poco più». «Così ne facciamo quasi venti per niente». «Giuda, perché così inquieto?» dice Gesù. «Non sono inquieto, Maestro. Ma mi avevi promesso di venire a casa mia…». «E ci verrò. Mantengo sempre le mie promesse». «Ho mandato ad avvertire mia madre… e Tu, del resto, lo hai detto: coi morti si è anche con lo spirito». «L’ho detto. Ma, Giuda, rifletti: tu per Me non hai ancora sofferto. Questi qua, invece sono trent’anni che soffrono, e non hanno mai tradito, neppure il ricordo di Me. Neppure il ricordo. Non sapevano se ero vivo o morto… eppure sono rimasti fedeli. Mi ricordavano neonato, piccolo, bisognoso di pianti e di latte… eppure mi hanno sempre venerato come Dio. Per causa mia sono stati colpiti, maledetti, perseguitati come gente vergognosa della Giudea, eppure la loro fede ad ogni colpo non vacillava, non inaridiva, ma metteva radici più profonde e si faceva più vigorosa». «A proposito. E’ da qualche giorno che la domanda mi brucia le labbra. Sono amici tuoi e di Dio costoro, non è vero? Gli angeli li hanno benedetti con la pace del Cielo, non è vero? Loro sono rimasti giusti contro tutte le tentazioni, non è vero? Mi spieghi allora perché furono infelici? E Anna? E’ stata uccisa per averti voluto bene…» «Tu pensi allora che il mio amore e l’amarmi porti sfortuna». «No… ma…». «Ma è così. Mi dispiace vederti tanto chiuso alla Luce e tanto posseduto dall’umano. No, lascia stare, Giovanni, e anche tu, Simone. Preferisco che egli parli. Io non rimprovero mai. Solo voglio apertura di cuorii per potervi mettere luce. Vieni qui, Giuda, ascolta. Tu parti come tanta gente comune a come tanti che verranno. Ma, ammesso che parlate senza cattiveria, per ignoranza, ció che dite è solo una valutazione imperfetta, come lo può essere quella di un bambino. E bambini siete, poveri uomini. Ed io sono qui, come Maestro, per fare di voi degli adulti capaci di distinguere il vero dal falso, il buono dal cattivo, il migliore dal buono. Ascoltate, dunque. Cosa è la vita? E’ un tempo di sosta che il Dio-Padre vi dà per provare la vostra natura di figli buoni o meno e per donarvi, in base alle vostre opere, un futuro che sarà senza più soste, né prove. Gesù poi dice a Levi: «Sei mai stato in Galilea?». «Sì, Signore». «Verrai tu con Me, per condurmi da Giona. Lo conosci?». «Sì. A Pasqua ci si vedeva sempre. Andavo da lui, allora». Giuseppe china la fronte mortificato. Gesù vede. «Insieme non potete venire. Elia rimarrebbe solo a pascolare le pecore. Ma tu verrai con Me sino al passo di Gerico, dove ci separeremo per qualche tempo. Ti dirò poi quello che devi fare». «Noi più niente?». «Anche voi, Giuda, anche voi». «Si vedono delle case» dice Giovanni, che precede di qualche passo gli altri. «E’ Ebron. Vedi, Maestro? Quel caseggiato là, fra tutto quel verde, un poco più alto degli altri? E’ la casa di Zaccaria». «Affrettiamo il passo, allora». Camminano svelti gli ultimi metri di strada, entrano in paese. Raggiungono la casa. La gente guarda quel gruppo di uomini di diverso aspetto, età e vestito, in mezzo al bianco delle pecore. «Oh! E’ diversa! Qui c‘era il cancello!» dice Elia. Ora, invece del cancello, c’è un portone di ferro che toglie la vista, e anche il muretto di cinta è più alto di un uomo, e perciò non si vede nulla. «Forse sarà aperto sul di dietro, andiamo». Girano un vasto rettangolo, ma il muro è uguale da per tutto. «Muro fatto da poco» dice Giovanni osservandolo. «E’ senza rovine e in terra sono ancora pietre calcinose». «Non vedo neppure il sepolcro… Era verso il bosco. Ora il bosco è fuori del muro e… e sembra di tutti. Tutti vi raccolgono legna…». Elia è perplesso. Un uomo, un taglialegna vecchietto, bassetto ma robusto, che osserva il gruppo, lascia di segare un tronco abbattuto e si avvicina al gruppo. «Chi cercate?».
«Volevamo entrare nella casa, per pregare al sepolcro di Zaccaria.» «Non c’è più sepolcro. Non lo sapete? Chi siete?». «Io sono amico di Samuele il pastore, Lui…» «Non c’è bisogno, Elia» dice Gesù. Elia tace. «Ah! Samuele!… Già! Ma da quando Giovanni, il figlio di Zaccaria, è in prigione, la casa non è più sua. Ed è un peccato, perché egli faceva dare ogni guadagno del suo avere ai poveri di Ebron. Una mattina è venuto uno della corte di Erode, ha buttato fuori Gioele, ha messo i sigilli, poi è tornato con degli operai e ha cominciato a fare alzare il muro… Sull’angolo, là, era il sepolcro. Non lo ha voluto… e una mattina lo trovammo tutto rovinato, mezzo abbattuto… le povere ossa mescolate… Le abbiamo raccolte come si è potuto… Ora sono in una unica urna… E nella casa del sacerdote Zaccaria, quel sozzo ci tiene le sue amanti. Per questo ha alzato il muro. Non vuole che si veda… La casa del sacerdote è diventata una casa di prostituzione! Quella che una volta era la casa del miracolo e del Precursore! Perché certo è lui il precursore del Messia, se proprio non è lui stesso il Messia. E quante noie abbiamo avute per il Battista! Ma è il nostro grande! Veramente grande! Già quando nacque fu un miracolo. Elisabetta, vecchia e sterile, diventó fertile: primo miracolo. Poi venne una cugina, che era santa, a servirla e a sciogliere la lingua al sacerdote. Si chiamava Maria. Me la ricordo. Non so bene. Certo è che, dopo nove mesi di silenzio, Zaccaria riacquistó la parola, lodando il Signore e dicendo che c’era il Messia. Non spiegò di più. Ma mia moglie assicura, lei c’era quel giorno, che Zaccaria disse, lodando il Signore, che suo figlio gli sarebbe andato avanti al Messia. Ora io dico: non è come la gente crede. Io credo che Giovanni è il Messia e va avanti al Signore, come Abramo andava davanti a Dio, ecco. Non ho ragione?». «Hai ragione per quanto riguarda lo spirito del Battista, che sempre procede davanti a Dio. Ma non hai ragione riguardo al Messia». «Allora quella, che si diceva Madre del Figlio di Dio, disse Samuele, non era vero che lo era? Non c’è ancora». «Lo era. Il Messia è nato, preceduto da colui che nel deserto alzò la sua voce, come disse il Profeta». «Sei Tu il primo che lo assicuri. Giovanni, l’ultima volta che Gioele gli portò una pelle di pecora, come tutti gli anni faceva al venir dell’inverno, per quanto interrogato sul Messia non disse: “C’è”. Quando lui lo dirà…» «Uomo, io sono stato discepolo di Giovanni e l’ho udito dire: “Ecco l’Agnello di Dio” indicando…» dice Giovanni. «No, no. L’Agnello è lui. Vero Agnello che da sé si è cresciuto, senza bisogno di madre e padre quasi. Appena figlio della Legge, si è isolato nelle spelonche dei monti che guardano il deserto e lì è cresciuto da solo, parlando con Dio. Elisabetta e Zaccaria sono morti, ed egli non è venuto. Padre e madre per lui era Dio. Non c’è santo più grande di lui. Domandate a tutta Ebron. Samuele lo diceva, ma devono aver avuto ragione i betlemmiti. Il santo di Dio è Giovanni». «Se uno ti dicesse: “Il Messia sono io”, che diresti tu? chiede Gesù. «Lo chiamerei “bestemmiatore” e lo caccerei a colpi di pietra». «E se facesse un miracolo per provare il suo essere?». «Lo direi “indemoniato”. Il Messia verrà quando Giovanni si rivelerà nel suo vero essere. Lo stesso odio di Erode è la prova. Egli, l’astuto, sa che Giovanni è il Messia». «Non è nato a Betlemme». «Ma quando sarà liberato, si manifesterà a Betlemme. Anche Betlemme attende questo. Mentre… oh! vai, se hai fegato, a parlare ai betlemmiti di un altro Messia… e vedrai». «Avete una sinagoga?». “Sì. Duecento metri piú avanti, lungo questa strada. Non puoi sbagliare”. «Addio. E il Signore ti illumini». Se ne vanno. Girano sul davanti. Sul portone c’è una donna giovane e sfacciatamente vestita. Bellissima. «Signore, vuoi entrare nella casa? Entra». Gesù la fissa, severo come un giudice, e non parla. Parla Giuda, in questo spalleggiato da tutti. «Rientra, spudorata! Non profanarci col tuo alito, cagna famelica». La donna diventa rossa in faccia e abbassa la testa. Fa per scomparire confusa. «Chi è tanto puro da dire: “Non ho mai desiderato una donna”» dice Gesù severo; poi aggiunge: «Indicatemi costui ed io lo chiameró: “santo”. Nessuno? E allora se, non per ribrezzo ma per debolezza, vi sentite incapaci di avvicinare costei, ritiratevi. Non obbligo i deboli a lotte difficili. Donna, vorrei entrare. Questa casa era di un mio parente. Mi è cara». «Entra, Signore, se non hai schifo di me». «Lascia aperta la porta. Che il mondo veda e non mormori…». Gesù passa serio, solenne. La donna fa un inchino e non osa muoversi. Ma le risate della folla la pungono a sangue. Fugge di corsa sino in fondo al giardino, mentre Gesù va fino ai piedi della scala, guarda per le porte socchiuse, ma non entra. Poi va dove era il sepolcro, e dove ora è una specie di tempietto pagano. «Le ossa dei giusti, anche se inaridite e disperse, chiedono purificazione e spargono semi di vita eterna. Pace ai morti vissuti nel bene! Pace ai puri che dormono nel Signore! Pace a coloro che soffrirono, ma non vollero conoscere peccato! Pace ai veri grandi del mondo e del Cielo! Pace!». La donna, costeggiando una siepe che la ripara, lo ha raggiunto. «Signore!». «Donna». «Il tuo nome, Signore». «Gesù». «Non l’ho mai udito. Sono romana, prostituta e ballerina. Non sono esperta che in sesso. Che vuol dire quel Nome? Il mio è Aglae e… e vuol dire: vizio». «Il mio vuol dire: Salvatore». «Come salvi? Chi?». «Chi ha buona volontà di salvezza. Salvo insegnando ad esser puri, a volere l’onore a costo di soffrire, a volere il bene ad ogni costo». Gesù parla senza asprezza, ma anche senza neppure voltarsi verso la donna. «Io sono perduta…». «Io sono Colui che cerca i perduti». «Io sono morta» «Io sono Colui che dà Vita». «Io sono sporcizia e menzogna». «Io sono Purezza e Verità». «Anche Bontà tu sei, Tu che non mi guardi, non mi tocchi e non mi calpesti. Pietà di me…». “Cerca di avere tu, per prima, pietá dell’anima tua”. «Cosa è l’anima?». «E’ ciò che dell’uomo fa un dio e non un animale. Il vizio, il peccato uccide l’anima e, una volta che sia stata uccisa la sua anima, l’uomo torna ad essere un animale disgustoso». «Ti potrò vedere ancora?». «Chi mi cerca mi trova». «Dove stai?». «Dove i cuori hanno bisogno di medico e medicina per tornare puri e onesti». «Allora… non ti vedrò più… Io sto dove non si vuole medico, medicina e onestà». «Nulla ti impedisce di venire dove sono. Il mio Nome sarà gridato per le vie e verrà fino a te. Addio». «Addio, Signore. Lascia che ti chiami “Gesù”. Oh! non per famigliarità!… Perché entri un poco di salvezza in me. Sono Aglae, ricordati di me». «Sì. Addio». La donna resta nel fondo, Gesù esce serio. Guarda tutti. Vede perplessità nei discepoli, disprezzo negli abitanti di Ebron. Un servo chiude il portone. Gesù va dritto per la strada. Bussa alla sinagoga. Si affaccia un vecchietto arrabbiato. Non dà neppure tempo a Gesù di parlare. «Non è permesso entrare, nella Sinagoga, in questo luogo santo, per coloro che frequentano le prostitute. Via!». Gesù si gira senza parlare e continua a camminare per la strada. I suoi vanno dietro. Finché sono fuori di Ebron. Allora parlano. «Però l’hai voluto tu, Maestro» dice Giuda. «Una prostituta!». «Giuda, in verità ti dico che ella ti supererà nel regno dei Cieli. E ora, tu che mi rimproveri, che mi dici sui giudei? Nei luoghi più santi della Giudea siamo stati beffati e cacciati… Ma così è. Viene il tempo che Samaria e i Gentili adoreranno il vero Dio, e il popolo del Signore sarà sporco di sangue e di un delitto… di un delitto rispetto al quale quello delle propstitute che vendono i loro corpi e la loro anima sarà poca cosa. Non ho potuto pregare sulle ossa dei miei cugini e del giusto Samuele. Ma non importa. Riposate, ossa sante, giubilate o spiriti che abitavate in esse. La prima risurrezione è vicina. Poi verrà il giorno in cui sarete mostrati agli angeli come quelli dei servi del Signore». Poi Gesù tace.

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