A Keriot. Morte del vecchio Saul
Ora Gesù è solo con Giuda, Simone e Giovanni. I pastori sono rimasti nei pascoli di Ebron o forse sono tornati verso Betlemme. Una strada immette in un piccolo villaggio. «Questo è il paese di Keriot. Ti prego, Maestro, vieni nella mia casa di campagna. Mia madre ti aspetta là. Poi andremo in Keriot» dice Giuda, che non sta più in sé tanto è agitato. «Come vuoi tu, Giuda. Ma potevamo fermarci anche qui per conoscere tua madre». «Oh! no! E’ un casolare di campagna. Mia madre ci viene nel tempo del raccolto. Ma poi sta a Keriot. E non vuoi che la mia città ti veda? Non vuoi portare ad essa la tua luce?». «Sì che voglio, Giuda. Ma tu sai già che non guardo alla miseria e alla povertà del luogo che mi ospita». «Ma oggi sei mio ospite… e Giuda sa essere ospitale». Camminano ancora qualche metro fra casette sparse per la campagna, e donne e uomini si affacciano, chiamati da bambini. E’ chiaro che c’è della curiosità in giro. Giuda deve avere gettato un grido di richiamo. «Ecco la mia povera casa. Scusa se è povera». Ma la casa non è poi una catapecchia: è a forma di cubo con un solo piano, ma vasto e ben tenuto, in mezzo ad un frutteto abbondante e fertile. Una stradetta privata, tutta ben pulita, va dalla via alla casa. «Permetti che vada avanti, Maestro?». «Va’ pure». Giuda parte. «Maestro, Giuda ha fatto le cose in grande» dice Simone. «Ne avevo sospetto. Ma ora ne sono sicuro. Tu dici, Maestro, e dici bene: spirito, spirito… Ma lui… lui non la intende così. Non ti capirà mai… o molto lento a capire» corregge poi, per non addolorare Gesù. Gesù sospira e tace. Giuda esce con una donna sulla cinquantina circa. È piuttosto alta, non quanto il figlio, al quale ha dato i suoi occhi neri ed i suoi capelli ricci. Ma gli occhi di lei sono miti, piuttosto tristi, mentre quelli di Giuda sono arroganti e furbi. «Ti saluto, Re d’Israele» dice prostrandosi in un vero saluto da suddita. «Concedi alla tua serva di ospitarti». «Pace a te, donna. E Dio sia con te e con la tua creatura». «Oh! si! con la mia creatura!». È più un sospiro che una risposta. «Alzati, madre. Ho una Madre anche io e non posso permettere che tu mi baci i piedi. In nome di mia Madre ti bacio, donna. È tua sorella… nell’amore e nel destino doloroso di madre dei segnati dal dolore». «Che vuoi dire, Messia?» chiede Giuda, un poco inquieto. Ma Gesù non risponde. Sta abbracciando la donna che ha rialzata dal suolo benignamente e che ora bacia sulle guance. E poi, tenendola per mano, va verso casa. Entrano in una stanza fresca, a cui fanno ombra leggere tende a righe. Vi sono pronte delle bibite fresche e della frutta fresca. Ma prima la madre di Giuda chiama una serva e questa porta acqua e asciugamani, e la padrona vorrebbe scalzare Gesù e lavargli i piedi polverosi. Ma Gesù si oppone: «No, madre. La madre è troppo santa creatura, specie quando è onesta e buona come sei tu». La madre guarda Giuda… uno sguardo strano. E poi va via. Gesù si è rinfrescato. Quando sta per rimettersi i sandali, la donna torna con un paio di sandali nuovi. «Ecco, Messia nostro. Credo di aver fatto bene… come Giuda voleva… Mi ha detto: “Un poco più lunghi dei miei e uguali ai miei in larghezza”. «Ma perché, Giuda?». «Non mi vuoi concedere di offrirti qualche dono? Non sei il mio Re e Dio?». «Sì, Giuda. Ma non dovevi dare tanto fastidio a tua madre. Tu lo sai come io sono…» «Lo so. Sei santo. Ma devi apparire Re santo. Così ci si impone. Nel mondo, che per al 90% è formato da stupidi, bisogna imporsi con la presenza. Io questo lo so». Gesù si è allacciati i sandali nuovi, che arrivano fino alla caviglia. Molto più belli dei suoi semplici sandali da operaio e simili ai sandali di Giuda, che sono quasi scarpe da cui si vede solo qualcosa del piede. «Anche la veste, mio Re. L’avevo preparata per il mio Giuda… Ma egli te la dona. E’ lino, fresco e nuovo. Permetti che una madre ti vesta… come fossi il figlio suo». Gesù torna a guardare Giuda… ma non dice niente. Si slaccia il gancio della veste, al collo, e fa cadere l’ampia tunica dalle spalle, rimanendo con la piccola tunica di sotto. La donna gli infila la bella veste nuova. Gli offre una cintura molto ricamata. Gesù certo si sentirà bene nelle vesti fresche e senza polvere. Ma non pare molto felice. Intanto gli altri si sono a loro volta lavati e puliti. «Vieni, Maestro. Sono del mio povero frutteto. E questo è il succo di mele che mia madre sta preparando. Tu, Simone, forse preferisci questo vino bianco. Prendi. E’ della mia vigna. E tu, Giovanni? Come il Maestro?». Giuda gongola nel poter mescere nei bei calici di argento, nel mostrare che è uno che può permettersi tutto quello. La madre parla poco. Guarda… guarda… guarda il suo Giuda… e più ancora guarda Gesù… e quando Gesù, prima di mangiare, le offre la più bella delle albicocche, le dice: «Prima la madre sempre!». La madre comincia a bagnarsi le gote di lacrime. «Mamma. Il resto è fatto?» chiede Giuda. «Sì, figlio mio. Credo aver fatto tutto bene. Ma io sono sempre cresciuta qui e non so… Non so gli usi dei re». «Quali usi, donna? Quali re? Ma che hai fatto, Giuda?». «Ma non sei Tu il promesso Re d’Israele? E’ ormai tempo che il mondo ti saluti come tale, e ciò deve accadere per la prima volta qui, nella mia città, nella mia casa. Io ti venero tale. Per amore di me e per rispetto al tuo nome di Messia, di Cristo, di Re, che i Profeti ispirati da Yahvé ti hanno dato, non mi smentire». «Donna, amici. Vi prego. Ho bisogno di parlare con Giuda. Devo dargli ordini precisi». La madre e i discepoli si ritirano. «Giuda, che hai fatto? Tanto poco mi hai capito fino ad ora? Perché abbassarmi al punto di fare di Me solo un potente della terra, anzi, di uno che si dá da fare per esser potente? E non capisci che questo tuo comportamento offende la mia missione ed è di ostacolo ad essa? Sì. Non negare. Ostacolo. Israele è sottomessa a Roma. E tu! e tu! Oh! Giuda! Ma che speri da una mia sovranità politica? Che speri? Ti ho dato tempo di pensare e decidere. Ti ho parlato ben chiaro sin dalla prima volta. Ti ho anche respinto perché sapevo… perché so, sì, perché so, leggo, vedo ciò che è in te. Perché mi vuoi seguire, se non vuoi essere quale voglio Io? Vattene, Giuda. Non danneggiarti e non danneggiare me… Va’. E’ meglio per te. Non sei operaio adatto a quest’opera… E’ troppo al disopra di te. In te c’è superbia; c’è avidità, c’è prepotenza… anche tua madre ha paura di te…; in te c’è tendenza alla menzogna… No. Non così deve essere il mio seguace. Giuda, Io non ti odio. Io non ti maledico. Ti dico solo, e col dolore di chi vede che non riuscirà a cambiarti, nonostante il mio amore per te, ti dico solo: va’ per la tua strada, fatti largo nel mondo, ammesso che tu voglia questo, ma non stare con Me. La mia via!… La mia reggia! Sai dove sarò Re? Sai quando sarò proclamato Re? Quando sarò alzato su un legno infame e per mantello avrò il mio Sangue, per corona delle spine intrecciate, per insegna un cartello di scherno, per trombe, cembali, organi e cetre che saluteranno il Re proclamato, le bestemmie di tutto un popolo: del mio popolo. E sai per opera di chi, tutto questo? Di uno che non mi avrà capito. Che nulla avrà capito. Cuore di pietra, in cui la superbia, la lussuria e l’avarizia avranno generato un groviglio di serpenti che serviranno ad esser catena per Me e… e maledizione per lui. Gli altri non conoscono così chiaramente la mia sorte. E, ti prego, non la dire. Questo rimanga fra Me e te. Del resto… è un rimprovero… e tu tacerai per non dire: “Fui rimproverato…”. Hai inteso, Giuda?». Giuda è diventato di color viola. Sta in piedi, davanti a Gesù. E’ confuso, a testa bassa… Poi si getta in ginocchio e piange con la testa sulle ginocchia di Gesù: «Ti amo, Maestro. Non mi respingere. Sì. Sono un superbo, sono uno stupido. Ma non mi mandare via. No, Maestro. Sarà l’ultima volta che manco. Hai ragione. Non ho riflettuto. Ma anche in questo errore c’è amore per te. Volevo darti tanto onore… e che gli altri te lo dessero… perché ti amo. Tu lo hai detto tre giorni fa: “Quando sbagliate senza malizia, per ignoranza, non è errore ma giudizio imperfetto, da bambini, ed Io sono qui per farvi diventare adulti”. Ecco, Maestro, io sono qui contro le tue ginocchia… mi hai detto che sarai un padre per me…, e ti chiedo perdono, ti chiedo di fare di me un “adulto” e adulto santo… Non mi mandare via, Gesù, Gesù, Gesù… Non tutto è malvagio in me. Tu vedi, per Te ho lasciato tutto e sono venuto. Tu sei l’amore del povero, infelice Giuda, che vorrebbe darti solo gioia e ti dà dolore invece…» «Basta, Giuda. Ancora una volta ti perdono…». Gesù pare affaticato… «Ti perdono sperando… sperando che tu in futuro mi comprenda». «Sì, Maestro. Sì. E ora però… ora… non mi smentire. Tutta Keriot sa che io venivo col Discendente di Davide, il Re d’Israele… e si è preparata a riceverti, questa mia città… Avevo creduto di far bene… di farti vedere come si fa per essere temuti e ubbiditi… e di farlo vedere a Giovanni, a Simone, e attraverso loro agli altri che ti amano, ma ti trattano da uguale… Anche mia madre sarebbe ridicolizzata come madre di un figlio bugiardo e pazzo. Per lei, Signore mio… E ti giuro che io…». «Non giurare a Me. Giura a te stesso, se puoi, di non peccare più in questo senso. Per la madre e per i cittadini non li offenderò, andando via senza fermarmi. Alzati». «Che dici agli altri?». «La verità…» «Nooh!». «La verità: che ti ho dato ordini per oggi. C’è sempre modo di dire, con carità, la verità. Andiamo. Chiama tua madre e gli altri». Gesù è piuttosto severo. Non riprende a sorridere se non quando torna Giuda con la madre e i discepoli. La donna scruta Gesù. Ma lo vede benigno. Si rassicura. «Vogliamo andare a Keriot? Sono riposato e ti ringrazio, madre, di tutte le tue bontà. Il Cielo ti ricompensi e dia, per la carità che mi fai, riposo e gioia al marito che piangi». La donna cerca di baciargli la mano, ma Gesù le pone la mano sulla testa con una carezza, e non glielo permette. «Il carro è pronto, Maestro. Vieni».
Fuori, infatti, sta giungendo un carro tirato dai buoi, un bel carro comodo, su cui sono messi cuscini a fare da sedile e sopra c’è una tenda di stoffa rossa. «Sali, Maestro». «La madre, prima». La donna sale e poi Gesù e gli altri. «Qui, Maestro». (Giuda non lo chiama più re). Gesù si siede sul davanti, al suo fianco Giuda. Dietro, la donna e i discepoli. Il conducente sferza i buoi e li fa camminare, camminando lui al loro fianco. Il tragitto è breve. Un quattrocento metri, poco più, poi ecco si vedono le prime case di Keriot. Un bimbetto guarda, sulla via piena di sole, e poi parte come un razzo. Quando il carro giunge alle prime case, autorità e popolo sono a riceverlo con drappi e rami, e rami e drappi, per le vie, da casa a casa. Grida di giubilo e inchini fino a terra. Gesù – ormai non può farne a meno – dall’alto del suo traballante trono saluta e benedice. Il carro prosegue e poi gira, oltre una piazza, in una via, e si ferma davanti ad una casa che ha già il portone spalancato, e su esso due o tre donne. Si fermano. Scendono. «La mia casa è tua, Maestro». «Pace ad essa, Giuda. Pace e santità». Entrano. Oltre il vestibolo c’è una larga sala con divani bassi e con tanti mobili lavorati. Con Gesù e gli altri, entrano le autorità del luogo. Inchini, curiosità, festosità solenne. Un vecchio imponente pronuncia un discorso: «Grande fortuna, per la città di Keriot averti, o Signore. Grande fortuna! Giorno felice! Fortuna per averti e fortuna per vedere che ti è amico e aiuto un figlio di questa città. Lui benedetto che ti ha conosciuto prima di ogni altro! E Tu benedetto dieci volte dieci per esserti manifestato, Tu, l’Atteso da generazioni e generazioni. Parla, Signore e Re. I nostri cuori attendono la tua parola come terra assetata». «Grazie, chiunque tu sia. Grazie. E grazie a questi cittadini che al Verbo del Padre, al Padre di cui sono il Verbo, hanno inchinato i loro cuori. Perché sappiate che non al Figlio dell’uomo che vi parla, ma al Signore altissimo va reso grazie e onore. Lodiamo il Signore vero, il Dio di Abramo che ha avuto pietà e amore del suo popolo e ad esso concede il Redentore promesso. Non a Gesù, servo dell’eterna Volontà, ma a questa Volontà d’amore gloria e lode». «Parli da santo… Io sono il capo della Sinagoga. Non è Sabato. Ma vieni nella mia casa. A spiegare la Legge, Tu, su cui, si riflette la Sapienza». «Verrò». «Il mio Signore forse è stanco…». «No, Giuda. Mai stanco di parlare di Dio e non volgio deludere i cuori». «Vieni, allora» insiste il capo della sinagoga. «Tutta Keriot è li fuori che ti attende». «Andiamo». Escono. Gesù cammina fra Giuda e il capo della sinagoga. Poi, intorno, autorità e folla, folla, folla. Gesù passa e benedice. La sinagoga è sulla piazza. Entrano. Gesù va al posto di chi insegua. Comincia a parlare, tutto bianco nella splendida veste, il volto ispirato, le braccia alzate: «Popolo di Keriot, il Verbo di Dio parla. Udite. Non è che Parola di Dio, Colui che vi parla. La sua sovranità viene dal Padre e al Padre tornerà dopo avere evangelizzato Israele. Si aprano i cuori e le menti alla Verità, perché non viviate nell’errore e nella confusione. Isaia ha detto (9, 4-5): “Ogni rapina fatta con tumulto e le vesti intrise di sangue saranno arse dal fuoco. Ecco, ci è nato un pargolo, ci è dato un figlio. Ecco il suo nome: l’Ammirabile, Consigliere, Dio, il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe della pace”. Questo è il mio Nome. Lasciamo ai Cesari e ai Tetrarchi le loro cose. Io farò rapina. Ma non rapina che meriti punizione di fuoco. Anzi strapperò al fuoco di Satana uomini e uomini per portarle al Regno di pace di cui sono Principe, e al secolo futuro: l’eterno tempo di cui sono Padre. “Dio”, dice ancora Davide, dalla cui stirpe io provengo, come è stato predetto dai Profeti, “ha eletto uno solo… mio figlio… ma l’opera è grandiosa, perché si tratta non di preparare la casa di un uomo, ma per Dio”. Così è. Dio, il Re dei re, ha eletto uno solo, suo Figlio, per costruire, nei cuori, la sua casa. E ha già preparato il materiale. Oh! quanto oro di carità! e rame, e argento, e ferro, e legni rari, e pietre preziose! Tutte sono accumulate nel suo Verbo, ed Egli le usa per costruire in voi la casa di Dio. Ma se l’uomo non aiuta il Signore, inutilmente il Signore vorrà costruire la sua casa. All’oro va risposto con l’oro. All’argento con l’argento, al rame col rame, al ferro col ferro. Ossia amore va dato per amore, purezza per servire la Purezza, costanza per esser fedeli, forza per non soccombere. E poi portare oggi la pietra, domani il legno: oggi il sacrificio, domani l’opera, e costruire. Sempre costruire il tempio di Dio in voi. Il Maestro, il Messia, il Re dell’Israele eterno, del popolo eterno di Dio vi chiama. Ma vuole siate puri per l’opera che dovete costruire. Giù la superbie: a Dio la lode. Giù gli umani pensieri: di Dio è il Regno. Umili, dite con Me: “Tua è ogni cosa, Padre. Tuo tutto quanto è buono. Insegnaci a conoscerti e servirti, nella verità”. Dite: “Chi sono io?”. E riconoscete che sarete qualcosa solo quando sarete tempio di Dio purificato, in cui Dio può scendere e riposare. Tutti pellegrini e stranieri su questa terra, sappiate riunirvi e andare verso il Regno promesso. La strada sono i comandamenti, eseguiti non per paura di castigo ma per amore a Te, Padre santo. E, perché luminosa sia la casa, venite alla Luce del mondo. Io ve la porto. Vi porto la Luce. Non altro che questo. Non possiedo ricchezze e non prometto onori che siano della terra. Ma possiedo tutte le ricchezze soprannaturali del Padre mio e, a coloro che seguiranno Dio in amore e carità, prometto l’onore eterno del Cielo. La pace sia con voi». La gente, che ha ascoltato attenta, bisbiglia un poco inquieta. Gesù parla col capo della sinagoga. Si uniscono al gruppo anche altre persone, forse le autoritá.
«Maestro… ma non sei il Re d’Israele? Ci avevano detto…». «Lo sono». «Ma Tu hai detto…» «Che non possiedo e non prometto ricchezze del mondo. Non posso dire che la verità. Così è. Conosco il vostro pensiero. Ma l’errore viene da uno sbaglio di interpretazione e da un molto grande vostro rispetto verso l’Altissimo. Vi fu detto: “Viene il Messia”, e voi avete pensato, come molti in Israele, che Messia e re fossero la stessa cosa. Alzate più alto lo spirito. Osservate questo bel cielo d’estate. Vi pare finisca lì, il suo confine, lì dove l’aria pare una volta di azzurro? No. Oltre vi sono gli strati più puri, gli azzurri più netti, sino a quello non immaginabile del Paradiso, dove il Messia condurrà i giusti morti nel Signore. La stessa differenza è fra la regalità messianica creduta dall’uomo e quella che è reale: tutta divina». «Ma potremo noi, poveri uomini, alzare lo spirito dove Tu dici?». «Certo! Basta che lo vogliate!. E, se lo vorrete, ecco che Io vi aiuterò». «Come ti dobbiamo chiamare, se non sei re?». «Maestro, Gesù, come volete. Maestro sono, e sono Gesù, il Salvatore». Un vecchio dice: «Ascolta, Signore. Un tempo, molto tempo fa, al tempo del censimento, giunse fin qui notizia che era nato a Betlemme il Salvatore… ed io vi andai con altri… Vidi un piccolo Bambino, in tutto uguale agli altri. Ma lo adorai, per fede. Poi seppi che vi è uno, santo, di nome Giovanni. Quale è il Messia vero?». «Colui che tu adorasti. L’altro è il suo Precursore. Grande santo agli occhi dell’Altissimo. Ma non Messia». «Tu eri nato?». «Io ero nato. E che vedesti intorno alla mia persona appena nata?».
«Povertà e limpidezza, onestà e purezza… Un operaio gentile e serio di nome Giuseppe, operaio, ma della stirpe di Davide, una giovane madre bionda e gentile di nome Maria, davanti alla cui grazia impallidiscono le rose più belle del mondo e i piú bei gigli delle aiuole dei re; e poi un Bambino dai grandi occhi celesti, dai capelli che somigliavano ai fili d’oro pallido… Non altro vidi… E sento ancora la voce della Madre che mi diceva: “Per la mia Creatura io ti dico: sia il Signore con te sino all’eterno incontro e la sua Grazia venga incontro a te sulla tua strada”. Ho ottantaquattro anni… la strada è sul finire. Non speravo più incontrare la Grazia di Dio. Ma ti ho trovato, invece… ed ora non desidero più di vedere altra luce che non sia la tua… Sì. Ti vedo quale sei sotto questa veste di pietà che è il corpo che hai preso. Ti vedo! Udite la voce di colui che nel morire vedé la Luce di Dio!». La gente si affolla intorno al vecchio ispirato che è nel gruppo di Gesù e che, non più sorreggendosi sul bastoncello, alza le braccia tremule, la testa tutta bianca, dalla barba lunga, una vera testa da patriarca o profeta. «Io vedo Costui: l’Eletto, il Supremo, il Perfetto, qui sceso per forza d’Amore, risalire alla destra del Padre, tornare Uno con Lui. Ma ecco! Come vero Corpo lo vedo salire all’Eterno. Corpo sfolgorante! Corpo glorioso! Oh! Corpo divino! Oh! Bellezza dell’Uomo Dio! E’ il Re! Sì. E’ il Re. Non di Israele: del mondo. E a Lui si inchinano tutte i re della terra e ogni scettro e corona si annulla nello splendore del suo scettro e dei suoi gioielli. Guardate, o popoli, il Re eterno! Ti vedo! Ti vedo! Salgo con Te… Ah! Signore! Redentore nostro!… La luce cresce nel mio occhio dell’anima… Il Re è decorato del suo Sangue! È su una croce… Ecco l’Uomo! Eccolo! Sei Tu!… Signore, per la tua immolazione abbi pietà del tuo servo. Gesù, alla tua pietà consegno il mio spirito». Il vecchio, sin allora in piedi, tornato giovane nel fuoco del profetare, si accascia di improvviso a terra e cadrebbe se Gesù, pronto, non lo sorreggesse contro il suo petto. «Saul!». «Muore Saul!». «Aiuto!». «Correte». «Pace intorno al giusto che muore» dice Gesù, che lentamente si è inginocchiato per poter sostenere meglio il vecchio sempre più pesante. Si fa silenzio. Poi Gesù lo depone completamente a terra. E si alza. «Pace al suo spirito. E’ morto vedendo la Luce. Nell’attesa, e breve sarà, vedrà anche il volto di Dio e starà felice. Non c’è morte, ossia separazione dalla vita, per coloro che muoiono nel Signore». La gente, dopo qualche tempo, si allontana commentando. Restano le autoritá, Gesù, i suoi e il capo della sinagoga. «Ha profetato, Signore?». «I suoi occhi hanno visto la Verità. Andiamo». Escono. «Maestro, Saul è morto investito dallo Spirito di Dio. Noi che l’abbiamo toccato siamo mondi o immondi?». «Immondi». «E Tu?». «Io come gli altri. Non cambio la Legge. La Legge è legge e l’israelita la osserva. Siamo immondi. Tra il terzo e il settimo giorno ci purificheremo. Sino allora, siamo immondi. Giuda, io non torno da tua madre. Non porto immondezza nella sua casa. Falla avvisare da chi può farlo. Pace a questa città. Andiamo».
ANDANDO DAI PASTORI. I GIOIELLI DI AGLAE E UNA PARABOLA SULLA SUA CONVERSIONE.
Gesù cammina fra i discepoli per una strada lungo il torrente. Giovanni è rosso in faccia, carico di una grossa bisaccia ben gonfia. Giuda porta invece quella di Gesù, unita alla sua. Simone non ha che la sua e i mantelli. Gesù ha la sua veste ed i suoi sandali. Però la madre di Giuda la deve aver fatta lavare, perché è senza pieghe. «Quanta frutta! Belli quei vigneti su quelle colline!», dice Giovanni che non perde il suo buon umore nonostante il caldo e la fatica. «Maestro, è questo il fiume sulle cui sponde i nostri padri raccolsero i grappoli miracolosi?». «No, è l’altro, e più a sud. Ma tutta la regione era luogo benedetto da frutti abbondanti». “Ora non lo è più tanto, per quanto la regione sia ancora bella”. «Troppe guerre hanno devastato il territorio. Qui si formó Israele… ma per formarsi dovette versare sangue suo e dei nemici». «Dove li troviamo i pastori?». «A circa 8 chilometri da Ebron, sulle rive del fiume di cui chiedevi prima».
«Oltre quel colle, allora». «Sí, oltre». «Fa molto caldo. È estate… Dove andiamo dopo, Maestro?». «In un luogo ancor più caldo. Ma vi prego di venire. Viaggeremo di notte. Le stelle sono tanto chiare che non c’è molto buio. Vi voglio mostrare un luogo…». «Una città?». «No… Un luogo… che il Maestro vi farà capire… forse meglio delle sue parole». «Abbiamo perduto dei giorni con quello stupido incidente. Ha rovinato tutto… e mia madre, che tanto aveva fatto, è rimasta delusa. Non so poi perché Tu hai voluto allontanarti per purificarti».
«Giuda, perché chiami stupido un fatto che fu una vera grazia per un fedele di Dio? Non vorresti tu, per te, una morte simile? Aveva atteso tutta la vita il Messia; era venuto, pur essendo anziano, per strade scomode ad adorarlo quando gli dissero: “È venuto”. Aveva conservato in cuore per trent’anni la parola di mia Madre. L’amore e la fede lo hanno riempito di fuoco divino, nell’ultima ora che Dio gli concedeva. Il cuore gli si è spezzato per la troppa gioia. Quale morte migliore di questa? Ha rovinato la festa che tu avevi preparata? Cerca di vedere in quello che è successo, una risposta di Dio. Non si deve mescolare ciò che è dell’uomo con ciò che è di Dio… Tua madre mi vedrá ancora. Quel vecchio non mi avrebbe più visto. Tutta Keriot può venire al Cristo, il vecchio Saul non aveva più forze per farlo. Sono stato felice di aver raccolto sul mio cuore il vecchio padre morente e di avergli raccomandato lo spirito. E per il resto.., per la purificazione…. Perché dare scandalo mostrando quasi di avere disprezzo alla Legge? Per dire: “Seguitemi” occorre camminare. Per portare su una via santa bisogna fare la stessa via e dare per primo l’esempio. Come avrei potuto, o come potrei dire: “Siate fedeli alla Legge”, se poi io stesso non dessi l’esempio?». “Credo che questo sia la causa della nostra decadenza, Maestro”, osserva Simone. “I rabbi e i farisei mettono dei pesi addosso al popolo attraverso i numerosi precetti e poi… poi la loro vita è piena di vizi”.
«Sono come Erode… », dice Giuda Iscariota. «Sì, Giuda. Ma le stesse colpe sono anche nei gruppi sociali dominanti che si dicono, se lo dicono loro stessi, santi. Che ne dici, Maestro?», dice Simone. «Dico che in Israele, solo se vi sarà un pugno di persone fedeli, che siano un vero lievito e un vero incenso, si formerà il pane e si profumerà l’altare». «Che vuoi dire?». «Voglio dire che, se ci sarà chi accoglierá Me e la Mia Verità con cuore onesto, la Verità si spargerà come un lievito nella massa della farina, cioè in mezzo alla gente e come incenso che salirá fino a Dio per onorarlo». «Che ti ha detto quella donna?», chiede Giuda. Gesù non risponde. Si rivolge a Giovanni: «Pesa molto e tu fatichi tanto. Dammi il tuo carico». «No, Gesù. Sono abituato ai pesi e poi… mi diventa leggero solo al pensiero della gioia che procurerá ad Isacco». All’ombra del bosco, sull’altro versante, ci sono le pecore di Elia. E i pastori, seduti all’ombra, le guardano. Vedono Gesù e corrono. «La pace sia su di voi. Qui siete?». «Eravamo in pensiero per Te… e per il ritardo… incerti se venirti incontro o ubbidire… abbiamo deciso di arrivare fin qui… per ubbidire a Te e al nostro amore insieme. Dovevi esser qui da molti giorni». «Abbiamo dovuto fermarci…». «Ma… nulla di male?». «No, nulla, amico. Solo la morte di un uomo fedele a Dio sul mio petto. Non altro». «Cosa vuoi che accadesse, pastore? Quando le cose sono ben preparate… Certo bisogna saperle preparare, e preparare i cuori a riceverle. La mia città ha onorato il Cristo nel modo migliore possibile. Non è vero, Maestro?». «È vero. Isacco, durante il ritorno siamo passati, da Sara. Anche la città di Jutta, senza altra particolare preparazione, eccetto quella della sua semplice bontà, ha saputo capire le cose piú essenziali della mia dottrina e amare, di un amore pratico, disinteressato e santo. Ti ha mandato vestiti e cibo, Isacco, e alle offerte sparpagliate sul tuo lettuccio, tutti hanno voluto aggiungere qualcosa per te, che ritorni ad una vita sana e normale e che sei privo di tutto. Tieni. Io non porto mai denaro. Ma questo l’ho preso perché è stato dato con grande carità». «No, Maestro, tienilo …sono abituato a farne senza». «Ora dovrai andare per i paesi in cui ti manderò. E ti serve. L’operaio ha diritto alla sua ricompensa anche se è un operaio di anime… perché ancora c’è un corpo da nutrire, corpo che si puó paragonare ad un asinello che aiuta il padrone (l’anima!). E anche l’asinello (il corpo!) deve nutrirsi. Non è molto. Ma tu saprai fare… Giovanni in quella bisaccia ha vestiti e sandali. Gioacchino ha preso ii suoi. Saranno grandi per te,… ma c’è tanto amore nel dono!». Isacco prende la bisaccia e si ritira a vestirsi dietro un cespuglio. Era ancora scalzo e avvolto nella sua bizzarra coperta, trasformata in mantello. «Maestro», dice Elia. «Quella donna… quella donna che sta nella casa di Giovanni… quando Tu eri via da tre giorni e noi pascolavamo le pecore sui prati pubblici di Ebron, e per questo non ci potevano cacciare, quella donna, dicevo, ci mandò una serva con questa borsa e dicendo che ci voleva parlare… Non so se ho fatto bene… ma per la prima volta ho restituito la borsa e ho detto: “Non ho nulla da ascoltare da te”… Poi lei mi ha fatto dire: “Vieni in nome di Gesù” e sono andato… Ha aspettato che non ci fosse il suo… insomma l’uomo che la mantiene… Quante cose ha voluto… anzi, voleva sapere. Ma io… ho detto poco. Per prudenza. È una prostituta. Temevo fosse un tranello per Te. Mi ha chiesto chi sei, dove stai, che fai, se sei un signore… Io ho detto: “È Gesù di Nazaret, è dappertutto perché è un maestro e va insegnando per la Palestina”; ho detto che sei un uomo povero, semplice, un operaio che la Sapienza ha fatto sapiente… Non di più». «Hai fatto bene», dice Gesù; e contemporaneamente Giuda esclama: «Hai fatto male! Perché non hai detto che è il Messia, che è il Re del mondo? Bisogna schiacciarla, la superba romana, sotto la potenza di Dio!». «Non mi avrebbe capito… E poi? Non ero sicuro che fosse sincera? L’hai detto tu, quando la vedesti, cosa è lei. Potevo gettare le cose sante (e tutto ciò che è Gesù è santo) in bocca a lei? Potevo mettere in pericolo Gesù dando troppe notizie? Da tutti puó essere tradito, ma non da me». «Andiamo noi, Giovanni, a dirle chi è il Maestro, a spiegarle la verità santa». «Io no. A meno che Gesù me lo ordini». «Hai paura? Che vuoi che ti faccia? Hai schifo? Non ne ha avuto il Maestro!». «Non ho paura e nemmeno schifo. Ho pietà di lei. Ma penso che, se Gesù voleva, poteva fermarsi ad istruirla. Non lo ha fatto… non è necessario che lo facciamo noi». «Allora non c’erano segni di conversione… Ora… Fai vedere, Elia, la borsa». E Giuda rovescia su una parte del mantello, poiché era seduto sull’erba, il contenuto della borsa. Anelli, bracciali d’oro e d’argento, braccialetti, una collana d’oro: «Tutti gioielli!… Che ce ne facciamo?». «Si possono vendere», dice Simone. «Sono cose inutili», obbietta Giuda che però li ammira. «Gliel’ho detto anche io, nel prenderli; ho anche detto: “Il tuo uomo ti picchierá”. Mi ha risposto: “Non è roba sua. È mia, ed io ne faccio ciò che voglio. So che è oro, frutto del peccato… ma diventerà buono se è usato per chi è povero e santo. Purché si ricordi di me”, e piangeva». «Va’, Maestro! Va’ a trovarla». «No». «Mandaci Simone». «No». «Allora vado io». «No». I «no» di Gesù sono decisi e carichi di autioritá. «Ho fatto male, Maestro, a parlare con lei e a prendere quell’oro?», chiede Elia che vede Gesù serio. «Non hai fatto male. Ma non c’è nulla di più da fare». «Ma forse quella donna vuole salvarsi ed ha bisogno di essere ammaestrata… », obbietta ancora Giuda. «Poco fa vi ho parlato di lievito. Udite una breve parabola. Quella donna è farina. Una farina in cui il Maligno ha mescolato le sue polveri di inferno. Io sono il lievito. Ossia la mia parola è il lievito. Ma se c’è troppa pula nella farina, o alla farina è mescolato fango, sabbia oppure cenere si puó fare un buon pane anche se il lievito è buono? Non si può fare. Occorre che con pazienza si tolga dalla farina la pula, la cenere, il fango e la sabbia. La Misericordia passa come un setaccio… Dapprima fa passare brevi verità fondamentali. Cioè quelle che sono necessarie per esser capite da uno che è completa ignoranza e che è nel vizio. Se l’anima le accoglie, comincia la prima purificazione. Poi c’è il setaccio dell’anima stessa, che confronta la sua vita, i suoi comportamenti, con le veritá che ha imparato. E ne ha orrore della sua vita. E continua la sua opera di purificazione. E dopo aver tolta un po’ di cenere, di fango, di sabbia, arriva anche a togliere anche un po’ di farina, ma mischiata ancora con materiale ancora pesante, troppo pesante per dare ottimo pane. A questo punto é tutta pronta. Allora, ripassa la Misericordia e si immette in quella farina preparata (anche questa è preparazione, Giuda), e la rialza e la trasforma in pane. Ma è un lavorío lungo e richiede molta “buona volontà” dell’anima. Quella donna… quella donna ha già in sé quel minimo che era giusto darle e che le può servire a completare il suo lavoro. Lasciamo lo completi, se vorrà farlo, senza disturbarla. Tutto disturba un’anima che sta lavorando su se stessa: la curiosità, lo zelo fuori posto, la severitá come anche la eccessiva pietà».«Allora non ci andiamo?». «No. E, affinché nessuno fra voi sia tentato, partiamo subito. Nel bosco c’è ombra. Ci fermeremo nella valle del Terebinto. E là ci separeremo. Elia tornerà ai suoi pascoli con Levi. Mentre Giuseppe verrà con Me fino vicino a Gerico. Poi… ci riuniremo di nuovo. Tu, Isacco, continua a fare ciò che hai fatto a Jutta, andando da qui, per Arimatea e Lidda, sino a raggiungere Doco. Là ci ritroveremo. C’è da preparare per andare in Giudea. E tu sai come farlo. Come hai fatto a Jutta». «E noi?». «Voi? Verrete con me, l’ho detto, per vedere la mia preparazione. Anche Io mi sono preparato alla missione». «Andando da un rabbi?». «No». «Da Giovanni?». «Da Giovanni ricevetti solo il battesimo». «E allora?». «Betlemme ha parlato con le pietre ed i cuori. Anche lì dove ti porto, Giuda, le pietre ed un cuore, il mio, parleranno e ti daranno risposta». Elia, che ha portato latte e pane scuro, dice: «Ho cercato, mentre aspettavo, e con me ha cercato anche Isacco, di persuadere quelli di Ebron… Ma non credono a Te, non vogliono che Giovanni. È il loro “santo” e non vogliono che quello». «Peccato comune a molti paesi e a molti credenti presenti e futuri. Guardano l’operaio e non il padrone che ha mandato l’operaio. Chiedono all’operaio senza neppur dirgli: “Di’ al tuo padrone questo”. Dimenticano che l’operaio c’è perché c’è il padrone, e che è il padrone che istruisce l’operaio e lo rende pronto al lavoro. Dimenticano che l’operaio può intercedere. Ma uno solo può concedere: il padrone. In questo caso, Dio e la Sua Parola con Lui. Non importa. Io ne soffro, ma non ho rancore. Andiamo».
