Ancora un discorso di Gesù a Giuda
NELLA CASA DELLO STESSO GIUDA, VICINO A KERIOT, SULLA EQUIVOCA ACCOGLIENZA CHE GIUDA HA PREPARATO A GESÚ.
Gesú con i discepoli sono arrivati alla casa di Giuda, vicino a Keriot, invitati dallo stesso Giuda. «Permetti che vada avanti, Maestro?». «Va’ pure». E Giuda parte. «Maestro, Giuda ha fatto le cose in grande» dice Simone. «Ne avevo sospetto. Ma ora ne sono sicuro. Tu dici, Maestro, e dici bene: spirito, spirito… Ma lui… lui non la intende così. Non ti capirà mai… o è molto lento a capire» corregge poi, per non addolorare Gesù. Gesù sospira e tace. Giuda esce con sua madre, una donna sulla cinquantina circa. E’ piuttosto alta, non quanto il figlio, al quale ha dato i suoi occhi neri ed i suoi capelli ricci. Ma gli occhi di lei sono miti, piuttosto tristi, mentre quelli di Giuda sono arroganti e furbi. «Ti saluto, Re d’Israele» dice prostrandosi in un vero saluto da suddita. «Concedi alla tua serva di ospitarti». «Pace a te, donna. E Dio sia con te e con tuo figlio». «Oh! si! con mia figlio!». E’ più un sospiro che una risposta. «Alzati, madre. Ho una Madre anche io e non posso permettere che tu mi baci i piedi. In nome di mia Madre ti bacio, donna. E’ tua sorella… nell’amore e nel destino doloroso di madri di coloro che sono segnati dal dolore». «Che vuoi dire, Messia?» chiede Giuda, un poco inquieto. Ma Gesù non risponde. Sta abbracciando la donna che ha rialzata dal suolo benignamente e che ora bacia sulle guance. E poi, tenendola per mano, va verso casa. Entrano in una stanza fresca, a cui fanno ombra leggere tende a righe. Vi sono pronte delle bibite fresche e della frutta fresca. Ma prima la madre di Giuda chiama una serva e questa porta acqua e asciugamani, e la padrona vorrebbe scalzare Gesù e lavargli i piedi polverosi. Ma Gesù si oppone: «No, madre. La madre è troppo una santa creatura, specie quando è onesta e buona come sei tu». La madre guarda Giuda… uno sguardo strano. E poi va via. Gesù si è rinfrescato. Quando sta per rimettersi i sandali, la donna torna con un paio di sandali nuovi. «Ecco, Messia nostro. Credo di aver fatto bene… come Giuda voleva… Mi ha detto: “Un poco più lunghi dei miei e uguali ai miei in larghezza”. «Ma perché, Giuda?». «Non mi vuoi concedere di offrirti qualche dono? Non sei il mio Re e Dio?». «Sì, Giuda. Ma non dovevi dare tanto fastidio a tua madre. Tu lo sai come io sono…» «Lo so. Sei santo. Ma devi apparire “Re” santo. Così ci si impone. Nel mondo, che per al 90% è formato da stupidi, bisogna imporsi con la presenza. Io questo lo so». Gesù si è allacciati i sandali nuovi, che arrivano fino alla caviglia. Molto più belli dei suoi semplici sandali da operaio e simili ai sandali di Giuda, che sono quasi scarpe da cui si vede solo qualcosa del piede. «Anche la veste, mio Re. L’avevo preparata per il mio Giuda… Ma egli te la dona. E’ lino, fresco e nuovo. Permetti che una madre ti vesta… come fossi il figlio suo». Gesù torna a guardare Giuda… ma non dice niente. Si slaccia il gancio della veste, al collo, e fa cadere l’ampia tunica dalle spalle, rimanendo con la piccola tunica di sotto. La donna gli infila la bella veste nuova. Gli offre una cintura molto ricamata. Gesù certo si sentirà bene nelle vesti fresche e senza polvere. Ma non pare molto felice. Intanto gli altri si sono a loro volta lavati e puliti. «Vieni, Maestro. Sono del mio povero frutteto. E questo è il succo di mele che mia madre sta preparando. Tu, Simone, forse preferisci questo vino bianco. Prendi. E’ della mia vigna. E tu, Giovanni? Come il Maestro?». Giuda gongola nel poter mescere nei bei calici di argento, nel mostrare che è uno che può permettersi tutto quello. Sua madre parla poco. Guarda… guarda… guarda il suo Giuda… e più ancora guarda Gesù… e quando Gesù, prima di mangiare, le offre la più bella delle albicocche, le dice: «Prima la madre sempre!». La madre comincia a bagnarsi le guance di lacrime. «Mamma. Il resto è fatto?» chiede Giuda. «Sì, figlio mio. Credo aver fatto tutto bene. Ma io sono sempre cresciuta qui e non so… non so gli usi dei re». «Quali usi, donna? Quali re? Ma che hai fatto, Giuda?». «Ma non sei Tu il promesso Re d’Israele? E’ ormai tempo che il mondo ti saluti come tale, e ciò deve accadere per la prima volta qui, nella mia città, nella mia casa. Io ti venero tale. Per amore di me e per rispetto al tuo nome di Messia, di Cristo, di Re, che i Profeti ispirati da Yahvé ti hanno dato, non mi smentire». «Donna, amici. Vi prego. Ho bisogno di parlare con Giuda. Devo dargli ordini precisi». La madre e i discepoli si ritirano. «Giuda, che hai fatto? Tanto poco mi hai capito fino ad ora? Perché abbassarmi al punto di fare di Me solo un potente della terra, anzi, di uno che si dá da fare per esser potente? E non capisci che questo tuo comportamento offende la mia missione ed è di ostacolo ad essa? Sì. Non negare. Ostacolo. Israele è sottomessa a Roma. E tu! e tu! Oh! Giuda! Ma che speri da una mia sovranità politica? Che speri? Ti ho dato tempo di pensare e decidere. Ti ho parlato ben chiaro sin dalla prima volta. Ti ho anche respinto perché sapevo… perché so, sì, perché so, leggo, vedo ciò che è in te. Perché mi vuoi seguire, se non vuoi essere quale voglio Io? Vattene, Giuda. Non danneggiarti e non danneggiare me… Va’. E’ meglio per te. Non sei operaio adatto a quest’opera… E’ troppo al disopra di te. In te c’è superbia; c’è aviditá, c’è prepotenza… anche tua madre ha paura di te…; in te c’è tendenza alla menzogna… No. Non così deve essere il mio seguace. Giuda, Io non ti odio. Io non ti maledico. Ti dico solo, e col dolore di chi vede che non riuscirá a cambiarti, nonostante il mio amore per te, ti dico solo: va’ per la tua strada, fatti largo nel mondo, ammesso che tu voglia questo, ma non stare con Me. La mia via!… La mia reggia! Sai dove sarò Re? Sai quando sarò proclamato Re? Quando sarò alzato su un legno infame e per mantello avrò il mio Sangue, per corona delle spine intrecciate, per insegna un cartello di scherno, per trombe, cembali, organi e cetre che saluteranno il Re proclamato, le bestemmie di tutto un popolo: del mio popolo. E sai per opera di chi, tutto questo? Di uno che non mi avrà capito. Che nulla avrà capito. Cuore di pietra, in cui la superbia, la lussuria e l’avarizia avranno generato un groviglio di serpenti che serviranno ad esser catena per Me e… e maledizione per lui. Gli altri non conoscono così chiaramente la mia sorte. E, ti prego, non la dire. Questo rimanga fra Me e te. Del resto… è un rimprovero… e tu tacerai per non dire: “Fui rimproverato…”. Hai inteso, Giuda?». Giuda è diventato di color viola. Sta in piedi, davanti a Gesù. E’ confuso, a testa bassa… Poi si getta in ginocchio e piange con la testa sulle ginocchia di Gesù: «Ti amo, Maestro. Non mi respingere. Sì. Sono un superbo, sono uno stupido. Ma non mi mandare via. No, Maestro. Sarà l’ultima volta che manco. Hai ragione. Non ho riflettuto. Ma anche in questo errore c’è amore per te. Volevo darti tanto onore… e che gli altri te lo dessero… perché ti amo. Tu lo hai detto tre giorni fa: “Quando sbagliate senza malizia, per ignoranza, non è errore ma giudizio imperfetto, da bambini, ed Io sono qui per farvi diventare adulti”. Ecco, Maestro, io sono qui contro le tue ginocchia… mi hai detto che sarai un padre per me…, e ti chiedo perdono, ti chiedo di fare di me un “adulto” e adulto santo… Non mi mandare via, Gesù, Gesù, Gesù… Non tutto è malvagio in me. Tu vedi, per Te ho lasciato tutto e sono venuto. Tu sei l’amore del povero, infelice Giuda, che vorrebbe darti solo gioia e ti dà dolore invece…» «Basta, Giuda. Ancora una volta ti perdono…». Gesù pare affaticato… «Ti perdono sperando… sperando che tu in futuro mi comprenda». «Sì, Maestro. Sì. E ora però… ora… non mi smentire. Tutta Keriot sa che io venivo col Discendente di Davide, il Re d’Israele… e si è preparata a riceverti, questa mia città… Avevo creduto di far bene… di farti vedere come si fa per essere temuti e ubbiditi… e di farlo vedere a Giovanni, a Simone, e attraverso loro agli altri che ti amano, ma ti trattano da uguale… Anche mia madre sarebbe ridicolizzata come madre di un figlio bugiardo e pazzo. Per lei, Signore mio… E ti giuro che io…». «Non giurare a Me. Giura a te stesso, se puoi, di non peccare più in questo senso. Per la madre e per i cittadini non li offenderó, andando via senza fermarmi. Alzati». «Che dici agli altri?». «La verità…» «Nooh!».
«La verità: che ti ho dato ordini per oggi. C’è sempre modo di dire, con carità, la verità. Andiamo. Chiama tua madre e gli altri». Gesù è piuttosto severo. Non riprende a sorridere se non quando torna Giuda con la madre e i discepoli. La donna scruta Gesù. Ma lo vede benigno. Si rassicura. «Vogliamo andare a Keriot? Sono riposato e ti ringrazio, madre, di tutte le tue bontà. Il Cielo ti ricompensi e dia, per la carità che mi fai, riposo e gioia al marito che piangi».
La donna cerca di baciargli la mano, ma Gesù le pone la mano sulla testa con una carezza, e non glielo permette. «Il carro è pronto, Maestro. Vieni».
Fuori, infatti, sta giungendo un carro tirato dai buoi, un bel carro comodo, su cui sono messi cuscini a fare da sedile e sopra c’è una tenda di stoffa rossa.
«Sali, Maestro». «La madre, prima». La donna sale e poi Gesù e gli altri. «Qui, Maestro». (Giuda non lo chiama più re). Gesù si siede sul davanti, al suo fianco Giuda. Dietro, la donna e i discepoli. Il conducente sferza i buoi e li fa camminare, camminando lui al loro fianco. Il tragitto è breve. Un quattrocento metri, poco più, poi ecco si vedono le prime case di Keriot. Un bimbetto guarda, sulla via piena di sole, e poi parte come un razzo. Quando il carro giunge alle prime case, autoritá e popolo sono a riceverlo con drappi e rami, e rami e drappi, per le vie, da casa a casa. Grida di giubilo e inchini fino a terra. Gesù, ormai non può farne a meno, dall’alto del suo traballante trono saluta e benedice. Il carro prosegue e poi gira, oltre una piazza, in una via, e si ferma davanti ad una casa che ha già il portone spalancato, e su esso due o tre donne. Si fermano. Scendono. «La mia casa è tua, Maestro». «Pace ad essa, Giuda. Pace e santità». Entrano. Oltre il vestibolo c’è una larga sala con divani bassi e con tanti mobili lavorati. Con Gesù
e gli altri, entrano le autoritá del luogo. Inchini, curiosità, festosità solenne.
Un vecchio imponente pronuncia un discorso: «Grande fortuna, per la cittá di Keriot averti, o Signore. Grande fortuna! Giorno felice! Fortuna per averti e fortuna per vedere che ti è amico e aiuto un figlio di questa cittá. Lui benedetto che ti ha conosciuto prima di ogni altro! E Tu benedetto cento volte, per esserti manifestato, Tu, l’Atteso da generazioni e generazioni. Parla, Signore e Re. I nostri cuori attendono la tua parola come terra assetata». «Grazie, chiunque tu sia. Grazie. E grazie a questi cittadini che al Verbo del Padre, al Padre di cui sono il Verbo, hanno inchinato i loro cuori. Perché sappiate che non al Figlio dell’uomo che vi parla, ma al Signore altissimo va reso grazie e onore. Lodiamo il Signore vero, il Dio di Abramo che ha avuto pietà e amore del suo popolo e ad esso concede il Redentore promesso. Non a Gesù, servo dell’eterna Volontà, ma a questa Volontà d’amore gloria e lode». «Parli da santo… Io sono il capo della Sinagoga. Non è Sabato. Ma vieni nella mia casa. A spiegare la Legge, Tu, su cui, si riflette la Sapienza». «Verrò». «Il mio Signore forse è stanco…». «No, Giuda. Mai stanco di parlare di Dio e non voglio deludere i cuori». «Vieni, allora» insiste il capo della sinagoga. «Tutta Keriot è li fuori che ti attende». «Andiamo».
Escono. Gesù cammina fra Giuda e il capo della sinagoga. Poi, intorno, autoritá e folla, folla, folla. Gesù passa e benedice. La sinagoga è sulla piazza. Entrano. Gesù va al posto di chi insegna. Comincia a parlare, tutto bianco nella splendida veste, il volto ispirato, le braccia alzate.
