Un piano per liberare Giovanni Battista. Giuda vende i gioielli di Aglae.

CON TRE APOSTOLI SUL MONTE DEL DIGIUNO E AL MASSO DELLA TENTAZIONE

«Ed eccoci giunti dove volevo». Gesú è con Giovanni, Simone e Giuda Iscariota. Il monte dove Gesù aveva digiunato per 40 giorni è roccioso. Un luogo proprio selvaggio. Gesù si guarda intorno e ripete: «Sì, qui vi volevo portare. Qui il Cristo si è preparato alla sua missione». «Ma qui non c’è nulla!». «Non c’è nulla, l’hai detto». «Chi c’era con te?». «Il mio spirito e il Padre». «Ah! Vi fermaste per poche ore!». «No, Giuda. Non per poche ore. Per molti giorni…». «Ma chi ti serviva? Dove dormivi?». «Nessuno mi serviva, dormivo in questa caverna dove venivano a dormire anche gli asini. Avevo come amici le piccole lepri che venivano a rodere le erbe selvagge quasi ai miei piedi… Mi serviva da cibo e da bevanda ciò che è cibo e bevanda per i fiori selvatichi, cioè, la rugiada notturna e la luce del sole. Nient’altro altro». «Ma perché?». «Per prepararmi bene, come tu dici, alla mia missione. Le cose ben preparate riescono bene. Tu lo hai detto. E la mia missione, non era una piccola, inutile cosa da mettere in luce Me, Servo del Signore, ma di far capire agli uomini chi è Dio e, attraverso questa comprensione, farlo amare in spirito di verità. Povero quel servo del Signore che pensa soltanto a far trionfare se stesso e non a far trionfare Dio; che pensa soltanto a cercare il proprio utile, a mettersi su un piedistallo, al di sopra degli altri e non gli interessi di Dio. Costui non è più servo di Dio, anche se esternamente sembra tale. È un mercante, un trafficante, un falso che inganna se stesso, gli uomini e vorrebbe ingannare Dio… uno sciagurato che si crede un principe ed è soltanto uno schiavo… Uno schiavo del Demonio, il suo re di menzogna. Qui, in questa caverna, il Cristo per molti giorni visse di penitenze e di preghiera per prepararsi alla sua missione. E dove vorresti fossi andato a prepararmi, Giuda?». Giuda è perplesso, disorientato. Alla fine risponde: «Ma non saprei… Pensavo… da qualche rabbi… presso gli esseni… non so». «E potevo trovare un rabbi che mi dicesse più di quanto mi diceva la Potenza e la Sapienza di Dio? E potevo io, io Verbo eterno del Padre, io che c’ero giá quando il Padre creò l’uomo e so di quale spirito immortale e spirituale, e di quali capacitá e libertá il Creatore l’abbia dotato, andare ad attingere scienza e capacità da quelli che negano l’immortalità dell’anima negando la finale risurrezione, e negano la libertà dell’uomo addossando virtù e vizi, azioni sante e malvagie, al destino, che dicono fatale e invincibile? Ah! no. Avete un destino. Sì. Lo avete. Nella mente di Dio che vi crea c’è un destino per voi. Lo vuole il Padre. Ma è un destino d’amore, di pace, di gloria: “la santità d’esser suoi figli”. Questo è il destino che, presente alla mente divina dal momento nel quale col fango fu fatto Adamo, sarà sempre presente fino all’ultima creazione dell’anima dell’ultimo uomo. Il Padre, peró, non vi costringe, non vi toglie la libertá, nella vostra condizione di re. Il re, se è schiavo, non è più re. Voi siete re perché siete liberi nel vostro piccolo regno individuale. Nel vostro io. In esso potete fare ciò che volete e come volete. Di fronte e ai confini del vostro piccolo regno avete un Re amico e due potenze nemiche. Il Re Amico vi mostra le regole che Egli ha date per far felici quelli che sono suoi. Ve le mostra. Vi dice: “Eccole. Con queste regole è sicura la vostra eterna vittoria”. Ve le mostra, Egli, il Saggio e Santo, perché voi possiate, se volete farlo, praticarle e averne gloria eterna. Le due potenze nemiche sono Satana e la carne. Con la parola “carne” intendo le vostre e le insidie del mondo, ossia, le ricchezze, i piaceri, gli onori, i poteri che si ricevono dal mondo e nel mondo e che non sempre si ricevono onestamente; e meno ancora si sanno usare onestamente se per un complesso di cause, l’uomo le riceve. Satana, maestro della carne e del mondo, parla anche per esso e per la carne. Anche lui ha le sue regole… Oh! se le ha! E poiché l’io è fasciato di passioni e vizi e le passioni e i vizi tendeno all’io come le scaglie di ferro sono attirate dalla calamita, e poiché il Seduttore inganna dolcemente, è più facile andare verso le sue regole, tendere verso queste potenze, dire loro: “Vi considero amiche. Entrate”. Entrate… Avete mai visto un alleato che resti tale sempre, senza chiedere il cento per uno per un aiuto dato? Così fanno queste potenze sataniche. Entrano… E diventano padroni. Padroni? No, aguzzini. Vi legano ai loro vizi, vi incatenano, non vi lasciano più alzare il collo dal loro peso, e la loro frusta vi flagella fino al sangue, se cercate di liberarvi. Se arrivate fino al fondo nel peccato, ecco allora che passa la Misericordia, l’Unica che può ancora aver pietà di quella ripugnante miseria. E la Misericordia, l’Unica che passa, si china, la raccoglie, la medica, la risana e le dice: “Vieni. Non temere. Non ti guardare. Le tue piaghe non sono più che cicatrici, ma sono così innumerevoli che ti farebbero orrore, tanto ti deturpano. Ma io non ti guardo quelle, guardo la tua volontà. E ti dico: ti amo. Vieni con Me”, e la porta nel suo Stato. Allora voi capite che Misericordia e Re amico sono una stessa persona. Ritrovate le regole che Egli vi aveva mostrate e che voi non avete voluto seguire. Ora lo volete… e giungete alla pace della coscienza prima, alla pace di Dio dopo. Ditemi, allora. Questo destino fu imposto da Uno Solo per tutti, o fu individualmente voluto da ognuno per sé?». «Fu voluto da ognuno ». «Hai detto bene, Simone. Per prepararmi, potevo io andare da coloro che negavano la risurrezione e il dono di Dio? No, certamente! Per questo sono venuto qui. Ho preso in mano la mia vita umana e me la sono lavorata con gli ultimi ritocchi, rifinendo il lavoro di trent’anni di umiltá e di preparazione per andare ben preparato al mio ministero.
Ora io vi chiedo di stare con me qualche giorno, in questa caverna. Sarà sempre meno triste la pausa, perché saremo quattro amici che si rafforzano contro le tristezze, le paure, le tentazioni, i bisogni del corpo. Io, allora, ero solo. Ora siamo in estate e la temperatura è meno penosa. Io venni qui, da solo, in un inverno rigido. Ora io… io ho bisogno di strappare due anime a Satana. Non c’è che soltanto la penitenza che lo possa fare. Vi chiedo un aiuto. Sarà formazione anche per voi. Imparerete come si strappano le anime a Satana. Non tanto con le parole, quanto col sacrificio… Le parole!… Il frastuono satanico impedisce che le parole siano udite… Ogni anima, preda di Satana, è circondata da voci infernali… Volete rimanere con Me? Siete liberi! Se non volete, potete andare. Io resto lo stesso. Ci ritroveremo a Tecua, presso il mercato». «No, Maestro, io non ti lascio», dice Giovanni; mentre Simone contemporaneamente esclama: «Tu ci onori volendoci con te in questa salvezza delle 2 anime». Giuda Iscariota… non sembra molto entusiasta. Ma fa buon viso al… destino e dice: «Io resto». «Prendete allora quei recipienti di pelle, riempitele d’acqua portatele dentro; e, prima che il sole diventi piú caldo, spaccate un po’ di legna e accumulatela. La notte, qui, è rigida anche d’estate, e non tutte le bestie sono pacifiche. Un po’ la accenderete subito. Là, di quella pianta di acacia gommosa. Brucia bene. Guarderemo dalle fessure per scacciare col fuoco serpenti e scorpioni. Andate». Intanto è notte fonda. Una notte tutta stellata. Gesù è seduto sull’apertura della caverna e parla ai tre che fanno cerchio attorno a Lui. «Amici, sì. La sosta è finita. Questa sosta. L’altra volta durò quaranta giorni… E vi dico ancora: era inverno su questi pendii… e non avevo cibo. Un poco più difficile di questa volta, non è vero? So che avete sofferto anche ora. Il poco che avevamo e che vi ho dato è stato niente, specialmente per la fame dei giovani. È stato sufficiente soltanto per non farvi venir meno. L’acqua ancora di meno. Il calore è troppo forte durante il giorno. E voi direte che ciò non c’era nell’inverno. Ma allora c’era un vento secco. Adesso non vi ho dato tutto da mangiare, perché ho conservato gli ultimi pani e l’ultimo formaggio con l’ultima sacca d#acqua per il ritorno… Io so cosa fu il ritorno, stanco ed esaurito come ero, nella solitudine del deserto… Raccogliamo le nostre cose e andiamo. La notte è ancor più chiara rispetto a quando venimmo. Andiamo. Ricordatevi questo posto. Sappiate ricordare agli altri come si preparò il Cristo e come si preparano gli apostoli. E anche come Io insegno a prepararsi: con il digiuno e la penitenza». Si alzano. Simone, con un ramo, mischia la cenere, da dove si alza una fiamma, prima di sperderle col piede, gettandovi sopra delle erbe secche. Da quella fiamma accende una frasca e la tiene alta, all’ingresso della tana, per fare un po’ di luce, mentre Giuda e Giovanni raccolgono mantelli, sacche e dei piccoli recipienti di pelle, di cui solo uno è ancora pieno d’acqua. Poi spegne la frasca contro la roccia, si carica della sua sacca e si mette il mantello, come tutti, legandoselo alla vita perché non dia fastidio nel camminare. Scendono in silenzio uno dietro l’altro per un sentiero ripidissimo, mettendo in fuga piccoli animali che brucano le poche erbe che ancora resistono al sole. Il cammino è lungo e scomodo. Finalmente giungono in pianura. Il cammino è più svelto e comodo. In alto le stelle sono sempre più belle. Camminano, camminano, camminano per ore. La pianura è sempre più secca e triste. Camminano ancora. Poi Gesù si ferma presso la roccia dove fu tentato da Satana. «Fermiamoci qui. Sedete. Fra poco ci sarà il canto del gallo. Camminiamo da sei ore e dovete avere fame, sete e stanchezza. Prendete. Mangiate e bevete, seduti qui, attorno a Me, mentre Io vi dico ancora una cosa che voi direte agli amici e al mondo». Gesù ha aperto la sua sacca e ne ha tratto pane e formaggio, che taglia e distribuisce, e dalla sua zucca piena d’acqua mescola acqua in una ciotoletta e la distribuisce anche. «Tu non mangi, Maestro?». «No. Io vi parlo. Udite. Una volta ci fu uno, un uomo, che mi chiese se ero mai stato tentato. E mi chiese anche se non avevo mai peccato. E mi chiese se, alla tentazione, non avevo mai ceduto. E che si stupì perché io, il Messia, avevo chiesto, per resistere, l’aiuto del Padre dicendo: “Padre, non mi indurre in tentazione”».
Gesù parla piano, calmo, come narrasse un fatto a tutti sconosciuto… Giuda abbassa la testa come uno che è impacciato. Infatti era stato proprio lui a fare quelle domande a Gesú, tempo addietro. Ma gli altri sono tanto attenti a guardare Gesù che non lo vedono. Gesù continua: «Ora voi, amici miei, potete sapere ciò che solo un poco seppe quell’uomo. Dopo il battesimo, ero purificato, ma non si è mai purificati abbastanza di fronte all’Altissimo; e avere l’umiltà di dire “sono uomo e peccatore” è già un battesimo che purifica il cuore. Per questo sono venuto qui. Ero stato chiamato “l’Agnello di Dio” da colui Giovanni, il quale, santo e profeta, vedeva la Verità e vedeva scendere lo Spirito sul Verbo e ungerlo del suo crisma d’amore, mentre la voce del Padre riempiva i cieli dicendo: “Ecco il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto”. Tu, Giovanni, eri presente quando il Battista ha ripetuto le parole… Dopo il battesimo, benché purificato per natura e purificato come modello, volli “prepararmi”. Sì, Giuda. Guardami. Il mio occhio ti dica ciò che ancor tace la bocca. Guardami, Giuda. Guarda il tuo Maestro che non si è sentito superiore all’uomo, pur essendo il Messia e che anzi, sapendo di essere Uomo, ha voluto esserlo in tutto, fuorché nel cedere al male. Ecco, così». Ora Giuda ha alzato il viso e guarda Gesù che ha di fronte. La luce delle stelle fa brillare gli occhi di Gesù come fossero due stelle fisse in un pallido volto. «Per prepararsi ad essere maestri bisogna essere stati scolari. Io tutto sapevo come Dio. La mia intelligenza mi poteva anche fare capire le lotte dell’uomo. Ma un giorno qualche mio povero amico, qualche mio povero figlio, avrebbe potuto dire e dirmi: “Tu non sai cosa vuol dire essere uomo e avere sentimenti, emozioni, piaceri e passioni”. Sarebbe stato un rimprovero giusto nei miei riguardi. E allora, io sono venuto qui, anzi là, su quel monte, per prepararmi… non solo alla missione… ma alla tentazione. Vedete? Qui dove siete voi, io fui tentato. Da chi? Da un mortale? No. Troppo lieve sarebbe stato il suo potere. Sono stato tentato da Satana, direttamente. Ero sfinito. Da quaranta giorni non mangiavo… Ma, finché ero impegnato a pregare nella gioia del parlare con Dio, tutto si era annullato, più che annullato: tutto era sopportabile. Lo sentivo come un disagio della materia, circoscritto alla materia sola… Poi sono tornato nel mondo… sulle vie del mondo… e ho sentito i bisogni di chi vive nel mondo. Ho avuto fame. Ho avuto sete. Ho sentito il freddo pungente della notte desertica. Ho sentito il corpo stanco dalla mancanza del riposo, del letto, e dal lungo cammino fatto in condizioni di stanchezza tale che mi impediva di andare oltre… Perché ho una carne anche io, amici. Una vera carne. Ed essa è soggetta alle stesse debolezze che hanno tutte le carni. E con la carne ho un cuore. Sì. Dell’uomo ho preso la prima e la seconda delle tre parti che compongono l’uomo. Ho preso la materia con le sue esigenze e il morale con le sue passioni. E, se per mia volontà ho dominato, fin dal loro apparire, tutte le passioni non buone, ho lasciato crescessero potenti come alberi secolari tutte le sante passioni dell’amore filiale, dell’amore verso la Patria, delle amicizie, del lavoro, di tutto quanto è ottimo e santo. E qui ho sentito nostalgia si mia Mamma lontana, qui ho sentito bisogno delle sue cure sulla mia debolezza umana, qui ho sentito rinnovarsi il dolore di essermi staccato dall’Unica persona, mia Madre, che mi amasse perfettamente, qui ho presentito il dolore che mi aspetta e il dolore del suo dolore, povera Mamma, che non avrà più lacrime, tante ne dovrà spargere per il suo Figlio e per opera degli uomini… Ho pianto… La tristezza… richiamo magico per Satana. Non è peccato esser tristi se il momento è doloroso. È peccato cedere alla tristezza e cadere in pigrizia o in disperazione. Ma Satana subito arriva quando vede uno che è caduto in tristezza e depressione. Ed è venuto. Vestito da un pacifico viandante. Satana assume sempre aspetti benevoli e comprensivi… Avevo fame… e avevo i trent’anni nel sangue. Mi ha offerto il suo aiuto. E prima mi ha detto: “Di’ a queste pietre che diventino pane”. Ma prima ancora… sì… prima ancora mi aveva parlato della donna… Oh! egli ne sa parlare. La conosce a fondo. L’ha corrotta per prima, per farne poi sua alleata di corruzione. Non sono solo il Figlio di Dio. Sono Gesù, l’operaio di Nazaret. Ho detto a quell’uomo che mi parlava allora, chiedendomi se conoscevo tentazione, e quasi mi accusava di esser ingiustamente beato per non aver peccato: “La tentazione scompare quando non è soddisfatta. Non è così! La tentazione respinta non scompare ma si fa più forte, anche perché Satana l’aizza”. Ho respinto la tentazione e della fame della donna e della fame del pane. E sappiate che Satana mi prospettava la prima, e non aveva torto, umanamente parlando, come la migliore alleata per affermarsi nel mondo. La Tentazione, non vinta dal mio: “Non di solo senso vive l’uomo”, mi parlò allora della mia missione. Voleva sedurre il Messia dopo aver tentato il Giovane. E mi spronò ad umiliare gli indegni ministri del Tempio con un miracolo… Ma non si tenta Dio, chiedendo miracoli a fini umani. Questo voleva Satana. Il motivo presentato era il pretesto; la verità era: “Gloriati d’esser il Messia”, per portarmi all’altra passione: quella dell’orgoglio. Non essendo stato vinto dalla mia risposta: “Non tenterai il Signore Dio tuo”, mi tentò con la terza forza della sua natura: l’oro, la ricchezza, il denaro, il potere. Oh! l’oro! Grande cosa il pane e più grande la donna per chi ha bramosia di cibo o di piacere. Grandissima cosa l’applauso delle folle per l’uomo… Per queste tre cose quanti delitti si fanno! Ma l’oro… Ma l’oro… Chiave che apre ogni porta, esso è l’inizio e la fine del novantanove per cento delle azioni umane. Per il pane e la donna l’uomo diviene ladro. Per il potere anche omicida. Ma per l’oro diviene un dio, diviene adoratore di se stesso. Il re dell’oro, Satana, mi ha offerto il suo oro purché lo adorassi… L’ho trafitto con le parole eterne: “Adorerai solo il Signore Dio tuo”. Qui. Qui è successo tutto questo». Gesù si è alzato. Sembra più alto del solito. Anche i discepoli si alzano. Gesù continua a parlare fissando intensamente Giuda. «Allora sono venuti gli angeli del Signore… L’Uomo aveva vinto la triplice battaglia delle tre tentazioni. L’Uomo sapeva cosa voleva dire essere uomo e aveva vinto. Era stanco. La lotta era stata più stanchevole del lungo digiuno… Ma lo spirito giganteggiava… Io credo che ne hanno trasalito i Cieli a questo mio completamento di creatura dotata di cognizione. Io credo che da quel momento è venuto in Me, come uomo, il potere di miracolo. Ero stato Dio. Ero divenuto l’Uomo. Ora, vincendo l’animale che era unito alla natura dell’uomo, ecco io ero l’Uomo-Dio. Lo sono. E come Dio tutto posso. E come Uomo tutto conosco. Fate anche voi come Me, se vorrete fare ciò che Io faccio. E fatelo in memoria di Me. Quell’uomo che mi fece le domande, si stupiva che avessi chiesto l’aiuto del Padre. E l’avessi pregato di non indurmi in tentazione. Di non lasciarmi cioè in balia della Tentazione oltre le mie forze. Credo che quell’uomo, ora che sa, non se ne stupirà più. Fate anche voi così, in memoria di Me e per vincere come Me, e non dubitate mai della mia natura di vero Uomo oltre che di Dio, vedendomi forte in tutte le tentazioni della vita, vittorioso nelle battaglie dei cinque sensi, della sensualità e del sentimento. Ricordatevi di tutto ciò. “Anche Io mi sono preparato”. Lo vedete che era vero. Vi ringrazio di avermi fatto compagnia in questo ritorno nel luogo natale e nel luogo penitenziale. I primi contatti col mondo mi avevano già nauseato e sconfortato. È troppo brutto. Ora la mia anima si è nutrita della fusione col Padre nella preghiera e nella solitudine. E posso tornare nel mondo per riprendere la mia croce, la mia prima croce di Redentore: quella del contatto col mondo. Col mondo, nel quale troppo poche sono le anime che si chiamano Maria, che si chiamano Giovanni… Ora udite, soprattutto tu, Giovanni. Torniamo verso la Madre e verso gli amici. Io ve ne prego: non dite alla Madre tutto questo. Ne soffrirebbe troppo. Soffrirà per questa crudeltà dell’uomo tanto, tanto, tanto… ma non presentiamole il calice fin da ora. Sarà tanto amaro, quando le sarà dato! Così amaro che, come un veleno, le scenderà nelle viscere sante e nelle vene e gliele morderà, le gelerà il cuore. Oh! non dite alla Madre mia che Betlem ed Ebron mi hanno respinto come un cane! Pietà per Lei! Tu, Simone, sei vecchio e buono, sei spirito di riflessione e non parlerai, lo so. Tu, Giuda, sei giudeo e non parlerai per orgoglio regionale. Ma tu, Giovanni, tu, galileo e giovane, non cadere in peccato di orgoglio, di critica, di crudeltà. Taci. Più tardi… più tardi dirai agli altri quello che ora ti dico tacere. Anche agli altri. Vi è già tanto da dire sul Cristo. Mi promettete tutto ciò?». «Oh! Maestro! Sì che te lo promettiamo! Sta’ sicuro!». «Grazie. Andiamo sino a quella piccola oasi. Là vi è una sorgente d’acqua, una cisterna piena di fresche acque e c’è ombra e verde. Potremo trovare cibo fino a sera. Poi aspetteremo Giuseppe e ci uniremo a lui. Andiamo».
E si incamminano, mentre l’alba, dice che sta sorgendo un nuovo giorno

AL GIORDANO CON I PASTORI SIMEONE, GIOVANNI E MATTIA. UN PIANO PER LIBERARE IL BATTISTA

La strada che costeggia il fiume Giordano, grazie al suo tratto ombroso, è molto frequentata da persone in entrambe le direzioni. Ci sono anche file di asinelli che vanno e vengono, e uomini che li accompagnano. Su un tratto di riva del fiume tre uomini pascolano le loro poche pecore. Sulla strada, Giuseppe, fermo, guarda in sú e in giù. Da lontano, spunta Gesù
con tre discepoli. Giuseppe chiama i pastori e questi spingono sulla via le pecorelle, facendole camminare sulla zona erbosa. Vanno svelti incontro a Gesù. «Io quasi non oso… Che gli diró…?». «Oh! è tanto buono, il Maestro! Gli dirai: “La pace sia con Te”. Anche Lui saluta sempre così». «Lui sì… ma noi…». «Ed io chi sono? Non sono neppure uno dei suoi discepoli, e mi vuole giá tanto bene… oh! un bene!». «Chi è Gesú?». «Quello più alto e biondo».
«Gli parleremo di Giovanni Battista, Mattia?». «Oh! sì!». «Non crederà che l’abbiamo preferito a Lui?». «Ma no, Simeone. Se è il Messia, vede nei cuori e vedrà nel nostro cuore che nel Battista cercavamo ancora Lui». «Hai ragione». Ormai i due gruppi sono a pochi metri l’uno dall’altro. Gesù già sorride del suo sorriso che non si può descrivere. Giuseppe affretta il passo. Le pecore si danno a trottare anche loro; spinte dai mandriani. «La pace sia con voi», dice Gesù alzando le braccia come per un abbraccio. E specifica: «La pace a te Simeone, Giovanni e Mattia, miei fedeli, e fedeli di Giovanni il Profeta! Pace a te, Giuseppe», e lo bacia sulla gota. Gli altri tre sono ora in ginocchio. «Venite, amici. Sotto queste piante, e parliamo». Scendono verso il fiume, e Gesù siede su una grossa radice sporgente, gli altri a terra sull’erba. Gesù sorride e li guarda fisso fisso, uno per uno: «Lasciate che io conosca le vostre facce. I vostri cuori già li conosco come quelli di giusti che vogliono fare il Bene, da loro considerato come la cosa migliore che ci possa essere. Vi porto il saluto di Isacco, Elia e Levi. E un altro saluto, quello della Madre mia. Notizie del Battista ne avete?». Gli uomini, sin qui silenziosi per la soggezione, si rincuorano. Trovano parole: «È ancora in prigione. E il nostro cuore trema per lui, perché è nelle mani di un crudele dominato da una donna infernale e circondato da una corte corrotta. Noi, Giovanni lo amiamo… Tu lo sai che lo amiamo e che egli merita il nostro amore. Dopo che Tu, bambino, lasciasti Betlemme, noi fummo perseguitati dagli uomini… ma più che dal loro odio, rimanemmo addolorati per avere perduto Te. Poi, dopo anni di sofferenza, ecco che abbiamo sentito che il Battista era l’uomo di Dio, predetto dai Profeti per preparare le vie al suo Cristo, e siamo andati da lui. Ci siamo detti: “Se egli lo precede, andando da lui lo troveremo”. Perché eri Tu, Maestro, quello che cercavamo». «Lo so. E mi avete trovato. Io sono con voi». «Giuseppe ci ha detto che Tu sei venuto a trovare il Battista. Noi non c’eravamo quel giorno. Forse eravamo andati per lui in qualche parte. Noi lo servivamo, quando ci chiedeva qualcosa, e lo faceva con tanto amore; e noi con amore l’ascoltavamo, benché fosse tanto severo, ma diceva sempre parole di Dio». «Lo so. 3E questo non lo conoscete?», e indica Giovanni. «Lo vedemmo con altri galilei in mezzo alla gente più fedele al Battista. E, se non sbagliamo, tu sei quello che ha nome Giovanni e del quale egli diceva, a noi suoi intimi: “Ecco: io il primo, egli l’ultimo. E poi sarà: egli il primo ed io l’ultimo”. Ma non capimmo che cosa voleva dire». Gesù si volge alla sua sinistra dove c’è Giovanni e se lo attira verso di sé, con un sorriso ancor più luminoso, e spiega: «Egli voleva dire che egli era il primo a dire: “Ecco l’Agnello”, e che questi sarà l’ultimo degli amici del Figlio dell’uomo che parlerà alle folle dell’Agnello; ma che, nel cuore dell’Agnello, questi è il primo, perché gli è caro sopra ogni uomo. Questo voleva dire. Ma quando vedrete il Battista, lo vedrete ancora, e ancora lo servirete sino all’ora segnata, ditegli che non è egli l’ultimo nel cuore del Cristo. Non tanto per essere mio cugino, ma per la sua santità: egli è l’amato uguale a questo discepolo. E voi ricordatevelo. Ditegli che amo questo mio giovane discepolo, perché porta il suo stesso nome e perché in lui trovo i segni del Battista, preparatore di animi al Cristo». «Lo diremo… Ma lo vedremo ancora?». «Lo vedrete». «Sì. Erode non osa ucciderlo per paura del popolo e, in quella corte di avidità e corruzione, sarebbe facile liberarlo se avessimo molto denaro. Ma… ma, per quanto molto ci sia (gli amici hanno dato giá parecchio) ci manca molto ancora. E noi abbiamo gran paura di non fare a tempo… e che egli sia ucciso». «Quanto credete vi manchi per il riscatto?». «Non per il riscatto, Maestro. È troppo odiato da Erodiade, ed essa ha troppo influenza su Erode, per poter pensare che si giunga ad un riscatto. Ma… nella fortezza di Macheronte sono riuniti, io credo, tutti gli assetati di potere. Tutti vogliono godere, tutti vogliono grandeggiare, dai ministri ai servi. E per fare questo ci vuole denaro… Avremmo anche trovato chi per grossa somma lascerebbe uscire il Battista dalla prigione. Anche Erode forse lo desidera… perché ha paura. Non per altro. Paura del popolo e paura della moglie. Così farebbe contento il popolo e non sarebbe accusato dalla moglie di averla scontentata». «E quanto chiede questa persona?». «Venti talenti d’argento. Ne abbiamo solo dodici e mezzo». «Giuda, tu hai detto che quei gioielli sono molto belli». «Belli e preziosi». «Quanto potranno valere? Mi sembra che tu te ne intenda». «Sì, me ne intendo. Perché vuoi sapere il loro valore, Maestro? Li vuoi vendere? Perché?». «Forse… Di’: quanto potranno valere?». «Se ben venduti, almeno, almeno sei talenti». «Ne sei sicuro?». «Sì, Maestro. La collana sola, così grossa e pesante, d’oro purissimo, vale almeno tre talenti. L’ho guardata bene. E anche i bracciali… Non so neppure come i polsi sottili di Aglae li potessero sostenere». «Erano le sue catene, Giuda». «È vero, Maestro… Ma molti vorrebbero averle queste catene!». «Lo credi? Chi?». «Ma… molti!». «Sì, molti che di uomini hanno solo il nome… E conosceresti un possibile compratore?» «Li vuoi vendere davvero, insomma? E per il Battista? Ma guarda, è oro maledetto!». «Oh! incoerenza umana! Finisci ora di dire, con palese desiderio, che molti vorrebbero avere quell’oro, e poi lo chiami maledetto?! Giuda, Giuda!… E maledetto, sì. È maledetto! Ma ella lo ha detto: “Si santificherà servendo per chi è povero e santo”, e lo ha dato per questo, perché il beneficato preghi per la sua povera anima che, come embrione di una futura farfalla, si gonfia nel seme del cuore. Chi più santo e povero del Battista? Egli è per missione uguale ad Elia, ma per santità è più grande di Elia. Egli è più povero di Me. Io ho una Madre e una casa… Quando si hanno queste cose, pure e sante come le ho io, non si è mai poveri. Egli non ha più né una casa e neppure la tomba si sua madre. Tutto distrutto, profanato dalla cattiveria umana. Chi è dunque il compratore?». «Ce n’è uno a Gerico e molti a Gerusalemme. Ma quello di Gerico!!! Ah! è un furbo usuraio, corrotto, mercante d’amore, ladro patentato, forse omicida… di sicuro perseguitato da Roma. Si fa chiamare Isacco per sembrare un ebreo. Ma il suo vero nome è Diomede. Lo conosco bene…». «Lo vediamo!», interrompe Simone Zelote È uno che parla poco e vede tutto.. E chiede: «Come fai a conoscerlo tanto bene?». «Ma… sai… Per far piacere a degli amici potenti. Sono andato da lui… e ho fatto affari… Noi del Tempio… sai…». «Già!… fate tutti i mestieri», dice Simone ridendo. Giuda diventa rosso in faccia per la rabbia contro Simone, ma tace. «Può comprare?», chiede Gesù. «Io credo. Non gli manca mai il denaro. Certo bisogna saper vendere, perché quell’uomo è astuto, e se vede di avere a che fare con una persona onesta, lo spenna a dovere. Ma se ha a che fare con un avvoltoio come lui stesso…». «Vacci tu, Giuda. Sei il tipo adatto. Hai l’astuzia della volpe e la rapacità dell’avvoltoio. Oh! perdona, Maestro. Ho parlato prima di Te!», dice ancora Simone Zelote. «La penso come te, e perciò dico a Giuda di andare. Giovanni, va’ con lui. Noi vi raggiungeremo al tramonto del sole. Il luogo di ritrovo sarà presso la piazza del mercato. Vai. E cerca di ottenere quanto piú è possibile». Giuda si alza subito. Giovanni ha gli occhi imploranti di un cane bastonato. Ma Gesù parla di nuovo coi pastori e non vede questo sguardo implorante di Giovanni. E Giovanni si avvia dietro a Giuda. «Vorrei accontentarvi», dice Gesù. «Lo sappiamo, Maestro. L’Altissimo ti benedica per noi. Quell’uomo è tuo amico?». «Lo è. Perché me lo chiedi? Ne dubiti?». Il pastore Giovanni china il capo e tace. Parla il discepolo Simone: «Solo chi è buono sa vedere. Io non sono buono e non vedo quel che la Bontà vede. Io vedo solo l’esterno di una persona. Chi è Buono vede anche nell’interno della parsona. Anche tu, Giovanni, vedi come me. Ma il Maestro è buono… e vede…». «Che vedi, Simone, in Giuda? Vedo una belva feroce. Ma vorrei che fosse un piccolo ruscello di acqua fresca e pulita. Voglio vederlo cosí. Io voglio credere che Giuda sia così… Lo credo perché Tu lo hai preso. Tu che sai…». «Sì. Lo so… Ci sono molte pieghe nel cuore di quell’uomo, che non lasciano vedere tutto… Ma ci sono anche lati buoni. Lo hai visto a Betlemme e anche a Keriot. Va coltivato, questo lato buonoed innalzato ad una bontá spirituale. Allora Giuda sarà come tu vorresti che fosse. È giovane…». «Anche Giovanni è giovane…». «E tu concludi in cuor tuo: è migliore. Ma Giovanni è Giovanni! Amalo, Simone, questo povero Giuda… Te ne prego. Se lo amerai… ti sembrerá più buono». «Mi sforzo a farlo… per Te… Ma è lui che butta all’aria i miei sforzi… Ma, Maestro, io ho una legge sola: fare ciò che Tu vuoi. Perciò amo Giuda, nonostante qualcosa gridi in me contro di lui e verso me stesso». «Che cosa, Simone?». «Non so di preciso… Qualcosa che è come la sentinella di guardia nella notte… e che mi dice: “Non dormire! Osserva!”. Non so… Non ha nome questa cosa. Ma c’è… c’è in me qualcosa contro di lui». «Non ci pensare più, Simone. Non sforzarti a definire quel qualcosa. Fa male conoscere certe verità… e ti potresti sbagliare. Lascia fare al tuo Maestro. Tu dammi il tuo amore e pensa che esso mi fa felice…».

A GERICO. L’ISCARIOTA RACCONTA COME HA VENDUTO I GIOIELLI DI AGLAE.

Siamo nella piazza del mercato a Gerico. Di sera, in un lungo tramonto caldissimo di piena estate. La vasta piazza è vuota. Qualche raro passante, qualche ragazzino che prende a sassate gli uccelli che sono sulle piante della piazza. Qualche donna diretta alla fontana. E basta. Gesù arriva da una strada e si guarda intorno. Non vede ancora nessuno. Pazientemente si appoggia ad un tronco e aspetta, trovando modo di parlare ai ragazzini sulla carità che inizia verso Dio e scende dal Creatore verso tutte le creature. «Non siate crudeli. Perché ce l’avete con gli uccelli dell’aria? Hanno nidi lassù. Hanno i loro piccoli figli. Non fanno del male a nessuno. Ci danno canti e pulizia, mangiando i rifiuti dell’uomo e gli insetti che nuocciono al grano e alla frutta. Perché ferirli e ucciderli, privando i piccoli dei loro padri e delle loro madri, o questi dei loro piccoli? Sareste contenti che un malvagio entrasse nella vostra casa e ve la distruggesse, o che vi uccidesse i genitori o vi portasse lontano da loro? No, che non lo sareste. E allora perché fare a questi innocenti quello che non vorreste vi fosse fatto a voi? Come potrete un giorno non fare del male all’uomo, se da bambini vi indurite il cuore su creaturine pacifiche e gentili quali gli uccellini? E non sapete che la Legge dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso”? Chi non ama il prossimo non può neppure amare Dio. E chi non ama Dio, come può andare nella sua Casa e pregarlo? Dio potrebbe dirgli, e lo dice nei Cieli: “Va’ via. Non ti conosco. Figlio tu? No. Non ami i fratelli, non rispetti in loro, il Padre che li fece, perciò non sei fratello e figlio”. Vedete come ama Lui, il Signore eterno? Nei mesi più freddi fa trovare pieni i fienili perché in essi si annidino i suoi uccellini. Nei mesi piú caldi dà ombre di foglie per proteggerli dal sole. Nell’inverno nei campi c’è il grano appena coperto di terra; e facile è trovare il seme e nutrirsene. Nell’estate la sete si toglie con il succo della frutta e i nidi possono farsi ben solidi e caldi con i fili dei fienili e con la lana che le pecore lasciano quando passano attraverso le spine. Perché diventate crudeli con questi piccoli animali? Siate misericordiosi verso tutti, non privando nessuno di ciò che é giusto, né fra gli uomini fratelli, né fra gli animali, vostri servi e amici, e Dio…». «Maestro?», chiama Simone. «Giuda sta venendo». «…e Dio sarà con voi misericordioso, dandovi tutto quello che vi serve come lo dà a questi uccellini innocenti. Andate e portate con voi la pace di Dio». Gesù esce il cerchio dei ragazzi, al quale si erano uniti degli adulti, e va verso Giuda e Giovanni che vengono svelti da un’altra strada. Giuda è contento. Giovanni sorride a Gesù… ma non pare proprio felice. «Vieni, vieni, Maestro. Credo di aver fatto bene. Però vieni con me. Sulla strada non si può parlare». «Dove, Giuda?». «All’albergo. Ho già prenotato quattro stanze… oh! roba modesta, non temere. Tanto per potere riposare in un letto dopo tanta stanchezza in questo calore, e mangiare da uomini e non da uccelli, e parlare anche in pace. Ho venduto molto bene. Vero, Giovanni?».
Giovanni dice di sí, senza molto entusiasmo. Ma Giuda è talmente contento della sua opera che non nota né la poca contentezza di Gesù, per la prospettiva di un alloggio comodo, né l’ancor meno entusiastico atteggiamento di Giovanni. E prosegue: «Avendo venduto a più di quanto avevo stimato, ho detto: “É giusto ne levi una piccola somma, cento denari, per i nostri letti e per i nostri pasti. Se siamo sfiniti noi che abbiamo sempre mangiato, Gesù deve essere sfinito del tutto”. Devo stare attento che non si ammali, il mio Maestro! Dovere d’amore, perché Tu mi ami ed io ti amo… C’è posto anche per voi e per le pecore», dice ai pastori. «Ho pensato a tutto». Gesù non dice una parola. Lo segue insieme agli altri. Giungono ad una piazzetta secondaria. Giuda dice: «Vedi quella casa senza finestre sulla via e con quella porticina così stretta da parere una fessura? É la casa del battiloro Diomede. Sembra una povera casa, vero? Ma là dentro c’è tanto oro da comprare Gerico e… ah! ah!…», Giuda ride maligno…, «e in quell’oro si possono trovare anche molti bracciali e collane e vasi preziosii e… e anche altre cose di tutte le persone più influenti in Israele. Diomede… oh! tutti fingono di non conoscerlo ma tutti lo conoscono: dagli erodei a… a tutti, ecco. Su quel muro liscio, povero, si potrebbe scrivere: “Mistero e Segreto”. Se parlassero quelle mura! Altro che scandalizzarsi del modo come ho trattato l’affare, Giovanni! Anzi, senti Maestro. Non mi mandare più con Giovanni per certi affari. Per poco mi faceva fallire tutto. Non sa capire a volo, non sa essere furbo, e con un furbo come Diomede bisogna esser svelti e franchi». Giovanni mormora: «Dicevi certe cose! Così insensate e così… e così… Sì, Maestro. Non mi mandare più». «Difficilmente avremo ancora bisogno di simili vendite», risponde Gesù, che è serio. «Ecco là l’albergo. Vieni, Maestro. Parlo io perché… ho fatto tutto io». Entrano e Giuda parla col padrone, che fa condurre le pecore in una stalla, e poi conduce personalmente gli ospiti in una stanzetta dove sono due stuoie a letto, dei sedili e un tavolo pronto. Poi si ritira. «Parliamo subito, Maestro, mentre i pastori sono intenti a sistemare le pecore». «Ti ascolto». «Giovanni può dire se sono sincero». «Non ne dubito. Fra uomini onesti non deve esser necessario giuramento e testimonianza. Parla». «Siamo arrivati a Gerico verso le sei di pomeriggio. Eravamo sudati come asini. Non ho voluto dare impressione a Diomede di avere urgente bisogno. E prima sono venuto qui, e mi sono tutto rinfrescato e ho messo veste pulita, e così ho voluto facesse lui. Oh! non voleva saperne di mettersi i profumi e aggiustare i capelli… Ma io avevo fatto il mio piano, per strada!… Dopo che ci eravamo rinfrescati ho detto: “Andiamo”. Ormai eravamo riposati e freschi come due ricconi in viaggio di piacere. Quando siamo stati per arrivare da Diomede, ho detto a Giovanni: “Tu dimmi sempre di sí. Non dire mai di no e sii svelto a capire”. Ma era meglio se lo lasciavo fuori! Non mi ha aiutato per nulla. Anzi… Per buona sorte io valgo per due e ho riparato a tutto. Siamo entrati dopo che mi sono presentato. Quando mi ha visto, mi ha detto: “Ancora vuoi vendere oro? Sono momenti brutti e ho poco denaro”. La sua solita canzone. Gli ho risposto: “Non vengo a vendere. Ma a comperare. Hai gioielli per donna? Ma belli, ricchi, preziosi e pesanti, d’oro puro?”. Diomede è rimasto stupito. E ha chiesto: “Vuoi una donna?”. “Non te ne occupare”, gli ho risposto. “Non è per me. É per questo mio amico che è sposo e vuole comperare l’oro per la sua amata”. E qui Giovanni ha cominciato a fare il bambino. Diomede, che lo guardava, lo ha visto diventare una porpora e ha detto, da quel vecchio lurido che è: “Eh! il ragazzo, solo a sentire nominare la sposa, va in febbre d’amore. E molto bella la tua donna?”, ha chiesto. Ho dato un calcio a Giovanni per svegliarlo e fargli capire di non fare lo stupido. Ma ha risposto un “sì” così strangolato che Diomede si è insospettito. Allora ho parlato io: “Se bella o meno non ti deve interessare, vecchio. Fuori il tuo oro. Allora siamo andati giú nella caverna e Diomede ha aperto cofani e forzieri. Collane, bracciali, orecchini, reticelle di oro e pietre preziose per i capelli, fibbie, anelli… ah! che splendori! Con atteggiamento di superioitá ho scelto una collana su per giù come quella di Aglae, e anelli, fibbie, bracciali… tutto come quello che avevo nella borsa e in numero uguale. Diomede stupiva e chiedeva: “Ancora? Ma chi è costui? E la sposa chi è? Una principessa?”. Quando ho avuto tutto quel che volevo, ho detto: “Il prezzo?”. “Proprio perché sei tu, ti dirò la veritá. Senza esagerazioni. Ma meno di questo neppure una dramma. Chiedo dodici talenti d’argento”. “Ladro!”, ho detto. Ho detto: “Andiamo, Giovanni. A Gerusalemme troveremo qualcuno meno ladro di costui”. E ho fatto finta d’uscire. Mi è corso dietro. “Mio grande amico, meno non posso. Non posso proprio. Guarda. Faccio proprio uno sforzo e mi rovino. Lo faccio perché tu mi hai sempre dato la tua amicizia e mi hai fatto fare affari. Undici talenti, ecco. É quello che darei se dovessi comperare questo oro da uno che ha fame. Non uno spicciolo meno. Sarebbe come levare il sangue dalle mie vecchie vene”. Vero che diceva così, Giovanni? Faceva ridere e faceva nausea. Quando l’ho visto ben fermo sul prezzo ho fatto il colpo. “Vecchio sporco, sappi che non voglio comperare, ma vendere. Questo voglio vendere. Guarda: è bello come il tuo. Oro di Roma. Ti andrà a ruba. È tuo per undici talenti. Quanto hai chiesto per questo. Tu ne hai fatto la stima e tu paga”. Uh! allora!… “E’ un tradimento! Hai tradito la mia stima in te! Tu sei la mia rovina! Non posso dare tanto!”. “L’hai stimato tu. Paga”. “Non posso”. “Guarda che lo porto ad altri”. “No, amico e allungava le mani sul mucchio di gioielli di Aglae. “E allora paga: dodici talenti dovrei volere. Ma mi accontento della tua ultima richiesta”. “Non posso”. “Usuraio! Guarda che qui ho un testimone e ti posso denunciare come ladro…”, e gli ho detto anche altre virtù che non ripeto per questo ragazzo… Infine, poiché mi premeva vendere e fare presto, gli ho fatto una cosetta, fra me e lui, che non manterrò… Ma che valore ha una promessa fatta a un ladro? E ho concluso con dieci talenti e mezzo. Ecco, Maestro. Conta Tu stesso”. Entrano i pastori. «Amici. Qui sono dieci talenti e mezzo. Mancano solo cento denari che Giuda ha tenuto per le spese di alloggio. Prendete». «Tutti li dai?», chiede Giuda. «Tutti. Non voglio uno spicciolo di quel denaro. Noi abbiamo le offerteo di Dio e di coloro che onestamente cercano Dio… e non ci mancherà mai l’indispensabile. Credilo. Prendete e siate felici, come io lo sono, per il Battista. Domani andrete verso la sua prigione. Due, ossia Giovanni e Mattia. E ora mangiamo e riposiamo. Domani mattina presto, io parto coi miei. Altro non ho da dirvi per ora. Più tardi saprete di Me».

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