Verso Gerusalemme, al Tempio e al Getsemani. Gesú soffre a causa di Giuda. Incontro con Lazzaro di Betania.
GESÙ SOFFRE A CAUSA DI GIUDA, CHE È UNA LEZIONE VIVENTE PER GLI APOSTOLI DI OGNI TEMPO
Gesù è in campagna. È seduto in un frutteto e mangia della frutta che gli ha offerto un contadino. Maestro noi siamo rimasti stupiti nell’ascoltarti. Vicini, come siamo, alla Città Santa, andiamo di frequente in essa per vendere frutta e verdure. E allora si sale anche al Tempio e si sentono i rabbi. Ma non parlano per niente affatto, come parli tu. Quando tornavamo, dicevamo: “Se è come dicono loro, chi si salva?”. Tu invece! Oh! Sembra di avere il cuore alleggerito! Un cuore che torna bambino pur restando uomo. Sono rozzo… non mi so spiegare, ecco. Ma Tu capisci certo».
«Sì. Ti capisco. Tu vuoi dire che dopo avere ascoltato la Parola di Dio, senti rinascere in te, nel tuo cuore, la semplicità, la fede, la purezza e ti pare di tornare bambino, senza colpe e malizie, con tanta fede, come quando per mano della mamma salivi al Tempio per la prima volta o pregavi sulle sue ginocchia. Questo vuoi dire». «Questo, sì, proprio questo, Maestro. Felici voi che siete sempre con Lui!», dice poi a Giovanni, Simone e Giuda, che mangiano i fichi ben maturi, seduti su un basso muretto. Poi conclude: «E me felice per averti ospite per una notte, Maestro. Non temo più sciagura in questa mia casa, perché la tua benedizione è entrata in essa». Gesù risponde: «La benedizione opera e dura se i cuori rimangono fedeli alla Legge di Dio ed alla mia dottrina. In caso contrario la grazia finisce. Ed è giusto. Perché se è vero che Dio dà sole e aria tanto ai buoni come ai cattivi, affinché i buoni si facciano migliori e i cattivi si convertano, è anche giusto che la protezione del Padre vada anche ad altri, a castigo di chi non vuole convertirsi, per richiamarlo, con delle pene, al ricordo di Dio». «Allora non è sempre male il dolore?». «No, amico. É un male dal lato umano, ma dal punto di vista di Dio è un bene. Aumenta i meriti dei giusti che lo subiscono senza disperarsi e senza ribellarsi e che lo offrono a Dio, offrendosi con la loro rassegnazione, come sacrificio di espiazione per le proprie manchevolezze e le colpe del mondo, ed è redenzione per coloro che giusti non sono». «É tanto difficile soffrire!», dice il contadino, al quale si sono uniti i famigliari, una decina fra adulti e bambini. «Lo so che l’uomo lo trova difficile. Ma non è il Padre che dá dolore ai figli. Il dolore venne nel mondo per la colpa. Ma quanto dura il dolore sulla Terra? Nella vita di un uomo? Poco tempo. È sempre poco, anche se dura tutta la vita. Ascoltate: non è meglio soffrire per poco tempo, anziché per sempre? Non è meglio soffrire qui che nel Purgatorio? Pensate che il tempo là è moltiplicato per uno a mille. Per questo vi dico di non maledire il dolore, ma di benedirlo. Il dolore si dovrebbe chiamarlo “grazia”. «Oh! le tue parole, Maestro! Noi le ascoltiamo e le beviamo come un assetato, d’estate, beve acqua fresca da una fontana zampillante. Vai proprio via domani, Maestro?». «Sì, domani. Ma tornerò ancora. Per ringraziarti di quanto hai fatto per Me e per questi miei amici, e per chiederti ancora un pane e un riposo». «Sempre, Maestro, qui li troverai sempre». Intanto arriva un uomo con un asinello carico di verdure. «Ecco. Se il tuo amico, Giovanni, vuole andare… Mio figlio va a Gerusalemme per il grande mercato del venerdí”. «Vai, Giovanni. Tu sai quello che devi fare. Fra quattro giorni ci rivedremo. La mia pace sia con te». Gesù abbraccia Giovanni e lo bacia. Anche Simone fa lo stesso. «Maestro», dice Giuda. «Se Tu lo permetti, andrei con Giovanni. Mi preme vedere un amico. Ogni sabato è a Gerusalemme. Andrei con Giovanni sino a Betfage e poi andrei per conto mio… E’ un amico di casa… sai… mia madre mi ha detto…». «Non ti ho chiesto nulla, amico». «Mi piange il cuore a lasciarti, dice Giuda. Ma fra quattro giorni sarò con Te di nuovo. E sarò così fedele che ti verrò anche a noia». «Vai pure. Fra quattro giorni, all’alba fatevi trovare alla porta dei Pesci. Addio, e Dio ti vegli». Giuda bacia il Maestro e se ne va vicino all’asino che trotterella per la via polverosa. La sera scende sulla campagna che si fa silenziosa. Gesù è rimasto al suo posto per qualche tempo. Poi si alza, gira dietro la casa, cammina lungo il frutteto. Si isola. Si inginocchia. Prega… e poi si curva, con la faccia sull’erba, e piange. Un pianto sconfortato, senza singhiozzi, ma tanto triste. Passa del tempo così. Arriva Simone. Guarda, cerca e distingue la forma rannicchiata del Maestro. Capisce che Gesù è triste per i sospiri. «Maestro», chiama. Gesù alza il volto. «Tu piangi, Maestro? Perché?». «Vieni, Simone, amico». Gesù si è seduto sull’erba. Simone gli si siede vicino. «Perché sei triste, Maestro mio? Io non sono Giovanni e non saprò darti tutto quanto ti dà lui. Ma è in me il desiderio di darti ogni conforto. E ho solo un dolore, quello di essere incapace di farlo. Dimmi: ti ho forse dato dei dispiaceri in questi ultimi giorni al punto che il dover stare con me ti accascia?». «No, amico buono. Non mi hai mai dato dispiaceri dal momento che ti ho visto. E credo che non mi farai mai piangere». «E allora, Maestro? Non sono degno delle tue confidenze. Ma per l’età quasi ti potrei essere padre. Lascia che io ti accarezzi come se fossi un mio figlio e che ti faccia, in quest’ora di sofferenza, da padre e da madre. É di tua Madre che Tu hai bisogno per dimenticare tante cose…». «Oh! sì! É di mia Madre!». «Ebbene, in attesa di essere consolata da Lei, lascia al tuo servo la gioia di consolarti. Tu piangi, Maestro, perché evidentemente qualcuno ti ha dato dei dispiaceri. Da vari giorni il tuo viso è come un sole offuscato da dense nuvole. Io ti vedo. La tua bontà nasconde la tua ferita, affinché noi non odiamo colui che ti ferisce. Ma questa ferita fa male e ti dà nausea. Ma dimmi, mio Signore, perché non allontani la causa della sofferenza?». «Perché è inutile umanamente e sarebbe anti-carità». «Ah! Tu hai capito che io parlo di Giuda! É per lui che soffri, vero? Come puoi, Tu, Verità, sopportare quel bugiardo? Egli mente e non cambia mai. É falso più di una volpe. È duro più di un macigno. Ora è andato via. Che va a fare? Quanti amici ha? Non voglio lasciarti. Ma vorrei seguirlo e vedere… Oh! Gesù mio! Quell’uomo… allontanalo, Maestro mio». «É inutile. Quello che deve essere sarà». «Che vuoi dire?». «Nulla di speciale». «Tu lo hai lasciato andare volentieri perché… perché stai ancora pensando al suo comportamento vergognoso a Gerico». “È vero. Simone, Io ti dico ancora: quello che deve essere, sarà. E Giuda è parte di questo futuro. Ci deve essere anche lui». «Ma Giovanni mi ha detto che Simon-Pietro è tutto schiettezza e fuoco… Lo sopporterà costui?». «Lo deve sopportare. Giuda è il vostro insegnamento vivente». «Il nostro?». «Sì. Il vostro. Il Maestro non è eterno sulla Terra. Se ne andrà dopo aver mangiato il più duro pane e bevuto il più aspro vino. Ma voi resterete e sarete i mei prolungamenti… e dovete sapere. Perché il mondo non finisce col Maestro. Ma dura oltre, sino al ritorno finale del Cristo e al giudizio finale dell’uomo. E in verità ti dico che per un Giovanni, un Pietro, un Simone, un Giacomo, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, vi sono almeno altrettante volte sette Giuda. E più, più ancora…» Simone riflette e tace. Poi dice: «I pastori sono buoni. Giuda li disprezza. Ma io li amo». «Io li amo e lodo». «Sono anime semplici come piacciono a Te». «Giuda è vissuto in città». «Sua unica scusa. Ma tanti lo sono, vissuti in città, eppure… Quando verrai dal mio amico?». «Domani, Simone. E ben volentieri, perché siamo Io e te, soli. Penso sia uomo colto ed esperto come te». «E’ molto sofferente… Nel corpo e più nel cuore. Maestro… vorrei pregare di una cosa: se non ti parla delle sue tristezze, Tu non interrogarlo sulla sua casa». «Non lo farò. Io sono per chi soffre, ma non forzo nessuno a farmi delle confidenze. Il pianto ha il suo pudore e va rispettato…». «Ed io non l’ho rispettato… Ma mi hai fatto tanta pena…». «Tu sei mio amico e già avevi dato un nome al mio dolore. Io per il tuo amico sono il Rabbi sconosciuto. Quando mi conoscerà… allora… Andiamo. La notte è venuta. Non facciamo attendere gli ospiti che stanchi sono. Domani all’alba andremo a Betania».
Gesù dice poi:
«Quante volte ho pianto colla faccia a terra per gli uomini! E voi vorreste esser da meno di Me? Anche per voi i buoni sono nella proporzione che vi era fra i buoni e Giuda. E più uno è buono e più ne soffre. Ma anche per voi, e questo dico specialmente per coloro che sono preposti alla cura dei cuori, è necessario imparare studiando Giuda. Tutti siete dei “Pietro”, voi sacerdoti. E dovete legare e slegare. Ma quanto, quanto, quanto spirito di osservazione, quanta fusione in Dio, quanto studio vivo, quante comparazioni col metodo del vostro Maestro dovete fare per esserlo come dovete esserlo! A qualcuno sembrerà inutile, umano, impossibile. Sono i soliti che negano le fasi umane della mia vita, e di Me fanno una cosa tanto fuor della vita umana da esser solo persona divina. Dove va allora la Santissima mia Umanità, dove il sacrificio della Seconda Persona della Trinitá a vestire una carne? Oh! Io ero veramente Uomo fra gli uomini. Ero l’Uomo. E perciò soffrivo vedendo il traditore e gli ingrati. E perciò gioivo di chi mi amava o a Me si convertiva. E perciò fremevo e piangevo davanti al cadavere spirituale di Giuda. Ho fremuto e pianto davanti al morto amico Lazzaro. Ma sapevo che l’avrei richiamato alla vita e gioivo di vederlo già con lo spirito nel Limbo. Qui… qui avevo di fronte il Demonio. E di più non dico. Tu seguimi, Giovanni. Diamo agli uomini anche questo dono. E poi… Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e si sforzano di fare ciò che essa dice. Beati quelli che vogliono conoscermi per amarmi. In loro e a loro Io sarò benedizione».
L’INCONTRO CON LAZZARO DI BETANIA
È l’inizio di una giornata piena di sole. Gesù e Simone camminano lungo una stradetta. Vanno verso dei magnifici frutteti e campi di lino. Altri campi, più lontani, mostrano solo il rosso dei papaveri. «Vedi, Maestro. Siamo già vicini alla casa dell’amico mio”. «É molto ricco il tuo amico!» «Molto. Ma non felice. La sua casa ha possessi anche altrove». «É fariseo?». «Il padre non lo era. Lui… è molto osservante. Ti ho detto: un vero israelita». Camminano ancora un poco. Ecco un alto muro; poi, oltre questo, piante e piante, dalle quali appena appena si vede la casa. Girano l’angolo. Ecco il cancello pesante di ferro lavorato. Simone batte col pesante battente di bronzo. «È ancora molto presto, Simone», dice Gesù. «Oh! il mio amico si alza presto. La notte per lui è un tormento. Maestro, dagli un po’ della tua gioia». Un servo apre il cancello. «Aseo, ti saluto. Di’ al tuo padrone che Simone lo Zelote è venuto, col suo Amico». Il servo parte di corsa, dopo averli fatti entrare dicendo: «Il vostro servo vi saluta. Entrate: la casa di Lazzaro è aperta agli amici». Dopo poco esce Lazzaro. Sempre magro e pallido, alto, dai capelli corti. Veste di lino bianchissimo e cammina a fatica, come chi ha male alle gambe. Quando vede Simone fa un gesto di affettuoso saluto e poi, come può, corre verso Gesù e si getta a ginocchio, curvandosi sino al suolo per baciare l’orlo della veste di Gesù, dicendo: «Io non sono degno di tanto onore. Ma, poiché tu mi onori nel venire a casa mia, vieni, entra, e sii padrone nella mia povera casa». «Alzati, amico. E ricevi la mia pace». Lazzaro si alza e bacia le mani di Gesù e lo guarda con venerazione mista a curiosità. Camminano verso la casa. «Quanto ti ho aspettato, Maestro! Ogni alba dicevo: “Oggi verrà”, e ogni sera dicevo: “E anche oggi non l’ho visto!”». «Perché mi attendevi con tanta ansia?». «Perché… che aspettiamo noi di Israele se non Te?».
«E tu credi che Io sia l’Atteso?». «Simone non ha mai mentito, né è una persona che si esalti per delle menzogne. L’età e il dolore lo hanno fatto maturo come un sapiente. E poi… anche se non ti avessi conosciuto per quello che tu dici, le tue opere avrebbero parlato e ti avrebbero detto “Santo”. Chi fa le opere di Dio deve essere uomo di Dio. E Tu le fai. E le fai in modo che dice quanto Tu sei l’Uomo di Dio. Egli, l’amico mio, è venuto a Te per ricevere di miracolo, e miracolo ricevette. E di altri miracoli so che la tua via è piena. Perché non credere allora che Tu sei l’Atteso? Oh! È così dolce credere ciò che è buono! Tante cose non buone dobbiamo fingere di crederle buone, per amor di pace, per non poterle cambiare; dobbiamo far finta di credere a tante parole che sembrano, lodi, e invece sono veleno coperto di miele, e siamo deboli contro tutto un mondo che è forte, e siamo soli contro tutto un mondo che ci è contro, nemico… Perché, allora, avere difficoltà a credere ciò che è buono? Del resto, i tempi sono maturi e i segni dei tempi ci sono. L’attesa è finita e c’è il Messia… Colui che renderà pace ad Israele e ai figli di Israele, Colui che… ci farà morire senza affanno, e vivere senza quel pungolo di nostalgie per i nostri morti… Oh! i morti! «É molto che ti è morto il padre?». «Tre anni mio padre e sette anni che mi è morta la madre… Ma non li rimpiango più da qualche tempo…
Anche io vorrei essere dove spero che siano, in attesa del Cielo». «In questo caso non avresti come ospite il Messia!». «È vero. Ora io sono da più di loro, perché ti ho… e il cuore si placa per questa gioia. Entra, Maestro. Concedimi l’onore di fare della mia casa la tua. Oggi è sabato e non posso farti onore, invitando anche gli amici…». «Non lo desidero. Oggi sono tutto per l’amico di Simone e mio». Entrano in una bella sala, dove dei servi sono pronti a riceverli. «Vi prego di seguirli», dice Lazzaro. «Vi potrete rinfrescare prima della colazione». E mentre Gesù e Simone vanno in altro luogo, Lazzaro dà ordini ai servi. La casa è ricca e signorile… Gesù beve del latte che Lazzaro gli vuole assolutamente servire personalmente prima di sedersi per la colazione. Lazzaro si rivolge a Simone e gli dice: «Ho trovato l’uomo che è disposto ad acquistare i tuoi beni e al prezzo offerto”. «Ma è disposto ad osservare le mie clausole?». «É disposto. Accetta tutto pur di essere in quelle terre. Ed io ne sono contento, perché almeno so con chi confino. Però, come tu vuoi rimanere assente alla vendita, così pure egli vuole rimanerti sconosciuto. Ed io ti prego di cedere a questo suo desiderio». «Non vedo motivo di non farlo. Tu, amico mio, mi farai le veci… Tutto sarà bene quello che fai. Mi basta solo che il mio servo fedele non sia messo sulla strada… Maestro, io vendo, e per mio conto sono felice di non avere più nulla che mi leghi ad una qualsiasi cosa che non sia il tuo servizio. Ma ho un vecchio servo fedele, l’unico che è rimasto dopo la mia sventura e che, già te l’ho detto, mi ha sempre aiutato nella mia solitudine, curando i miei beni come i propri, facendoli anzi passare, con l’aiuto di Lazzaro, per propri, per salvarmeli e potermi mantenere con essi. Ora non sarebbe giusto che io lo abbandonassi, adesso che è vecchio. Ho deciso che una piccola casa resti sua, e che parte della somma rimasta, gli sia data per il suo mantenimento futuro. I vecchi, sai? Sono come l’edera. Vissuti sempre in un posto, soffrono troppo ad esserne strappati. Lazzaro lo voleva con lui, perché Lazzaro è buono. Ma ho preferito fare così. Soffrirà meno il vecchio…». «Anche tu sei buono, Simone. Se tutti fossero giusti come te, più facile sarebbe la mia missione…», osserva Gesù. «Trovi che il mondo sia contro di Te, Maestro?», chiede Lazzaro. «Il mondo?… No. La forza del mondo: Satana. Se esso non fosse padrone dei cuori e se non li tenesse in suo possesso, Io non troverei resistenza. Ma il Male è contro al Bene, ed Io devo vincere in ognuno il male per mettervi il bene… e non tutti vogliono…». «É vero! Non tutti vogliono! Maestro, che parole trovi per chi è colpevole, per convertirlo, per piegarlo? Parole di rimprovero severo, come quelle che riempiono la storia dei profeti verso i colpevoli, e, ultimo a usarle, è il Precursore, oppure parole di pietà?» «Amore uso e misericordia. Credi, Lazzaro, su chi è caduto, ha più potere uno sguardo d’amore che una maledizione». «E se l’amore è preso in giro?». «Insistere ancora. Insistere sino all’estremo. Lazzaro, conosci le sabbie mobili?”. «Sì. Si dice che sono bocche dell’Inferno, abitate da mostri pagani. É vero?». «Non è vero. Non sono che speciali formazioni del suolo terrestre. L’inferno non c’entra niente. E hai letto come ci si possa salvare dalle sabbie mobili?». «Sì, con una corda lanciata, o con un palo, o anche con un ramo. A volte bastano poche cose per dare, a colui che affonda nelle sabbie mobili, quel minimo per sorreggersi, e più, quel tanto da star calmo, senza agitarsi in attesa di maggiori soccorsi». «Ebbene. Il colpevole, il posseduto dal male è uno che è tutto preso dall’ingannevole suolo, coperto di fiori alla superficie e che sotto è mobile fango. Credi tu che, se uno sapesse cosa vuol dire mettere anche una piccola parte di sé in possesso di Satana, lo farebbe? Non lo farebbe! Ma non sa… e dopo… O viene paralizza dal veleno del Male, o impazzisce e, per sfuggire al rimorso di essersi perduto, si dibatte, si appiglia ad altro fango, e questo lo fa affondare di piú.
L’amore è la corda, il filo, il ramo di cui tu parli. Insistere, insistere… finché è afferrato… Una parola… un perdono… un perdono più grande della colpa… tanto per fermare la discesa e attendere il soccorso di Dio… Lazzaro, sai che potere ha il perdono? Porta Dio in aiuto del soccorritore… Tu leggi molto?». «Molto. Né so se faccio bene. Ma la malattia e… e altre cose mi hanno privato di molti piaceri umani… e ora non ho che la passione dei fiori e dei libri… Delle piante e anche dei cavalli… So che mi criticherai. Ma posso io andare nei miei possedimenti, in questo stato (e scopre delle enormi gambe tutte fasciate), a piedi o anche a cavallo di una mula? Devo usare un carro, e veloce anche. Perciò ho preso dei cavalli e mi ci sono affezionato, lo dico. Ma se Tu mi dici che è male… li vendo subito!». «No, Lazzaro. Non sono queste le cose che fanno diventare malvagi, che rendono cattivo lo spirito e che lo allontanano da Dio». «Ecco, Maestro. Questo vorrei sapere. Io leggo molto. Non ho che questo conforto. Mi piace sapere… credo che in fondo sia meglio sapere che fare il male, sia meglio leggere che… che fare altre cose. Ma io non leggo solo le Sacre Scritture. Mi piace conoscere anche il mondo degli altri, e Roma e Atene mi attirano. Tu che ne pensi? Voglio che Tu mi ammaestri. Tu che non sei un rabbi qualsiasi, ma sei il Verbo sapiente e divino». Gesù lo guarda fissamente, per qualche minuto, uno sguardo penetrante, tanto da scrutare il suo cuore. Poi parla: «Sei turbato da quello che leggi? Ti separa da Dio e dalla sua Legge?». «No, Maestro. Mi spinge invece a confrontare fra la nostra veritá e la falsità pagana. Confronto e medito le glorie di Israele, i suoi giusti, i patriarchi, i profeti, e le immorali figure delle altre storie pagane. Paragono la nostra filosofia, se così si può chiamare la Sapienza che parla nei testi sacri, con la povera filosofia greca e romana, in cui sono scintile di fuoco ma non la sicura fiamma che arde e risplende nei libri dei nostri Saggi. E dopo, con ancora maggior venerazione, mi inchino con lo spirito ad adorare il nostro Dio che parla in Israele attraverso atti, persone e scritti nostri». «E allora continua a leggere… Ti servirà conoscere il mondo pagano… Continua. Puoi continuare. Manca in te il fermento del male e della cancrena spirituale. Perciò puoi leggere e senza paura. L’amore vero che hai verso il tuo Dio rende sterili i germi profani che la lettura può spargere in te. In tutte le azioni dell’uomo c’è possibilità di bene o di male. A seconda che si compiono. Amare non è peccato se si ama santamente. Lavorare non è peccato se si lavora quando è giusto. Guadagnare non è peccato se ci si accontenta dell’onesto. Istruirsi non è peccato se, per l’istruzione, non si uccide l’idea di Dio in noi. Mentre è peccato anche servire l’altare, se lo si fa per utile proprio. Ne sei persuaso, Lazzaro?». «Sì, Maestro. Avevo chiesto questo ad altri, e mi hanno disprezzato… Ma Tu mi dai luce e pace. Oh! se tutti ti udissero! Vieni, Maestro. Escono.
CON SIMONE ZELOTE AL TEMPIO, DOVE STA PARLANDO L’ISCARIOTA, E POI AL GETSEMANI, DOVE È GIOVANNI
Gesù è con Simone in Gerusalemme. Dice: «Saliamo al Tempio prima di andare al Getsemani. Pregheremo il Padre nella sua Casa». «Solo quello, Maestro?». «Solo quello. Non posso trattenermi. Domani all’alba c’è il convegno alla porta dei Pesci e se la folla insiste, come posso non andare? Voglio vedere gli altri pastori. Li mando, come veri pastori, per tutta la Palestina, perché chiamino a raccolta le pecore e facciano in modo che il Padrone del gregge sia conosciuto almeno di nome, di modo che, quando quel nome io lo dica, esse sappiano che sono io il Padrone del gregge e vengano a Me per avere carezze». «É dolce avere un Padrone come Te! Le pecore ti ameranno». «Le pecore… ma non i capri… Dopo aver visto Giona, andremo a Nazaret e poi a Cafarnao. Simon Pietro e gli altri soffrono per la mia assenza da tanto tempo… Andremo a farli felici e a farci felici. L’uomo… oh! l’uomo! Si dimentica troppo di avere un’anima e pensa e si preoccupa solo della cose materiali. Il sole, durante giorno, picchia troppo. Impedisce di camminare e impedisce di trattenere la gente nelle piazze e per le strade. Rende gli spiriti assonnati come i corpi, tanto stanca. E allora… andiamo ad ammaestrare i miei discepoli. Là nella dolce Galilea, verde e fresca d’acque. Ci sei mai stato?». «Una volta di passaggio e d’inverno, in una delle mie peregrinazioni penose da un medico all’altro. Mi piacque…». «Oh! è bella! Sempre. Nell’inverno e di più nelle altre stagioni. Ora, d’estate, ha delle notti meravigliose. E poi, il lago, circondato di monti più o meno vicini, sembra proprio fatto per parlare di Dio ad anime che cercano Dio. É un pezzo di cielo caduto fra il verde, ed il cielo non lo abbandona, ma vi si rispecchia con le sue stelle e le moltiplica così… quasi per presentarli al Creatore sparsi su una lastra di azzurro gioiello. Gli ulivi scendono fin quasi alle onde e sono pieni di uccelli che cantano. Anche essi cantano la loro lode al Creatore, che li fa vivere in quel luogo tanto dolce e tranquillo. E la mia Nazaret! Tutta stesa al bacio del sole, tutta bianca e verde. E poi… e poi, oh! Simone! Là c’è un Fiore! Un Fiore c’è che vive sola, profuma di purezza e di amore per il suo Dio e per il suo Figlio! C’è mia Madre. Tu la conoscerai, Simone, e mi dirai se c’è creatura simile a Lei, anche in umana bellezza, sulla Terra. Tutto può darmi il mondo di male, ma tutto al mondo perdonerò perché per venire al mondo e redimerlo ho avuto Lei, l’umile e grande Regina del mondo, che il mondo ignora, ma per la quale ha avuto il Bene ed ancor più avrà nei secoli.
Eccoci al Tempio. Osserviamo la forma giudaica del culto. Ma in verità ti dico che la vera Casa di Dio, l’Arca Santa è il Cuore di mia Madre”. Sono entrati. «Maestro, guarda là Giuda fra quel gruppo di gente. E ci sono anche farisei e autoritá del Sinedrio. Io vado a sentire che dice. Mi lasci?». «Vai. Ti attenderò presso il Gran Portico». Simone va subito e si mette in modo da udire senza essere visto. Giuda parla con grande convinzione: «.. .e qui ci sono persone che voi tutti conoscete e rispettate, che possono dire chi io ero. Ebbene io vi dico che Egli mi ha mutato. Il primo redento sono io. Molti fra voi venerano il Battista. Egli pure lo venera, e lo chiama “il santo pari ad Elia per missione, ma ancor più grande di Elia”. Ora, se Battista è tale, Costui che il Battista chiama “l’Agnello di Dio”, e sulla sua santità
giura di averlo visto incoronare dal Fuoco dello Spirito di Dio mentre una voce dai Cieli lo proclamava “Figlio diletto di Dio che va ascoltato”, non può essere che il Messia. Lo è. Io ve lo giuro. Non sono un ignorante, né uno stupido. Lo è. Io l’ho visto fare miracoli e ne ho udito gli insegnamenti. E vi dico: è Lui, il Messia. Il miracolo gli ubbidisce come uno schiavo ubbidisce al suo padrone. Malattie e sventure cadono come cose morte e viene gioia e salute. E i cuori si mutano ancor più dei corpi. Lo vedete da me. Non avete malati, non sofferenti da soccorrere? Se li avete, venite domani all’alba alla porta dei Pesci. Egli sarà lí e vi farà felici. Intanto, ecco, in suo nome, ai poveri io do questo soccorso». E Giuda distribuisce delle monete a due storpi e a tre ciechi, e per ultimo, obbliga una vecchietta ad accettare le ultime monete. Poi congeda la folla e resta con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo, e altri tre che non conosco. «Ah! ora sto bene!», esclama Giuda. «Non ho più nulla. E sono come Egli vuole». «In verità non ti conosco più. Credevo fosse uno scherzo. Ma vedo che fai sul serio», esclama Giuseppe. «Sul serio. Oh! io per il primo non mi riconosco. Sono ancora una belva immonda rispetto a Lui. Ma già sono molto cambiato». «E non apparterrai più al Tempio?», chiede uno. «Oh! no. Sono del Cristo. Chi lo avvicina, a meno che non sia un serpente velenoso, non può che amarlo. E non desidera più che Lui». «Non verrà più qui?», chiede Nicodemo. «Certo che verrà. Ma non ora». «Vorrei udirlo». «Ha già parlato in questo luogo, Nicodemo». «Lo so. Ma io ero con Gamaliele… lo vidi… ma non mi fermai». «Che disse Gamaliele, Nicodemo?». «Disse: “Qualche nuovo profeta”. Non altro disse». «E tu non gli dicesti quello che io ti dissi, Giuseppe? Tu gli sei amico…». «Lo dissi. Ma mi rispose: “Abbiamo già il Battista e, secondo le dottrine degli scribi, almeno cent’anni devono passare prima che arrivi il Re. Io dico che ce ne vogliono meno”, ha soggiunto, “perché il tempo è compiuto ormai”. E ha finito: “Però io non posso ammettere che il Messia si manifesti così… Un giorno ho creduto iniziasse la manifestazione messianica, perché il suo primo bagliore era veramente lampo celeste. Ma poi…un grande silenzio si è fatto ed io penso di essermi sbagliato”». «Prova a parlarne ancora. Se Gamaliele fosse con noi e voi con lui…». «Non ve lo consiglio», dice uno dei tre sconosciuti. «Il Sinedrio è potente, ed Anna lo regge con astuzia e avidità. Se il tuo Messia vuole vivere, gli consiglio di rimanere sconosciuto. A meno che non si imponga con la forza. Ma allora c’è Roma…». «Se il Sinedrio lo udisse, si convertirebbe al Cristo». «Ah! Ah! Ah!», ridono i tre sconosciuti e dicono: «Giuda, ti credevamo cambiato, sí, ma ancora intelligente. Se è vero quello che tu dici di Lui, come puoi pensare che il Sinedrio lo segua? Vieni, vieni, Giuseppe: É meglio per tutti. Dio ti protegga, Giuda. Ne hai bisogno». E se ne vanno. Giuda resta col solo Nicodemo. Simone se la squaglia e va dal Maestro. «Maestro, io mi accuso di aver peccato di calunnia con la parola e col cuore. Quell’uomo mi disorienta. Lo credevo quasi un tuo nemico, e l’ho udito parlare di Te in tal modo che pochi fra noi lo fanno, specie qui dove l’odio potrebbe sopprimere prima il discepolo e poi il Maestro. E l’ho visto dare denaro ai poveri, e cercare di convincere le autoritá del Sinedrio…» «Lo vedi, Simone? Sono contento che tu lo abbia visto in questa circostanza. Lo dirai anche agli altri quando lo accuseranno. Benediciamo il Signore per questa gioia che mi dai, per la onestà tua nel dire: “Ho peccato”, e per l’opera del discepolo che credevi malvagio e non lo è». Pregano a lungo, poi escono. «Non ti ha visto?». «No. Ne sono sicuro». «Non gli dire nulla. É un’anima molto malata. Una lode sarebbe come dare il cibo ad un convalescente che sta uscendo da una grave malattia di stomaco. Lo farebbe peggiorare, perché si glorierebbe del sapersi notato. E dove entra orgoglio…». «Tacerò. Dove andiamo?». «Da Giovanni. Sarà, in quest’ora calda, nell’orto degli ulivi». Vanno a passo svelto, cercando ombra per le vie tutte infuocate dal grande sole. Arrivano. Nella cucina, fresca e oscura per la tenda messa alla porta, c’è Giovanni. Sonnecchia, e Gesù lo chiama: «Giovanni!». «Tu Maestro? Ti aspettavo per stasera”. «Sono venuto prima. Come ti sei trovato, Giovanni?». «Come un agnello che ha smarrito il pastore. E parlavo a tutti di Te, perché parlarne era già come averti vicino un po’. Ad alcuni parenti ne ho parlato, a conoscenti, ad estranei. Anche ad Anna… E ad uno storpio che mi sono fatto amico con tre denari. Me li avevano dati e li ho dati a lui. E anche ad una povera donna, dell’età di mia madre, che piangeva in un gruppo di donne su una porta. Ho chiesto: “Perché piangi?”. Mi ha detto: “Il medico mi ha detto: ‘Tua figlia è malata di tisi. Rassegnati. Ai primi temporali di ottobre morirá’. Non ho che quella: è bella, buona e ha quindici anni. Doveva sposarsi a primavera e invece delle nozze le devo preparare il sepolcro”. Le ho detto: “Io conosco un Medico che te la può guarire se hai fede”. “Più nessuno la può guarire. Tre medici l’hanno vista. Sputa già sangue”. “Il mio”, ho detto, “non e un medico come i tuoi. Non cura con le medicine. Ma col suo potere. É il Messia…”. Una vecchietta allora ha detto: “Oh! credi, Elisa! Io conosco un cieco che è stato guarito da Lui!”, e la madre allora è passata dalla sfiducia alla speranza e ti attende… Ho fatto bene? Non ho fatto che questo». «Hai fatto bene. E a sera andremo dai tuoi amici. Giuda lo hai più visto?». «Non l’ho visto più, Maestro. Ma mi ha mandato cibi e denari, che ho dato ai poveri. E mi ha mandato a dire che li usassi pure, perché erano suoi». «È vero. Giovanni, domani andiamo verso la Galilea…». «Ne sono lieto, Maestro. Penso a Simon Pietro. Chissà come ti attende! Passiamo anche da Nazaret?». «Anche, e lí ci fermeremo aspettando Pietro, Andrea e tuo fratello Giacomo». «Oh! restiamo in Galilea?». «Vi restiamo per qualche tempo». Giovanni ne è felice.
