Gesù, a Nazareth, insegna ai Discepoli

L’ARRIVO DEI DISCEPOLI E DEI PASTORI A NAZARETH

Maria, scalza e indaffarata, va e viene per la sua casetta alle prime luci del giorno. Si avvicina alla porta che dà sulla strada e la apre senza fare rumore; la lascia socchiusa, dopo aver dato un’occhiata sulla via ancora deserta. Riordina, apre porte e finestre, entra nel falegnameria dove, ora ci sono i suoi telai, e anche lì si dà da fare. Copre con cura uno dei telai, su cui c’è un lavoro iniziato. Esce nell’orto. I colombi le si affollano sulle spalle. Poi prende della farina e va in una stanzetta presso il forno e si mette a fare il pane. Lo impasta e sorride. Oh! come sorride oggi, la Mamma. È ringiovanita dalla gioia. Dalla pasta del pane ne leva un mucchio e lo mette da parte, coprendolo, e poi ripiglia il lavoro. Entra piano Maria d’Alfeo. «Già al lavoro?». «Sì. Faccio il pane e, guarda, le focacce di miele che a Lui piacciono tanto». «Tu fai quelle. La pasta del pane è molta. Te la lavoro io». Maria d’Alfeo, robusta e più popolana, lavora al pane, mentre Maria ci mette miele e burro nei suoi dolci e ne fa tanti, rotondi, che poi mette su una lastra. «Non so come fare ad avvisare Giuda… Giacomo non osa… e gli altri…». Maria d’Alfeo sospira. «Oggi verrà Simon Pietro. Viene sempre il secondo giorno dopo il sabato, col pesce. Manderemo lui da Giuda». «Se vorrà andare…». «Oh! Simone non mi dice mai di no». «La pace su questo vostro giorno», dice Gesù apparendo. Le due donne sobbalzano alla voce di Lui. «Già alzato? Perché? Volevo Tu dormissi…» «Ho dormito un sonno profondo, Mamma. Tu non devi aver dormito…». «Ti ho guardato dormire… Facevo sempre così quando eri piccolo. Nel sonno sorridevi sempre… e quel tuo sorriso mi restava per tutto il giorno in cuore come una perla… Ma questa notte non sorridevi, Figlio. Sospiravi come chi è addolorato…». Maria se lo guarda con tristezza. «Ero stanco, Mamma. E il mondo non è questa casa dove tutto è onestà e amore. Tu sai Chi sono e puoi capire cosa è per Me il contatto col mondo. É come chi cammina su una strada fangosa e puzzolente. Anche se si sta attento, un poco di fango lo spruzza, e la puzza penetra anche se quella persona si sforza di non respirare… e se poi è una persona che ama tutto ciò che è limpido e aria pura, puoi pensare che noia e che sofferenza per lei…». «Sì, Figlio. Io capisco. Ma mi fa pena che Tu soffra…» «Ora sono con te e non soffro. C’è il ricordo… Ma serve a fare più bella la gioia d’esser con te». E Gesù si china a baciare la Mamma. Accarezza anche l’altra Maria, che entra tutta rossa per avere acceso il forno. «Bisognerà avvisare Giuda», è la preoccupazione di Maria d’Alfeo. «Non occorre. Giuda sarà qui, oggi». «Come lo sai?». Gesù sorride e tace. «Figlio, tutte le settimane, in questo giorno, viene Simon Pietro. Mi vuole portare il pesce fresco. Sarà felice, oggi. E’ buono Simone. Nel tempo che resta qui, ci aiuta. Vero, Maria?». «Simon Pietro è una persona onesta e buona», dice Gesù. «Ma anche l’altro Simone, che fra poco vedrai, ha un grande cuore. Vado loro incontro. Staranno per venire». Gesù esce, mentre le donne, infornato il pane, tornano in casa, dove Maria si rimette i sandali e torna con una veste di lino tutta bianca. Passa qualche tempo e, nell’attesa, Maria d’Alfeo dice: «Non hai fatto in tempo a finire quel lavoro». «Lo finirò presto. E Gesù si rinfrescherà». La porta viene spinta dal di fuori. «Mamma, ecco i miei amici. Entrate». Entrano in gruppo i discepoli e i pastori. Gesù tiene per le spalle i due pastori e li guida alla Madre: «Ecco due figli che cercano una madre. Sii la loro gioia, Donna». «Io vi saluto… Tu? … Levi… tu? Non so, ma per l’età, Egli mi ha detto, sei certamente Giuseppe. Quel nome è dolce e sacro qui dentro. Vieni, venite. Con gioia vi dico: la mia casa vi accoglie e una Madre vi abbraccia, in ricordo dell’amore che voi, e tu in tuo padre, avete avuto per il mio Bambino». I pastori sembrano incantati. «Sono Maria, sì. Tu hai visto la Madre felice. Sono sempre quella. Anche ora felice di vedere mio Figlio circondato da cuori fedeli». «E questo è Simone, Mamma». Simone si inchina fino a terra, tenendo le braccia incrociate sul petto, e saluta: «Ti saluto, Madre della Grazia, e altro non chiedo all’Eterno, ora che conosco la Luce e te, più bella di una dolce luna». «E questo è Giuda di Keriot». «Io ho una madre, ma il mio amore per lei scompare rispetto alla venerazione che sento per te». «No. Non per me. Per Lui. Io sono perché Egli è. Non voglio nulla per me. Ma solo per Lui chiedo. So quanto hai onorato il Figlio mio nel tuo paese. Ma ancora ti dico: sia il tuo cuore il luogo in cui Egli riceve da te il sommo onore. Allora io ti benedirò con cuore di Madre». «Il mio cuore è sotto il calcagno del Figlio tuo. La morte sola scioglierà la mia fedeltà». «E questo è il nostro Giovanni, Mamma». «Ero tranquilla da quando sapevo che tu eri presso Gesù. Ti conosco e sto tranquilla quando so che tu stai col Figlio mio. Sii benedetto!». E lo bacia. La voce aspra di Pietro si fa udire da fuori: «Ecco il povero Simone che porta il suo saluto e…» É entrato ed è rimasto di stucco. Ma poi getta per terra il paniere rotondo, che aveva sulle spalle, e si getta giù anche lui dicendo: «Ah! Signore eterno! Però… No, questa non me la dovevi fare, Maestro! Esser qui… e non far sapere niente al povero Simone! Dio ti benedica, Maestro! Ah! come sono felice! Non ne potevo più di stare senza di Te!», e gli accarezza la mano, senza dar retta a Gesù che gli dice: «Alzati, Simone. Ma alzati, dunque». «Mi alzo, sì. Ma però… Ehi, tu, ragazzo! (il ragazzo è Giovanni) tu almeno potevi correre a dirmelo! Ora fila, subito. A Cafarnao, a dirlo agli altri… e prima in casa di Giuda. Sta per arrivare tuo figlio, donna. Svelto. Fa’ conto di essere una lepre che ha dietro i cani». Giovanni parte ridendo. Pietro si è infine alzato. Continua a tenere fra le mani, la lunga mano di Gesù e lo bacia senza lasciarlo, nonostante gli voglia dare il suo pesce che è a terra, nel paniere. «Eh! no. Non voglio che Tu te ne vada un’altra volta senza di me. Mai più, mai più così tanto tempo senza vederti! Ti seguirò come l’ombra segue il corpo. Dove sei stato, Maestro? Io mi dicevo: “Oh! dove sarà? Che farà? E quel bambino di Giovanni l’avrà curato? Starà attento che non si stanchi troppo? Che non resti senza cibo?”. Eh! ti conosco!… Sei più magro! Sì. Più magro. Non ti ha curato bene! Gli dirò che… Ma dove sei stato, Maestro? Non mi dici nulla!». «Aspetto che tu mi lasci parlare!». «E’ vero. Ma… ah! vederti è come un vino nuovo. Dà alla testa solo con l’odore. Oh! il mio Gesù!». Pietro quasi piange per reazione di gioia. «Anche Io ho sentito desiderio di te, di voi tutti, anche se ero con cari amici. Ecco, Pietro. Questi sono due che mi hanno amato da quando ero appena nato. Più ancora: hanno già sofferto per Me. Qui vi è un figlio senza padre né madre perché uccisi per causa mia. Ma ha tanti fratelli in voi tutti, non è vero?». «E lo chiedi, Maestro? Siete poveri anche voi, vedo. E allora siamo uguali. Venite che vi baci. Sono pescatore, ma ho il cuore più tenero di un agnellino. E sincero. Non guardate se sono rozzo. La rozzezza è di fuori. Dentro sono tutto miele e burro. Coi buoni però… perché coi malvagi…». «E questo è il nuovo discepolo». «Mi pare di averlo già visto…». «Sì. É Giuda di Keriot, ed io attraverso lui ebbi buone accoglienze in quella città. Vi prego di amarvi, anche se siete di diverse regioni. Siete tutti fratelli nel Signore». «E come tale lo tratterò, se sarà proprio tale. E… sì… (Pietro guarda fisso Giuda, uno sguardo aperto e ammonitore) e… sì… e meglio che lo dica, così mi conosci subito, e bene. Lo dico: non ho molta stima dei giudei in genere e dei cittadini di Gerusalemme in particolare. Ma sono onesto. E sulla mia onestà ti assicuro che metto da parte tutte le idee che ho su voi e che voglio vedere in te solo il fratello discepolo. Ora tocca a te a non farmi cambiare idea e decisione». «Anche verso di me, Simone, hai tali preconcetti?», chiede lo Zelote sorridendo. «Oh! non ti avevo visto! Con te? Oh! con te, no. Hai l’onestà dipinta sulla faccia. La tua bontà esce fuori dal tuo cuore verso l’esterno, E sei anziano. Ciò non è sempre un merito. Delle volte più si invecchia, più si diventa falsi e cattivi. Ma tu sei di quelli che fanno come i vini pregiati. Più diventano vecchi e più si fanno schietti e buoni». «Hai giudicato bene, Pietro», dice Gesù. «Ora venite. Mentre le donne lavorano per noi, andiamo sotto la pergola fresca. Come è bello stare con gli amici! Andremo poi tutti insieme per la Galilea e oltre. Ossia, tutti no. Levi, ora che è tutto contento, tornerà da Elia a dirgli che Maria lo saluta. Vero, Mamma?». «Che lo benedico, e così Isacco e gli altri. Il Figlio mio mi ha promesso di portarmi con sé… ed io verrò da voi, che siete i primi amici del mio Bambino». «Maestro, vorrei che Levi portasse a Lazzaro lo scritto che sai». «Preparalo, Simone. Oggi è festa piena. Domani sera Levi partirà. In tempo per giungere prima del sabato. Venite, amici…». E tutti escono nel verde giardino.

LEZIONE AI DISCEPOLI NELL’ULIVETO PRESSO NAZARETH

Gesù con Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Giuda Taddeo, Simone, Giuda Iscariota e il pastore Giuseppe, escono dalla sua casa e vanno fuori Nazareth. Ma nelle immediate vicinanze, sotto alberi di ulivo. Dice Gesù: «Venite attorno a Me. In questi mesi di presenza e di assenza Io vi ho pesati e studiati. Vi ho conosciuti ed ho conosciuto, con esperienza d’uomo, il mondo. Ora Io ho deciso di mandarvi nel mondo. Ma prima devo ammaestrarvi per rendervi capaci di affrontare il mondo con dolcezza e con saggezza, con calma e con costanza, consapevoli della vostra missione. Per prima cosa vi dico che è assolutamente necessario in voi amore e unione. Cosa siete voi? Uomini di ogni classe sociale, e di ogni età, e di ogni luogo. Ho preferito prendere voi, persone senza dottrine e senza conoscenze, perché più facilmente in voi penetrerò con la mia dottrina, ed anche perché, essendo voi destinati ad evangelizzare coloro che non conosceranno niente del vero Dio, non vi scandalizziate della loro ignoranza e con pazienza li ammaestriate, ricordando con quanta pazienza e amore io vi ho ammaestrati. Io già sento da parte vostra un’obbiezione: “Noi non siamo dei pagani, anche se senza cultura intellettuale”. No. Non siete pagani. Ma non solo voi, ma anche quelli che saranno dotti e ricchi, conosceranno una religione che, snaturata per troppe ragioni, di religione non ha che il nome. Io vi dico che molti sono coloro che si gloriano di essere religiosi. Ma di essi otto su dieci non conoscono e non praticano la vera, santa, eterna Legge del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. Perciò, guardandovi l’un l’altro, tanto voi pescatori umili e senza cultura, come voi che siete mercanti o figli di mercanti, ufficiali o figli di ufficiali, ricchi o figli di ricchi, dite: “Siamo tutti uguali. Tutti abbiamo le stesse debolezze e tutti abbiamo bisogno dello stesso insegnamento. Fratelli nei difetti personali o nazionali, dobbiamo d’ora in poi divenire fratelli nella conoscenza della Verità e nello sforzo di praticarla”. Ecco: fratelli. Voglio che tali vi chiamiate e tali vi vediate l’un l’altro. Voi siete come una famiglia sola. Quando è che una famiglia va avanti ed è ammirata da tutti? Quando è unita e vive in armonia. Se un figlio diventa nemico dell’altro, se un fratello fa del male all’altro, può mai quella famiglia durare? No. Invano il padre di famiglia si sforza a lavorare, a spianare le difficoltà, a far progredire la sua famiglia. I suoi sforzi restano senza successo, perché i beni si sgretolano, le difficoltà aumentano, il mondo prende in giro il loro stato di lite continua che spezzetta cuore e sostanze. Così non sia mai di voi. Siate uniti. Amatevi. Amatevi per aiutarvi. Amatevi per insegnare ad amare. Osservate. Anche ciò che ci circonda ci insegna questa grande forza. Guardate questa tribù di formiche che corrono tutte verso uno stesso luogo. Seguiamola. E scopriremo la ragione del loro utile correre verso un punto… Ecco qua. Questa loro piccola sorella-formica ha scoperto, con i suoi organi minuscoli e a noi invisibili, un grande tesoro sotto questa larga foglia di radicchio selvatico. É un pezzo di mollica di pane, forse caduta ad un contadino qui venuto a curare i suoi alberi di ulivo, o a qualche viandante che si è riposato qui all’ombra, mangiando il suo pane. Come poteva da sola trascinare nella sua tana questo tesoro mille volte più grosso di lei? Ed, ecco, ha chiamato una sorella e le ha detto: “Guarda. E corri, presto, a dire alle sorelle che qui c’è cibo per tutta la tribù e per molti giorni. Corri prima che scopra questo tesoro un uccello e chiami i suoi compagni e lo divorino”. E la formichina è corsa fino al formicaio e ha detto: “Venite. Una di noi vi chiama. Ha trovato qualcosa per tutte. Ma da sola non può portarlo qui. Venite”. E tutte, anche quelle che erano già stanche sono corse; anche quelle che stavano lavorando, ammucchiando le provviste nei ripostigli. Una, dieci, cento, mille… Guardate… Afferrano con le branche, sollevano facendo del loro corpo carretto, strascicano puntando le zampine al suolo. Questa cade… l’altra, là, quasi si storpia perché la punta del pane la inchioda in un rimbalzo fra la sua estremità e un sasso; questa ancora, così piccola, una giovinetta della tribù, si ferma stanchissima… ma pure, ecco, ripreso fiato, riparte. Oh! come sono unite! Guardate: ora il pezzo di pane è tutto abbracciato da esse e va, va, lentamente, ma va. Seguiamolo… Ancora un poco, piccole sorelle, ancora un poco e poi la vostra fatica sarà premiata. Non ne possono più. Ma non cedono. Riposano e poi ripartono… Ecco raggiunto il formicaio. E ora? Ora al lavoro per ridurre in briciole la grossa mollica. Guardate che lavoro! Chi taglia e chi trasporta… Ecco finito. Ora tutto è in salvo e, felici, esse scompaiono dentro quella crepa, giù per le gallerie. Sono formiche. Null’altro che formiche. Eppure sono forti perché unite. Meditate su questo. Avete nulla da chiedermi?». «Io vorrei chiederti: ma in Giudea non ci torniamo più?», chiede Giuda Iscariota. “Tanto male ti hanno fatto per non tornare più là?” «Che ti hanno fatto in Giudea?», chiede Tommaso curioso; e Pietro, veemente, nello stesso tempo: «Ah! allora avevo ragione a dire che eri tornato sciupato. Che ti hanno fatto i “perfetti” Giudei?». «Nulla, amici. Nulla di più di quanto troverò anche qui. Girassi tutta la Terra, avrò dappertutto amici mescolati a nemici. Ma, Giuda, Io ti avevo pregato di tacere…». “È vero, ma… No, non posso tacere quando vedo che Tu preferisci la Galilea alla mia patria. Sei ingiusto, ecco. Anche là hai avuto onori…». «Giuda! Giuda… oh! Giuda. Tu sei ingiusto in questo rimprovero. E da te ti accusi, lasciandoti prendere dall’ira e dall’invidia. Io mi ero impegnato a far conoscere solo il bene ricevuto nella tua Giudea, affinché tutti amassero, voi di Giudea. Con gioia. Perché per Me non ci devono essere separazioni, antagonismi, inimicizie, diversità. Vi amo tutti, o uomini. Tutti… Come puoi dire che preferisco la Galilea, quando ho compiuto i primi miracoli e le prime mie manifestazioni proprio sul suolo sacro del Tempio e della Città Santa, Gerusalemme, così cara ad ogni israelita? Come puoi dire che faccio parzialità se di voi undici discepoli, quattro sono giudei? E se aggiungo i pastori, tutti giudei, tu vedi come sono amici di molti giudei. Mi rimproveri di ingiustizia. Ma esaminati, Giuda, e vedi se l’ingiusto non sei proprio tu». Gesù ha parlato con maestà e dolcezza. Giuda, mortificato, ha abbassato la testa, ma ancora arrabbiato. Pietro non sa tacere. «E almeno chiedi perdono, ragazzo. Se ero io al posto di Gesù, non te la cavavi con delle parole! Altro che ingiusto! Sei senza rispetto, bel signorino! É così che vi educano quelli del Tempio? O sei tu un maleducato? Perché, se sono loro…». «Basta, Pietro. Ho detto io quanto c’era da dire. E ora ripeto a tutti voi: non dite a mia Madre che suo Figlio fu maltrattato dai giudei. Già è tutta addolorata per aver intuito che soffro. Rispettate mia Madre. Vive nell’ombra e nel silenzio. È impegnata solo nell’essere una donna virtuosa e nella preghiera per Me, per voi, per tutti. Lasciate che le tenebre del mondo e i litigi restino lontani dalla sua casa circondata da riservatezza e da purezza. Non fate arrivare neppure l’eco dell’odio dove tutto è amore. Rispettatela. Ella è coraggiosa e lo vedrete. Ma non costringetela, prima di allora, ad assaporare i sentimenti velenosi dei malvagi del mondo. Di coloro che non sanno neppur lontanamente chi è Dio e che cosa è Legge di Dio, che si credono i sapienti di Dio e che perciò uniscono irreligiosità e superbia. Andiamo». E Gesù si avvia di nuovo verso Nazareth.

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