VITA DI GESÙ

  • Gesù e Giuda Iscariota, il miracolo delle lame spezzate

    GIUDA DI KERIOT (ISCARIOTA) AL GETSEMANI DIVENTA DISCEPOLO

    Gesú si trova sul monte degli ulivi… E’ seduto nella sua posizione abituale, coi gomiti appoggiati al ginocchio, gli avambracci in avanti e le mani unite. Cala la sera e la luce diminuisce sempre più. Gesù è solo. Si è tolto il mantello come se avesse caldo. Rimane solo con la sua veste bianca. Un uomo scende fra gli ulivi. Pare cerchi qualcosa o qualcuno. E’ alto. Tiene una parte del mantello calato sul volto. Quando vede Gesù fa un atto come per dire: «Eccolo!» e affretta il passo. A pochi metri saluta: «Salve, Maestro!». Gesù si volge di scatto e alza la testa. Gli rivolge uno sguardo serio e triste. L’altro ripete: «Ti saluto, Maestro. Sono Giuda di Keriot. Non mi riconosci? Non ti ricordi?». «Ricordo e ti riconosco. Sei quello che qui mi hai parlato con Tommaso, la scorsa Pasqua». «E al quale Tu hai detto: “Pensa e sappi decidere prima del mio ritorno”. Ho deciso. Vengo». «Perché vieni, Giuda?». Gesù è proprio triste. «Perché… te l’ho detto dall’altra volta il perché. Perché io sogno il regno d’Israele e vedo te come il suo Re». «Per questo vieni?». «Per questo. Metto me stesso e tutto quello che ho, capacità, conoscenze, amicizie, fatica, al tuo servizio e al servizio della tua missione per ricostituire il Regno d’Israele». I due ora sono di fronte, vicini, in piedi e si guardano fissamente. Gesù serio sino alla mestizia, l’altro esaltato dal suo sogno, sorridente, bello e giovane, leggero e ambizioso. «Io non ti ho cercato, Giuda». «Lo so. Ma io ti cercavo. Sono giorni e giorni che ho messo persone alle porte per segnalarmi il tuo arrivo. Pensavo saresti venuto con dei tuoi seguaci e perciò che sarebbe stato facile il notarti. Invece… Ho visto un gruppo di pellegrini che ti benediva per aver guarito un malato. Ma nessuno sapeva dirmi dove eri. Allora mi sono ricordato di questo posto. E sono venuto. Se non ti avessi trovato qui, mi sarei rassegnato a non trovarti più…» «Credi che sia stato un bene per te l’avermi trovato?». «Sì, perché ti cercavo, ti desideravo, ti voglio». «Perché? Perché mi hai cercato?».
    «Ma te l’ho detto, Maestro! Non mi hai capito ancora?». «Ti ho capito. Sì. Ti ho capito. Ma voglio che anche tu mi capisca prima di seguirmi. Vieni. Parleremo mentre camminiamo». E cominciano a camminare l’uno a fianco all’altro su e giù per le stradine in mezzo all’uliveto. «Tu mi segui per un’idea che è umana, Giuda. Io te ne devo dissuadere. Io non sono venuto per quello che pensi tu». «Ma non sei Tu il Messia, Re dei giudei? Quello di cui hanno parlato i Profeti? Altri ne sono venuti prima di te; ma a loro mancavano troppe cose e sono caduti come foglie che il vento disperde. Tu hai Dio con Te, tanto che operi miracoli. Dove c’è Dio, è sicura la riuscita della missione». «Hai detto bene. Io ho Dio con Me. Io sono la sua Parola. Sono quello profetizzato dai Profeti, promesso ai Patriarchi, atteso dalle folle. Ma il mio Regno non è di questo mondo, Giuda. Dissuaditene. Ad Israele io vengo a portare la Luce e la Gloria. Ma non la luce e la gloria della terra. Io vengo per chiamare i giusti d’Israele al Regno di Dio. Perché è da Israele e con Israele che deve formarsi e venire la pianta di vita eterna la cui linfa sarà il Sangue del Signore, la pianta che si estenderà per tutta la terra, sino alla fine dei secoli. I miei primi seguaci verranno da Israele. I miei primi testimoni verranno da Israele. Ma anche i miei persecutori verranno da Israele. Anche i miei carnefici verranno da Israele. Ma anche il mio traditore verrá da Israele…» «No, Maestro. Questo non sarà mai. Tutti ti tradissero, io ti resterò fedele e ti difenderò». «Tu, Giuda? E su che cosa fondi questa tua sicurezza?». «Sul mio onore di uomo». «L’onore umano é più fragile della tela di un ragno, Giuda. E’ da Dio che dobbiamo chiedere la forza d’essere onesti e fedeli. L’uomo!… L’uomo compie opere di uomo. Per compiere opere dello spirito (e seguire il Messia in verità e giustizia vuol dire compiere opera dello spirito), occorre uccidere l’uomo e farlo rinascere. Sei tu capace di tanto?». «Sì, Maestro. E poi… Non tutto Israele ti amerà. Ma carnefici e traditori del suo Messia non verranno darà Israele. Israele Ti attende da secoli!». «Me li darà, eccome! Ricorda i Profeti. Le loro parole… e la loro fine. Io sono destinato a deludere molti. E tu ne sei uno. Giuda, tu hai qui di fronte uno che é mite, uno che è pacifico, uno che é povero, che povero vuol rimanere. Io non sono venuto per impormi e per fare guerra. Io non affronto i forti e i potenti per avere un regno umano, per avere un potere umano. Io non combatto che solo Satana per riprendermi le anime; io vengo a spez-
    zare le catene di Satana col fuoco del mio amore. Io vengo per insegnare misericordia, sacrificio, umiltà, purezza. Io ti dico, ed a tutti dico: “Non abbiate sete di umane ricchezze, ma lavorate per guadagnare un tesoro eterno”. Disillúditi, Giuda, se mi credi un trionfatore su Roma e sui potenti che governano. Gli Erodi come i Cesari possono dormire tranquilli mentre io parlo alla gente. Non sono venuto per strappare scettri a nessuno… ed il mio scettro, eterno, è già pronto. Vai, Giuda, e medita…». «Mi respingi, Maestro?». «Io non respingo nessuno, perché chi respinge non ama. Ma dimmi, Giuda, come chiameresti tu l’atto di uno che, sapendosi malato di lebbra, dicesse ad uno che non lo sa, ma che si avvicina per bere al suo calice: “Pensa a quello che fai”? Lo diresti odio o amore?». «Amore lo direi, poiché non vuole che chi non lo sa si rovini la salute». «Chiama allora così anche il mio atto». «Posso rovinarmi la salute venendo con Te? No, mai». «Più che la salute ti puoi rovinare, perché, pensalo bene, Giuda, poco sarà addebitato a chi non conosce la Verità e sarà assassino credendo di fare giustizia; ma molto sarà addebitato a chi, avendo conosciuto la Veritá, non solo non la segue, ma se ne fa nemico». «Io non lo sarò. Prendimi, Maestro. Non mi puoi rifiutare. Se sei il Salvatore e vedi che io sono peccatore, pecora sviata, cieco fuori del giusto cammino, perché rifiuti di salvarmi? Prendimi. Io ti seguirò fino alla morte…» «Alla morte! E’ vero. Questo è vero. Poi…» «Poi, Maestro?». «Il futuro è nella mente di Dio. Va’. Domani ci rivedremo presso la porta dei Pesci». «Grazie, Maestro. Il Signore sia con Te». «E la sua misericordia ti salvi».

    IL MIRACOLO DELLE LAME SPEZZATE ALLA PORTA DEI PESCI

    Il giorno dopo Gesù cammina solo per una strada ombreggiata. È un bel giorno sereno di prima estate. Gesù attraversa un ponticello (un tronco semi-piallato, gettato al disopra del torrente, senza sponde, senza sicurezza) e prosegue sull’altra riva. Ci sono mercanti di ortaggi e altri cibi che aspettano alle porte, ancora chiuse, per entrare in città. C’è un gran ragliare d’asini; anche i proprietari degli stessi non scherzano. Insulti, e anche qualche randellata vola non solo sulle schiene degli asini, ma anche sulle teste umane. Due litigano sul serio per causa dell’asino di uno, che si è servito della magnifica cesta di lattughe dell’altro asino e se ne è mangiata un bel po’! Forse non è che un pretesto per sfogare antichi rancori. Il fatto è che da sotto le vesti corte sino ai polpacci vengono presi due pugnali come una mano. Urla di donne, vocio d’uomini. Ma nessuno interviene a separare i due che sono pronti al duello rusticano. Gesù, che procedeva pensieroso, alza il capo, vede, e a passo velocissimo si avvicina ai due. «Fermi, in nome di Dio!» ordina. «No! Voglio farla finita con questo maledetto cane!». «Anche io!». I due girano intorno a Gesù, urtandolo, insultandolo perché si levi di mezzo, cercando di colpirsi senza riuscirvi, perché Gesù con sapienti mosse del manto svia i colpi e ostacola la mira. Ne ha anche il mantello lacerato. La gente urla: «Vieni via, nazareno, ci andrai di mezzo Tu». Ma Gesú non si muove e cerca di calmarli, richiamando la mente a Dio. Inutile! L’ira fa diventare pazzi i due contendenti.
    Gesù ordina per l’ultima volta: «Vi ordino di smetterla». «No! Levati! Va’ per la tua strada, cane di un nazareno!». Allora Gesù stende le mani, col suo aspetto di potenza sfolgorante. Non dice una parola. Ma le lame dei pugnali cadono a terra, polverizzati, come fossero stati di vetro. I due si guardano stupiti e meravigliati, con i manici dei pugnali in mano. La folla pure urla di stupore. «E ora?» chiede Gesù, severo. «Dove è la vostra forza?». Anche i soldati di guardia alla porta, accorsi agli ultimi urli, guardano stupiti, ed uno si china a raccogliere i frammenti delle lame e li prova sull’unghia, incredulo che fosse acciaio. «E ora?» ripete Gesù. «Dove è la forza vostra? Su che fondavate il vostro diritto? Su quei pezzi di metallo che ora sono polvere? Su quei pezzi di metallo che non avevano altra forza di quella del peccato d’ira contro un fratello, levandovi per quel peccato ogni benedizione di Dio e perciò ogni forza? Oh! Miserabili, tutti coloro che confidano su mezzi umani per vincere, e non sanno che non è violenza ma santità quello che ci fa vittoriosi sulla terra e oltre! Perché Dio è coi giusti. Udite, tutti o voi figli d’Israele, e anche voi, soldati di Roma. La Parola di Dio parla per tutti i figli dell’uomo, e non sarà il Figlio dell’uomo quello che la rifiuta ai non ebrei. Il secondo comandamento del Signore è comandamento di amore verso il prossimo. Dio è buono e nei suoi figli vuole benevolenza. Colui che non è benevolente col suo prossimo, non può dirsi figlio di Dio e non può avere Dio con sé. L’uomo non è una bestia senza ragione che si scaglia contro un altro uomo. L’uomo ha una ragione e un’anima. Per la sua ragione si deve saper comportare non fa da uomo. Per la sua anima si deve saper comportare da santo. Colui che non fa cosí, si mette al di sotto degli animali, e finisce con il diventare un demonio, perché si indemonia l’anima col peccato d’ira. Amate. Io non vi dico altro. Amate il prossimo vostro come il Signore Dio d’Israele vuole. Non diventate come Caino. E perché poi lo diventate? Per poche monete voi potevate diventare omicidi. Per pochi palmi di terra, per un posto più buono, per una donna. Che sono tutte queste cose? Eterne? No. Durano molto meno della vita, la quale dura un attimo di eternità. E
    che perdete se le seguite? La pace eterna che è promessa ai giusti e che il Messia vi porterà insieme al suo Regno. Venite sulla via della Verità. Seguite la Voce di Dio. Amatevi. Siate onesti. Siate puri. Siate umili e giusti. Andate e meditate». «Chi sei Tu che parli simili parole e spezzi le spade col tuo volere? Uno solo fa queste cose: il Messia. Neppure Giovanni il Battezzatore è da più di Lui. Sei Tu forse il Messia?» chiedono in tre o quattro. «Io lo sono». «Tu? Tu quello che guarisci i malati e predichi Dio in Galilea?». «Io sono». «Io ho una vecchia madre che muore. Salvala!». «Ed io, vedi? Sto perdendo le forze per i dolori. Ho dei figli ancor piccoli. Guariscimi!». «Va’ alla tua casa. Tua madre questa sera ti preparerà la cena; e tu, guarisci. Lo voglio!». La folla ha un urlo. Poi chiede: «Il tuo Nome! Il tuo Nome!». «Gesù di Nazaret!». «Gesù! Gesù! Osanna! Osanna!». La folla è in tripudio. Gli asini possono fare quel che vogliono, perché nessuno se ne cura più di loro. Alcune madri accorrono dall’interno della città, si capisce che la voce è corsa, e alzano verso gesú i loro bambini. Gesù benedice e sorride. E cerca di passare in mezzo alla folla per entrare in città e andare dove vuole. Ma la folla non ne vuole sapere. «Resta con noi! In Giudea! In Giudea! Siamo figli di Abramo anche noi!» grida. «Maestro!». Giuda accorre verso di Lui. «Maestro, mi hai preceduto. Ma che succede?». «Il Rabbi ha fatto un miracolo! Non andare in Galilea; noi ti vogliamo qui, qui con noi». «Lo vedi, Maestro? Tutto Israele ti ama. E’ giusto che Tu resti anche qui. Perché ti sottrai?». «Non mi sottraggo, Giuda. Io voglio radunare tutte le pecore d’Israele sotto lo scettro di Dio». «Per questo ti ho detto: “Prendimi”. Io sono giudeo e so come trattare i miei pari. Resterai dunque a Gerusalemme?». «Pochi giorni. Per aspettare un discepolo, lui pure giudeo. Poi andrò per la Giudea…» «Oh! io verrò con Te. Ti accompagnerò. Verrai al mio paese. Ti porterò a casa mia. Verrai, Maestro?». «Verrò… Del Battista, tu che sei giudeo e vivi presso i potenti, sai nulla?». «So che è ancora in prigione, ma che lo vogliono scarcerare, perché la folla minaccia sommossa se non viene liberato il suo profeta. Lo conosci?». «Lo conosco». «Lo ami? Che pensi di lui?». «Penso che non vi fu uno più di lui pari ad Elia». «Lo reputi veramente il Precursore?». «Egli lo è. E’ la stella del mattino che annuncia il sole. Beati quelli che si sono preparati al Sole attraverso la sua predicazione». «E’ molto severo Giovanni». «Prima per se stesso e poi per gli altri». «Questo è vero. Ma è difficile seguirlo nella sua penitenza. Tu sei più buono ed è facile amarti». «Eppure…» «Eppure, Maestro?». “Eppure, come lui è odiato per la sua severitá, io lo sarò per la mia bontà, perché l’una e l’altra predicano Dio, e Dio è malvisto dagli squallidi. Ma è segnato che così sia. Come egli precede Me nella predicazione, così mi precederà nella morte. Guai però agli uccisori di colui che predica penitenza e di colui che predica bontá”. «Perché, Maestro, sempre queste previsioni tristi? La folla ti ama, lo vedi…» «Perché è cosa sicura. La folla umile sì, mi ama. Ma la folla non è tutta umile e non è formata tutta da gente umile. La mia non è tristezza. E’ tranquilla visione del futuro e aderenza alla volontà del Padre, che mi ha mandato per questo. E per questo Io sono venuto. Eccoci al Tempio. Io vado ad ammaestrare le folle. Se vuoi, resta». «Resterò al tuo fianco. Non ho che uno scopo: servirti e farti trionfare». Ed entrano nel Tempio.

    GESÙ, NEL TEMPIO, CON L’ISCARIOTA, AMMAESTRA

    Con a fianco Giuda, Gesú entra nel recinto del Tempio. Il luogo è molto bello e affollato. Gesù si guarda intorno e vede un posto che gli piace. Ma, prima di dirigersi ad esso, dice a Giuda: «Chiamami il responsabile del luogo. Devo farmi riconoscere, affinché non si dica che non rispetto le usanze». «Maestro, Tu sei al di sopra delle usanze, né alcuno più di Te ha diritto di parlare nella Casa di Dio, Tu, suo Messia». «Io lo so, tu lo sai, ma essi non lo sanno. Io non sono venuto per scandalizzare, né per insegnare a violare la Legge o le usanze. Anzi sono venuto proprio per insegnare rispetto, umiltà e ubbidienza e per eliminare gli scandali. Perciò voglio chiedere di poter parlare in nome di Dio, facendomi riconoscere degno di farlo dal responsabile del luogo». «L’altra volta non lo facesti». «L’altra volta fui preso dallo zelo per la Casa di Dio, profanata da troppe cose. L’altra volta ero il Figlio del Padre, l’Erede che in nome del Padre e per amore della mia Casa agiva nella sua maestà, alla quale magistrati e sacerdoti sono inferiori. Ora sono il Maestro d’Israele, e insegno ad Israele anche questo. E poi, Giuda, credi tu che il discepolo sia da più del Maestro?». «No, Gesù». «E tu chi sei? E chi sono Io?». «Tu il Maestro, io il discepolo». «E allora, se riconosci che è cosí, perché vuoi insegnare al Maestro? Va’ e ubbidisci. Io ubbidisco al Padre mio. Tu ubbidisci al Maestro tuo. Condizione prima del Figlio di Dio: ubbidire senza discutere, pensando che il Padre non può che dare ordini santi. Condizione prima del discepolo: ubbidire al Maestro, pensando che il Maestro sa, e non può dare che ordini giusti». «E’ vero. Perdonami. Ubbidisco». «Perdono. Vai. E, Giuda, senti ancora una cosa: ricordati questo. Ricordatelo sempre, in futuro». «Di ubbidire? Sì». «No: ricorda che io fui col Tempio rispettoso e umile. Col Tempio, ossia con i potenti e con le autoritá del Tempio. Va’». Giuda lo guarda pensieroso. Vuole chiedere qualche altra cosa, ma non osa. E se ne va soprappensiero. Poi torna con un personaggio tutto ben vestito e solenne. «Ecco, Maestro, il responsabile». «La pace sia con te. Io chiedo di insegnare, fra i rabbi d’Israele, ad Israele». «Sei Tu rabbi?». «Lo sono». «Chi fu il tuo maestro?». «Lo Spirito di Dio, che mi parla con la sua sapienza e che mi illumina di luce ogni parola dei testi santi». «Sei da più di Hillel, Tu che senza maestro dici sapere ogni dottrina? Come può uno formarsi se non vi è chi lo forma?». «Come si formò Davide, pastorello sconosciuto, diventato il re potente e sapiente per volere del
    Signore». «Il tuo Nome». «Gesù di Giuseppe di Giacobbe, della stirpe di Davide, e di Maria di Gioacchino della stirpe di Davide e di Anna d’Aronne…; Maria, la Vergine orfana, sposata nel Tempio, dal Sommo Sacerdote, secondo la legge d’Israele». «Chi lo prova?».
    «Ancora qui devono esservi leviti che si ricordano del fatto e che furono coetanei di Zaccaria, della classe di Abia, il mio parente. Interrogali, se dubiti della mia sincerità». «Ti credo. Ma chi mi prova che Tu sia capace di insegnare?». «Ascoltami e giudicherai tu stesso». «Sei libero di farlo… Ma… non sei nazareno?». «Sono nato a Betlemme di Giuda al tempo del censimento ordinato da Cesare. Cacciati per ordini ingiusti, i figli di Davide sono dovunque. Ma la stirpe è di Giuda». «Sai… i farisei… tutta la Giudea… per la Galilea…». «Lo so. Ma rassicurati. A Betlemme vidi la luce, a ‘Betlem Efrata da cui viene la mia stirpe, e ora vivo in Galilea…». Il responsabile si allontana di qualche metro, accorrendo dove lo chiamano. Giuda chiede: «Ma perché non hai detto che sei il Messia?». «Le mie parole lo diranno». Gesù è ispirato. Pare sprigioni raggi, tanto è sorridente. Giuda lo guarda ammirato. Della gente, curiosa, si è avvicinata ai due, la cui diversa imponenza attira e colpisce. Gesù abbassa lo sguardo, sorride a questa piccola folla col suo sorriso. E dice: «Venite, se vi spinge il desiderio di ascoltare parole eterne». Si dirige sotto un arco del portico e, addossato ad una colonna, comincia a parlare. Prende lo spunto dal fatto del mattino. «Stamattina, entrando in Sionne, ho visto che per pochi denari due figli d’Abramo erano pronti ad uccidersi. Nel nome di Dio avrei potuto maledirli, poiché Dio dice: “Non ucciderai”, e dice anche che chi non lo ubbidisce nella sua Legge sarà maledetto. Ma ho avuto pietà della loro ignoranza circa lo spirito della Legge ed ho solo impedito l’omicidio per dare loro modo di pentirsi, conoscere Dio, servirlo in obbedienza, amando non solo chi li ama, ma anche chi è loro nemico. Sì, Israele. Un giorno nuovo sorge per te e anche più luminoso si fa il precetto d’amore. Ecco, Israele. L’inverno è finito; é tempo di attesa. Ora è la gioia della promessa che si compie. Il Pane e il Vino stanno per esser pronti alla tua fame. Il Sole è fra te. Tutto, di fronte a questo Sole, prende respiro più ampio e piú dolce. Anche il precetto della nostra Legge, il primo, il più santo dei precetti santi: “Ama il tuo Dio e ama il tuo prossimo”. Ti fu detto: “Ama coloro che ti amano e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate anche chi vi offende. Anche Dio perdona, non una, non dieci e dieci volte perdona, ma mille e diecimila volte perdona, e ne è prova l’esistere dell’uomo sulla terra. Perdonate dunque come Dio perdona. E se non lo potete fare per amore verso il fratello che vi ha fatto un danno, fatelo per amore di Dio che vi dà pane e vita, che vi protegge nei bisogni della terra ed ha predisposto ogni evento per procurarvi l’eterna pace presso di Lui. Questa è la Legge nuova, la Legge della primavera di Dio, che vi aprirà le porte del Cielo. La voce che parlava nel deserto, cioè Giovanni, non si sente piú. Ma non è muta. Essa parla ancora nel cuore di ogni retto israelita, e dice (dice dopo avervi insegnato a far penitenza per preparare le vie al Signore che viene, e ad avere carità dando il superfluo a chi non ha neppure il necessario, e ad essere onesti non rubando a nessuno e non opprimendo nessuno): “L’Agnello di Dio, Colui che toglie i peccati del mondo, Colui che battezzerà col fuoco dello Spirito Santo è fra voi. Egli pulirà la sua aia, raccoglierà il suo frumento. Sappiate conoscere Colui che il Precursore vi indica. Le sue sofferenze operano verso Dio per darvi luce. Vedete. Aprite i vostri occhi spirituali. Accogliete la Luce che viene. Preparate i vostri cuori alla grazia della Redenzione vicina. Il Redentore è fra voi. Beati quelli che saranno degni di essere redenti perché avranno avuto buona volontà. La pace sia con voi». Uno chiede: «Sei Tu discepolo del Battista? Lo si vede, perché ne parli con tanta venerazione!». «Fui battezzato da lui, sulle rive del Giordano, prima della sua prigionia. Lo venero perché egli è santo agli occhi di Dio. In verità vi dico che fra i figli di Abramo non ve ne è uno più grande di lui in grazia». «Egli ti ha parlato del Messia?». «La sua parola che non mente ha indicato ai presenti il Messia già venuto». «Dove? Quando?». «Quando fu l’ora di indicarlo». Ma Giuda si sente in dovere di dire a tutti: «Il Messia è Colui che vi parla. Io ve lo dico, io che lo conosco e gli sono discepolo». «Lui!… Oh!…».
    La gente si scosta intimorita. Ma Gesù è così dolce che torna ad accostarsi. «Chiedetegli qualche miracolo. Egli è potente. Guarisce. Legge nei cuori. Risponde ad ogni perché». «Digli tu, per me che son malato. L’occhio destro è morto, il sinistro già si sta spegnendo…» «Maestro». «Giuda». Gesù, che accarezzava una bambina, si volta. «Maestro, quest’uomo è quasi cieco e vuol vedere. Gli ho detto che Tu puoi». «Io posso per chi ha fede. Hai tu fede, uomo?». «Io credo nel Dio d’Israele. Vengo qui per gettarmi nella piscina di Betsaida. Ma c’è sempre qualcuno che mi precede». «Hai fede in Me?». «Se credo nell’angelo della piscina, non devo credere a Te che il tuo discepolo dice che sei il Messia?». Gesù sorride. Si bagna il dito con la saliva e sfiora l’occhio malato. «Che vedi?».
    «Vedo le cose senza la nebbia di prima. E l’altro non lo guarisci?». Gesù sorride di nuovo. Ripete l’atto sull’occhio cieco. «Che vedi?» chiede levando il polpastrello dalla palpebra chiusa. «Ah! Signore d’Israele! Ci vedo come quando correvo bambino sui prati! Te benedetto in eterno!». L’uomo piange, prostrato ai piedi di Gesù. «Va’. Sii buono, ora, per riconoscenza a Dio». Un levita, che è giunto verso la fine del miracolo, chiede: Con che potere fai queste cose?». «Tu me lo chiedi? lo te lo dico, se mi rispondi ad una domanda. Secondo te è più grande un profeta che profetizza il Messia o il Messia stesso?». «Che domanda! Il Messia è il più grande: è il Redentore promesso dall’Altissimo!». «Allora perché i Profeti fecero miracoli? Con qual potere?». «Col potere che Dio loro dava per provare alla gente che Dio era con loro». «Ebbene, con lo stesso potere Io faccio miracolo: Dio è con Me, Io sono con Lui. Io provo alla gente che è così, e che il Messia ben può, con maggior ragione e misura, ciò che potevano i Profeti». Il levita se ne va pensoso.

    GESÙ ISTRUISCE GIUDA ISCARIOTA

    Gesù e Giuda, dopo aver pregato, escono dal Tempio. Giuda vorrebbe rimanere con Gesù. Ma questo desiderio trova l’opposizione del Maestro. «Giuda, Io desidero rimanere solo nelle ore notturne. Nella notte il mio spirito trae il suo nutrimento dal Padre. Orazione, meditazione e solitudine mi sono più necessarie del nutrimento materiale. Colui che vuole vivere per lo spirito e portare altri a vivere la stessa vita, deve mettere da parte la carne, con le sue prepotenti pretese, per dare tutte forze a curare lo spirito. Tutti, lo sai, Giuda. Anche tu devi fare cosí, se vuoi veramente essere di Dio, ossia del soprannaturale». «Ma noi siamo ancora della terra, Maestro. Come possiamo trascurare le cose materiali dedicandoci con tutte le forze a curare lo spirito? Se la vita è dono di Dio, dobbiamo amarla o no?». «Risponderò a te. Tu non sei un analfabeto. Ti sei stato istruito in ambienti che ti hanno reso colto… ma che anche ti hanno inquinato lo spirito con le loro sottigliezze e con le loro dottrine. Ricordi Salomone, Giuda? Era sapiente, il più sapiente di quei tempi. Ricordi che disse, dopo aver conosciuto tutto il sa-
    pere? “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Temere Dio e osservare i suoi comandamenti, questo è tutto, per l’uomo”. Or Io ti dico che occorre saper prendere dai cibi, nutrimento, e non veleno. E se si sa che un cibo fa male a noi, per il fatto che ci sono in noi reazioni dannose, prenderesti tu quel cibo, anche se è appetitoso al gusto?. Meglio semplice pane e acqua di fontana che i piatti complicati della mensa del re, in cui ci sono droghe che eccitano e avvelenano». «Che devo lasciare, Maestro?». «Tutto quello che sai che toglie la pace. Perché Dio è Pace e, se ti vuoi mettere sul sentiero di Dio, devi sgombrare la tua mente, il tuo cuore e la tua carne da tutto ciò che non è pace e da tutto ció che porta
    con sé disordine, confusione, scompiglio. So che è difficile riformare se stesso. Ma io sono qui per aiutarti a farlo. Sono qui per aiutare l’uomo a ritornare ad essere figlio di Dio. Ma lascia che Io ti risponda a quanto chiedevi, affinché tu non dica che sei rimasto in errore per mia colpa. Il suicidio è uguale all’omicidio. Sia la propria vita, infatti, sia la vita dell’altro, è dono di Dio, e solo Dio che l’ha data ha il potere di toglierla. Chi si uccide confessa la sua superbia, e la superbia è odiata da Dio». «La superbia confessa? Io direi la disperazione». «E che cosa è la disperazione se non superbia? Pensaci, Giuda. Perché uno si dispera? O perché le sventure si accaniscono su di lui, e lui vuole da sé vincerle e non riesce. Oppure perché è colpevole e si giudica non perdonabile da Dio. Nel primo e nel secondo caso non è forse la superbia che fa da padrona? Quell’uomo che vuole fare da sé non ha più l’umiltà di tendere la mano al Padre e dirgli: “Io non posso, ma Tu puoi. Aiutami, perché da Te io spero e attendo tutto “. Quell’altro uomo che dice: “Dio non mi può perdonare”, lo dice perché, misurando Dio su se stesso, pensa che Dio non potrebbe perdonarlo. Ossia è superbia anche qui. L’umile compatisce e perdona, anche se soffre dell’offesa ricevuta. Il superbo non perdona. E’ superbo anche perché non sa chinare la fronte e dire: “Padre, ho peccato, perdona al tuo povero figlio colpevole”. Ma non sai, Giuda, che tutto sarà perdonato dal Padre, se sarà chiesto perdono con cuore sincero e pentito, con cuore umile e volonteroso di voler risorgere nel bene?». «Ma certi delitti non vanno perdonati. Non possono essere perdonati». « Lo dici tu. Ma io ti dico che, anche dopo il piú grande dei delitti, se il colpevole corresse ai piedi del Padre e piangendo lo supplicasse di perdonarlo, offrendosi di accettare anche la riparazione, ma senza disperazione, il Padre gli darebbe modo di riparare per meritarsi il perdono e salvarsi lo spirito».
    «Allora Tu dici che gli uomini che la Scrittura cita, e che si uccisero, fecero male». «Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a se stesso. Fecero male. Ma poiché non conoscevano il vero bene avranno avuto, in certi casi, la misericordia da Dio. Ma da quando il Messia avrà chiarito ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non sarà più perdonato a chi muore disperato. Né nell’attimo del particolare giudizio, né, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio finale, né mai. Durezza di Dio questa? No: giustizia. Dio dirà: “Tu hai giudicato, tu, creatura dotata di ragione e di soprannaturale scienza, creata libera, da Me, di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: ‘Dio non mi perdona. Sono separato per sempre da Lui. Giudico che devo farmi giustizia da solo per il mio delitto. Esco dalla vita per fuggire dai rimorsi”, senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero più raggiunto se tu fossi venuto sul mio paterno seno. E, come hai giudicato, cosí avvenga. Io non violento la libertà che ti ho data. Questo dirà l’Eterno al suicida. Pensalo, Giuda. La vita è un dono e va amata. Ma che dono è? Dono santo. E allora la si ami santamente. La vita dura finché il corpo regge. Poi comincia
    la grande Vita, l’eterna Vita. Di beatitudine per i giusti, di maledizione per i non giusti. La vita è un mezzo? Serve per raggiungere il fine, che è l’eternità. E allora diamo alla vita quel tanto che le serva per durare e servire lo spirito nella sua conquista dell’eternitá. Continenza della carne in tutti i suoi appetiti, in tutti. Continenza della mente in tutti i suoi desideri, in tutti. Continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano. Illimitato, invece, sia lo slancio verso le passioni che sono del Cielo: cioè amore di Dio e amore di prossimo, volontà di servire Dio e volontá di servire ilprossimo, ubbidienza alla Parola divina, eroismo nel bene e nella virtù. Io ti ho risposto, Giuda. Ne sei convinto? Ti basta la spiegazione? Sii sempre sincero e chiedi, se non sai ancora abbastanza: sono qui per esser Maestro». «Ho capito e mi basta. Ma… è molto difficile fare ciò che ho capito. Tu lo puoi perché sei santo. Ma io… Sono un uomo, giovane, pieno di vitalità…». «Sono venuto per gli uomini, Giuda. Non per gli angeli. Quelli non hanno bisogno di maestro. Vedono Dio. Vivono nel suo Paradiso. Non ignorano le passioni degli uomini, perché l’Intelligenza, che è loro Vita, fa conoscere tutto, anche gli angeli che non sono custodi di un uomo. Ma, spirituali come sono, non possono avere che un peccato, come lo ebbe uno di loro, e trascinò con sé i meno forti nell’amore: la superbia, freccia che deturpò Lucifero, il più bello degli arcangeli, e ne fece il mostro raccapricciante dell’Abisso. Non sono venuto per gli angeli, i quali, dopo la caduta di Lucifero, inorridiscono anche solo davanti ad un pensiero d’orgoglio. Ma sono venuto per gli uomini. Per fare, degli uomini, degli angeli. L’uomo era la perfezione del creato. Aveva dell’angelo lo spirito e dell’animale la completa bellezza in tutte le sue parti animali e morali. Non c’era creatura uguale all’uomo. Era il re della terra, come Dio è il Re del Cielo, e un giorno, quel giorno in cui si sarebbe addormentato l’ultima volta sulla terra, sarebbe divenuto re col Padre nel Cielo. Satana ha strappato le ali all’angelo-uomo e vi ha messo artigli di animale e desideri impuri e ne ha fatto uno che ha più il nome di uomo-demone che di uomo soltanto. Io voglio cancellare la deturpazione di Satana, annullare la fame corrotta della carne inquinata, rendere le ali all’uomo, riportarlo ad essere re, coerede del Padre e del celeste Regno. So che l’uomo, se vuole, può fare tutto quello che io dico per tornare re e angelo. Non vi direi cose che non potreste fare. Non sono uno dei maestrii che predicano dottrine impossibili. Ho preso vera carne per poter conoscere, per esperienza di carne, quali sono le tentazioni dell’uomo». «E i peccati?». «Tutti possono essere tentati. Peccatori, possono essere solo chi vuole esserlo». «Non hai mai peccato, Gesù?» «Non ho mai voluto peccare. E questo non perché sono il Figlio del Padre. Ma l’ho voluto e lo vorrò sempre per mostrare all’uomo che il Figlio dell’uomo non peccò perché non volle peccare e che l’uomo, se non vuole, può non peccare». «Sei stato mai in tentazione?».
    «Ho trent’anni, Giuda. E non sono vissuto in una caverna su un monte. Ma sono sempre vissuto fra gli uomini. E, anche fossi stato nel più solitario luogo della terra, credi tu che le tentazioni non sarebbero venute? Tutto abbiamo in noi: il bene e il male. Tutto portiamo con noi. E sul bene ventila il soffio di Dio; sul male soffia Satana e lo accende. Ma la volontà attenta e la preghiera costante sono come una umida sabbia sulla vampa d’inferno: la soffoca e la spegne». «Ma se non hai mai peccato, come puoi giudicare i peccatori?». «Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio. E del resto!… Giuda, rispondi a questa mia domanda: uno che ha fame, soffre più dicendo “ora mi siedo a tavola”, o dicendo non c’è cibo per me”?». «Soffre di più nel secondo caso, perché solo sapere che ne è privo gli riporta l’odore dei cibi, e le viscere si torcono nella voglia di mangiare». «Ecco, la tentazione è mordente come questa voglia, Giuda. L’atto soddisfa e talora nausea, mentre la tentazione non fa cadere automaticamente ma, come albero potato, produce più frutti». «E non hai mai ceduto?». «Non ho mai ceduto».
    «Come hai potuto?». «Ho detto: “Padre, non mi indurre in tentazione”». «Come? Tu, Messia, Tu che operi miracoli, hai chiesto l’aiuto del Padre?». «Non solo l’aiuto, gli ho chiesto di non indurmi in tentazione. Credi tu che, perché Io sono Io, possa fare a meno del Padre? Oh! no! In verità ti dico che tutto il Padre concede al Figlio, ma che anche il Figlio riceve tutto dal Padre. E ti dico che tutto quanto sarà chiesto in mio nome al Padre verrà concesso. Ma eccoci al Get-Sammi, dove Io abito. Già scende la sera. Non ti conviene salire sin là. Ci rivedremo domani allo stesso posto. Addio. La pace sia con te». «La pace a Te pure, Maestro… Ma vorrei dirti ancora una cosa. Ti accompagnerò sino al Cedron, poi tornerò indietro. Perché stai in quel luogo così umile? Sai, la gente guarda a tante cose. Non conosci nessuno in città che abbia una bella casa? Io, se vuoi, posso portarti da amici. Ti ospiteranno per amicizia a me; e avresti una abitazione piú degna di Te». «Lo credi? Io non lo credo. Il degno e l’indegno sono in tutti i ceti sociali. E senza mancare di carità, ma per non offendere giustizia, ti dico che l’indegno, cioè colui che é maliziosamente indegno, è spesso fra i grandi. Non occorre e non serve esser potenti per esser buoni o per nascondere il peccare agli occhi di Dio. Tutto deve capovolgersi sotto il mio segno. E grande non sarà chi è potente, ma chi è umile e santo». «Ma per essere rispettato, per imporsi…» «E’ rispettato Erode? E Cesare è rispettato? No. Sono sopportati e maledetti dalle labbra e dai cuori della gente. Sui buoni, o anche solamente sugli uomini di buona volontá, credi, Giuda, io saprò impormi più con la modestia che con la potenza». «Ma allora… disprezzerai sempre i potenti? Te ne farai dei nemici! Io pensavo parlare di Te a molti che conosco, che sono potenti e che hanno un nome…» «Io non disprezzeró nessuno. Andrò ai poveri come ai ricchi, agli schiavi come ai re, ai puri come ai peccatori. Ma se sarò grato a chi darà pane e tetto alle mie fatiche, quale che sia il tetto e il cibo, darò sempre preferenza a ciò che è umile. I grandi hanno già tante gioie. I poveri non hanno che la retta coscienza, un amore fedele, dei figli, e il vedersi ascoltati dai più di loro. Io mi curveró sempre sui poveri, sugli afflitti e sui peccatori. Io ti ringrazio del tuo buon volere. Ma lasciami a questo luogo di pace e preghiera. Va’. E Dio ti ispiri ciò che è bene». Gesù lascia il discepolo e si interna fra gli ulivi.

    AL GETSEMANI CON GIOVANNI DI ZEBEDEO. UN PARAGONE TRA IL PREDILETTO E GIUDA ISCARIOTA

    Gesù che si dirige verso una casetta bianca bassa, in mezzo all’uliveto. Un ragazzo lo saluta. È uno del posto perché tra in mano gli utensili per potare e per zappare. «Dio sia con Te, Rabbi. Il tuo discepolo Giovanni è venuto, ma ora è ripartito per cercarti». «Da molto?».
    «No, ha appena attraversato quel sentiero. Credevamo Tu venissi dalla parte di Betania…» Gesù si incammina veloce, vede Giovanni che scende quasi di corsa verso la città e lo chiama. Il discepolo si volta e, con un viso che la gioia fa luminoso, grida: «Maestro!» e torna indietro di corsa. Gesù gli apre le braccia e i due si abbracciano affettuosamente. «Venivo a cercarti… Credevamo fossi stato a Betania, come avevi detto». «Sì. Lo volevo fare. Devo incominciare ad evangelizzare anche i dintorni di Gerusalemme. Ma poi mi sono trattenuto in città… per istruire un nuovo discepolo». «Tutto quello che Tu fai è ben fatto, Maestro.
    E riesce bene. Lo vedi? Anche ora ci siamo subito trovati». I due camminano, tenendo Gesù un braccio sulle spalle di Giovanni che, più basso di Lui, lo guarda da sotto in sú. Tornano così verso la casetta. «E’ da molto che sei venuto?». «No, Maestro. Sono partito da Doco all’alba, insieme a Simone, al quale ho detto ciò che Tu volevi. Poi abbiamo sostato insieme nelle campagne di Betania, dividendoci il cibo e parlando di Te ai contadini trovati nei campi. Poi ci siamo divisi. Simone è andato da un suo amico, al quale vuole parlare di Te. E’ il padrone di quasi tutta Betania. Egli lo conosce da prima, da quando erano vivi il padre dell’uno e dell’altro. Ma domani Simone viene qui. Mi ha detto di dirti che è felice di servirti. E’ molto capace, Simone. Vorrei essere come lui. Ma sono un ragazzo ignorante». «No, Giovanni. Anche tu fai molto bene». «Sei proprio contento del tuo povero Giovanni?». «Molto contento, Giovanni mio. Molto». «Oh! Maestro mio!». Giovanni si curva con slancio a prendere la mano di Gesù e la bacia e se la passa sul viso come una carezza. Sono giunti alla casetta. Entrano nella cucina bassa e annerita dal fumo. Il padrone li saluta: «La pace sia con Te». Risponde Gesù: «Pace a questa casa e a te e a chi con te vive. Ho con Me un discepolo». «Vi sarà pane e olio anche per lui». «Ho portato pesce secco che mi han dato Giacomo e Pietro. E, passando da Nazaret, tua Madre mi ha dato pane e miele per Te. Ho camminato senza soste, ma ora il pane sarà duro». «Non importa, Giovanni. Avrà sempre il sapore delle mani della Mamma». Giovanni tira fuori le cose dalla bisaccia che aveva messo a terra in un angolo. E preparano il pesce secco in una maniera strana. Lo bagnano per poco tempo in acqua calda, poi lo spalmano di olio e lo fanno arrostire sulla fiamma. Gesù benedice il cibo e col discepolo si siede alla tavola. Si siedono anche alla stessa il padrone, che si chiama Giona, e il figlio. La madre va e viene portando il pesce, delle olive nere, delle verdure lessate e condite con olio. Gesù offre anche del miele. E lo offre alla madre spalmandolo sul pane. «E’ del mio alveare» dice. «Le api le cura mia Madre. Mangialo. E’ buono. Sei tanto buona con Me, tu, Maria, che meriti questo e altro» dice poi. La cena termina subito fra brevi discorsi generici, tra di loro. Appena finita, e dopo aver ringraziato del cibo preso, Gesù dice a Giovanni: «Vieni. Usciamo un poco nell’uliveto. La notte è tiepida e chiara. Sarà dolce stare un poco là fuori». Il padrone dice: «Maestro, io ti saluto. Sono stanco, e stanco è mio figlio. Noi andiamo a dormire. Lascio la porta accostata e la lucerna sul tavolo. Sai come fare». «Vai pure, Giona. E spegni anche la lucerna. C’è la luce della luna così chiara che vedremo anche senza lume».
    «Ma il tuo discepolo dove dormirà?». «Con Me. A terra sul tappeto c’è posto anche per lui». Escono nell’uliveto. Ma prima Giovanni ha preso qualcosa dalla sacca messa nell’angolo. Camminano per un poco e giungono ad un posto dal quale si vede tutta Gerusalemme. Sediamoci qui e parliamo fra noi» dice Gesù.
    Ma Giovanni preferisce sedersi ai suoi piedi, sull’erbetta corta, e sta col braccio posato sulle ginocchia di Gesù. «E’ bello anche qui, Maestro. Guarda come sembra grande la città di notte. Più che di giorno». «E’ perché la luce della luna ne sfuma i contorni. Vedi, sembra che il limite si allarghi in una luminosità d’argento. Guarda la parte piú alta del Tempio, lassù. Non sembra sospeso nel vuoto?». «Sembra che la portino gli angeli sulle loro ali d’argento». Gesù sospira. «Perché sospiri, Maestro?». «Perché gli angeli hanno abbandonato il Tempio. Il suo aspetto di purezza e santità è solo sulle mura. Quelli che dovrebbero darglielo nell’anima, sono i primi a toglierglielo. Non si può dare ciò che non si possiede, Giovanni. E se molti sono i sacerdoti ed i leviti che là vivono, non ve ne è neppure un decimo che sia capace a dare vita al Luogo Santo. Danno morte. Comunicano ad esso la morte che è nel loro spirito, morto a ciò che è santo. Hanno le formule. Non hanno la vita delle stesse formule. Sono cadaveri che sono caldi solo per la putrefazione che li gonfia». «Ti hanno fatto del male, Maestro?». Giovanni è tutto preoccupato. «No. Anzi mi hanno lasciato parlare quando ho chiesto di farlo». «Lo hai chiesto? E perché?». «Perché non voglio essere io quello che inizia la guerra. La guerra verrà lo stesso, perché io farò paura ad alcuni e sarò un rimprovero per altri. Ma questo riguarda loro, non me». Dopo un po’ di silenzio, Giovanni continua a parlare. «Maestro… io conosco Anna e Caifa. Per motivi di affari la mia famiglia è stata in rapporti con loro, e quando io sono stato in Giudea, per seguire Giovanni il Battista, venivo anche al Tempio, e loro erano buoni con me. Mio padre pensa sempre a loro e prepara per loro il miglior pesce. E’ abitudine, sai? Quando si vuole averli amici e continuare ad averli, bisogna fare così…» «Lo so». Gesù è serio. «Ebbene, se credi, io parlerò di Te al Sommo Sacerdote. E poi… se vuoi, io conosco uno che è in un rapporto di affari con mio padre. E’ un ricco mercante di pesce. Ha una casa bella e grande presso l’Ippico, perché sono persone ricche, ma sono anche molto buone. Lí staresti più comodo e ti stancheresti di meno. Per venire fin qui si deve passare anche quel pese di Ofel, così disordinato e sempre pieno di asini e di ragazzi che litigano». «No, Giovanni, io ti ringrazio, ma sto bene qui. Vedi quanta pace? L’ho detto anche all’altro discepolo che mi faceva la stessa proposta. Lui diceva “per esser meglio considerato”». «Io, peró, lo dicevo perché Tu ti stancassi meno». «Non mi stanco. Camminerò tanto e non mi stancherò mai. Sai cosa è che mi stanca? La mancanza di amore. Oh! quella, quanto pesa! Come se portassi un peso sul cuore.» «Io ti amo, Gesù». «Sì, e tu mi sollevi. Ti voglio tanto bene, Giovanni, te ne vorrò sempre perché tu non mi tradirai mai». «Tradirti! Oh!». «Eppure ci saranno molti che mi tradiranno…». Giovanni, ascolta. Ti ho detto che mi sono fermato qui per istruire un nuovo discepolo. E’ un giovane giudeo, istruito e conosciuto». «Allora farai molto meno fatica che con noi, Maestro. Sono contento che Tu ne abbia qualcuno più capace di noi». «Credi tu che farò meno fatica?». «Eh! se è meno ignorante di noi, ti capirà meglio e ti servirà meglio, specie se ti amerà meglio». «Ecco. Hai detto bene. Ma l’amore non dipende dalla istruzione, e neppure dalla formazione. Senti, Giovanni. Io ti prego di essergli amico. Il mio cuore trema a mettere te, vicino a lui. Ma nello stesso tempo si rasserena, perché sa che se l’altro vorrà trascinarti al male tu saprai resistere e liberarti. Per questo ti prego di… (conservandoti come sei), di essere amico del nuovo discepolo, che non sarà molto amato da Simon Pietro e neppure dagli altri…». «Maestro! Ma non basti Tu?». «Io sono il Maestro. Al quale non tutto si dirà. Tu sei il con-discepolo, di poco più giovane, col quale è più facile aprirsi. Io non dico di ripetermi ciò che egli ti dirà. Odio le spie e i traditori. Ma ti chiedo di cambiarlo con la tua fede e con la tua carità, con la tua purezza, Giovanni. E’ una terra inquinata da acque morte. Va prosciugata col sole dell’amore, purificata con l’onestà di pensieri, di desideri e di opere, e va coltivata con la fede. Puoi farlo». «Se Tu credi che io possa… certamente lo faró. Se Tu lo dici, che io posso fare questo, questo farò. Per amor tuo…» «Grazie, Giovanni». «Maestro, hai parlato di Simon Pietro. E mi è tornato in mente quello che dovevo dirti per primo, ma che la gioia di ascoltarti mi aveva fatto dimenticare. Tornati a Cafarnao dopo la festa delle 7 settimane, abbiamo subito trovato la solita somma di quello sconosciuto. Il bambino l’aveva
    portata a mia madre. Io l’ho data a Pietro e lui me l’ha data indietro dicendo che la usassi un po’ per il ritorno e la sosta a Doco e il resto lo portassi a Te, per quanto ti può servire… perché anche Pietro pensava che qui è scomodo… ma Tu dici di no… Io non ho tolto che due denari per due poveri trovati presso Efraim. Per il resto ho vissuto con quanto mi aveva dato mia madre e con quanto mi hanno dato delle persone buone, alle quali ho parlato di te. Ecco la borsa».
    «La distribuiremo domani ai poveri. Così anche Giuda imparerà i nostri modi di fare». «Tuo cugino è venuto? Come ha fatto ad esser così svelto? Era a Nazareth e non mi disse che sarebbe partito…» «No. Giuda è il nuovo discepolo. E’ di Keriot. Ma tu lo hai visto a Pasqua, qui, la sera della guarigione di Simone. Era con Tommaso». «Ah! è lui?». Giovanni è un poco perplesso. «É lui. E Tommaso che fa?» «Ha ubbidito al tuo comando lasciando Simone Cananeo e andando per la via del mare incontro a Filippo e a Bartolomeo». «Sì, voglio che vi amiate senza preferenze, aiutandovi scambievolmente, compatendovi l’un l’altro. Nessuno è perfetto, Giovanni. Non i giovani e non i vecchi. Ma, se avrete buona volontà, giungerete alla perfezione e quanto mancherà in voi lo metterò Io. Voi siete come i figli di una santa famiglia. Fra essa vi sono molti caratteri diversi. Chi è forte, chi è dolce, chi è coraggioso, chi è timido, chi impulsivo e chi molto prudente. L’amore vi unisce, vi deve unire, l’amore per la causa di Dio». «E per Te, Gesù». «Prima viene la causa di Dio e poi viene l’amore per il suo Cristo». «Io… che cosa sono io nella nostra famiglia?».
    «Tu sei la pace amorosa del Cristo di Dio. Sei stanco, Giovanni? Vuoi tornare? Io resto a pregare». «Resto anche io a pregare con Te. Lasciami restare a pregare con Te». «Resta pure». Gesù dice dei salmi e Giovanni lo segue. Ma la voce si spegne e l’apostolo resta addormentato col capo sul grembo di Gesù, che sorride e stende il suo mantello sulle sue spalle, e continua a pregare mentalmente.

    Dice Gesù:
    Ancora un paragone tra Giovanni ed un altro discepolo. Paragone in cui ne esce sempre più limpida la figura di Giovanni. Egli è colui che si spoglia anche del suo modo di pensare e di giudicare per essere “il discepolo”. E’ colui che si dona senza riservare a sé niente, neppure una molecola. Giuda è colui che non si vuole spogliare di se stesso. E la sua è perciò una donazione irreale. Porta con sé il suo io malato di superbia, di sensualità, di cupidigia. Conserva il suo modo di pensare. Neutralizza perciò gli effetti della donazione e della Grazia. Giuda: è il primo di tutti gli apostoli mancati. E sono tanti! Giovanni: è il primo di quelli che si fanno ostie per mio amore. Osserva i diversi modi di ragionare. Giuda investiga, trova dei pretesti, si impunta e, se anche mostra di cedere, in realtà conserva la sua forma mentale. Giovanni si sente un nulla, accetta tutto, non chiede le spiegazioni, è soddisfatto di farmi felice.

Calendario Eventi