GLI ULTIMI GIORNI TERRENI DI D. BOSCO

L’organismo di Don Bosco resisteva alla morte. Si potrebbe dire che la morte dovette smantellare fibra per fibra il suo corpo, prolungandogli i tormenti di una lenta sofferenza. Soprattutto lo consumava la mielite, che fu la causa principale dello sfacelo generale del corpo. La mielite è l’infiammazione del midollo spinale, che può essere causata da infezioni, o lesioni o da malattie che riguardano il sistema immunitario. I sintomi della mielite possono riguardare la debolezza muscolare, rigiditá muscolare, sonno, congelamento dei muscoli, insensibilitá, formicolio, difficoltà nella funzione vescicale o intestinale, dolore e altri disturbi neurologici. Durante la malattia si manifestarono le grandi virtú di D. Bosco. Una tranquillità serena e soprannaturale, una carità delicata e generosa, una rassegnazione perfetta alla volontà di Dio, furono le tre cose che soprattutto si ammirarono in lui durante gli ultimi giorni della vita di D. Bosco, passati nel letto dei suoi dolori.  Il 24 Gennaio 1888, una settimana prima di morire, ci fu un nuovo peggioramento. Chiedeva spesso che gli si suggerissero giaculatorie devote. La difficoltà nel parlare andava crescendo, tanto che a chi l’ascoltava, si stringeva il cuore. A un suo Sacerdote, D. Sala, che gli aveva presentato una bibita, per rinfrescargli le labbra, disse: “Fate di tutto che io possa riposare un po’”. Subito lui e qualche altro presente nella stanza, lo sistemarono nel letto nel miglior modo possibile, tanto che sembrava che veramente stesse per addormentarsi; ma improvvisamente si scosse, battè una mano contro l’altra e gridò: “Venite, presto, venite a salvare quei giovani!… Maria Santissima, aiutateli… Madre, Madre!” Il sacerdote che lo assisteva, D. Sala, avvicinatosi subito al letto, gli domandò che cosa desiderasse. D. Bosco chiese: “Dove siamo in questo momento?” “Siamo nell’Oratorio di Torino”, rispose D. Sala. “E i giovani che cosa fanno?”, continuó D. Bosco. “Sono in chiesa nell’ora della preghiera e pregano per lei”, gli fu risposto. Si calmó.  Ma non c’era mai nè acqua, nè ghiaccio che servisse a spegnere l’ardente sete che lo tormentava negli ultimi giorni. Perciò si provvide a dargli acqua di seltz, che infatti sembrava che gli procurasse qualche sollievo. Ma, D. Bosco, pensando che quella fosse una bevanda costosa, si rifiutò assolutamente di prenderla. Per fargliela bere, gli dovettero dimostrare che quella bevanda non era costosa, ma che costava soltanto 7 centesimi a bottiglia. Il primo Vescovo salesiano, Monsignor Cagliero, cresciuto fin da piccolo alla scuola di D. Bosco, e poi diventato sacerdote, fu mandato da D. Bosco stesso, come Missionario in Patagonia (Argentina). Appena ritornato dall’Argentina il 26 Gennaio 1888, si recó subito al letto di Don Bosco, che passava un’ora di grande sofferenza. Quando D. Bosco lo vide, gli mormorò con fatica queste sole parole: “Salvate molte anime nelle Missioni”. Il giorno dopo Monsignor Cagliero, ancora pieno di speranza, volle fare un tentativo per sapere se il buon Padre sarebbe guarito o no. Per questo, giorno 28 Gennaio, lo interrogò, se gli desse il permesso di andare a Roma, perché senza il suo permesso non si sarebbe mosso da Torino. “Andrai”, gli rispose con grande sforzo D. Bosco, “Ma dopo”. “Ma, Don Bosco, mi dica se, andando dopo, posso stare tranquillo. Devo anche andare in Sicilia…” “Sì, sí”, replicò D. Bosco, “Andrai, farai molto bene, ma aspetta dopo”. Si capì subito quale fosse il “dopo”, di cui parlava D. Bosco. Appena riprese un po’ di forza, D. Bosco gli disse ancora: “La tua venuta è molto opportuna e vantaggiosa per la Congregazione Salesiana in questi momenti”. In mezzo ai suoi dolori D. Bosco non poteva nemmeno avere il sollievo di cambiare posizione. Chi lo assisteva, lo esortava a ricordarsi di Gesù, che sulla croce soffriva tanto, senza potersi muovere nè da una parte, nè dall’altra. Egli rispose: “Sì, è quello che faccio sempre”. Nel cercare di girarlo, un suo sacerdote salesiano, Don Bonetti gli disse: “Le facciamo male? Povero Don Bosco! Noi non siamo capaci. Pensi alla passione di Gesù Cristo”. D. Bosco faceva segno di sí. Verso sera lo visitò un altro suo sacerdote, Don Dalmazzo. D. Bosco lo guardò con tenerezza, gli strinse la mano e gli disse: “Ti raccomando la Congregazione Salesiana! Sostienila, difendila in ogni tempo”. Poi disse a Monsignore Cagliero: “La Congregazione non ha nulla da temere. Ha uomini ben formati”. Piú tardi, Don Sala si trovava solo nella camera. Visto che D. Bosco respirava un po’ meglio, gli chiese:  “Don Bosco si sente molto male, vero?”. “Eh sì!”, rispose, “Ma tutto passa e passerà anche questo”. “Che cosa potrei fare per sollevarla un poco?”. “Prega!”. D. Sala, congiunse le mani e si mise a pregare. Dopo averlo fatto riposare alcuni minuti gli chiese: “Don Bosco, ora sará contento, pensando che dopo una vita di tanti sacrifici e fatiche è riuscito a fondare case salesiane in varie parti del mondo e fondare saldamente la Congregazione Salesiana”. “Sì”, rispose. “Ciò che ho fatto, l’ho fatto per il Signore. Si sarebbe potuto fare di più. Ma lo faranno i miei figli. La nostra Congregazione è condotta da Dio e protetta da Maria Ausiliatrice”. Alle ore venti stentava assai a farsi capire e a capire. Intorno al suo letto c’erano Monsignor Cagliero, Don Rua e altri. Le condizioni dell’ammalato si aggravavano sempre più. Durante il 27 Gennaio, e anche durante la notte e al mattino seguente 28 Gennaio, vagava con la mente e delirava spesso. Ascoltò tuttavia la santa Messa e ricevette la comunione. Durante la S. Messa, ogni tanto si assopiva e quando si svegliava, il respiro diventava piú affannoso. Arrivato all’Agnus Dei, il sacerdote Don Lazzero che lo assisteva, gli chiese: “Don Bosco, fa la comunione stamattina?”. E Don Bosco fra sé disse: “È arrivata la fine”. Poi, voltosi a Don Lazzero, disse ad alta voce: “Faccio la santa comunione”. Così dicendo, si tolse il berrettino che aveva in testa e congiunse le mani. Nel fare quest’atto il suo volto assumeva sempre un aspetto di profondo raccoglimento. Spesso ripeteva: “Coraggio! Avanti!… Sempre avanti!”. A volte chiamava per nome qualcuno. Quella mattina avrà ripetuto almeno una ventina di volte: “Madre, Madre!”. Alla sera con le mani giunte invocava: “Oh Maria! Oh Maria! Oh Maria!” Il sacerdote Don Berto gli chiese se voleva indossare l’abitino della Madonna del Carmine. D. Bosco disse di sí e lo ricevette con viva soddisfazione. A tutti coloro che si avvicinavano al suo letto, dava gli ultimi ricordi, dicendo per lo più: “Arrivederci in Paradiso!… Fate pregare per me… I giovani facciano per me la santa comunione”. Disse pure a Don Bonetti: “Di’ ai giovani che io li attendo tutti in Paradiso!” E poco dopo: “Quando parlerai o predicherai, insisti sulla frequente comunione e sulla divozione a Maria Santissima”. I medici lo trovarono gravissimo, nè vedevano la minima speranza di salvarlo. Il dottor Fissore gli disse: “Don Bosco, si faccia coraggio… C’è speranza che domani la cosa vada meglio. È già accaduto altre volte… Oggi il cattivo tempo influisce…”. Don Bosco, rimasto fino ad allora immobile, sorrise e col dito minacciando scherzosamente il buon dottore, disse a stento: “Ah, questo Dottore che vuol far risorgere i morti! Domani? Domani?… Ma domani farò un viaggio più lungo!”. I medici tennero un consulto. Piú tardi, D. Bosco si sentiva molto stanco; soffriva assai più del solito. “Aiutatemi!”, disse ai due sacerdoti, Don Lazzero e a Don Viglietti là vicini. “Aiutatemi tutti”. “Sì, Don Bosco, ben volentieri. In che cosa desidera che l’aiutiamo?”. “Aiutatemi a respirare”, rispose, quasi scherzando. Nell’ora del pranzo e della cena, fino al 28, mandò abitualmente Don Viglietti nel refettorio ad augurare a tutti buon appetito, da parte sua. Nella prima ora di notte gridò: “Paolino, Paolino, dove sei? Perchè non vieni?”. Tutti i presenti pensarono che chiamasse Don Paolo Albera, ispettore delle case di Francia. Dopo un po’ ripetè: “Ci vogliono imbrogliare”. Allora Monsignor Cagliero con voce forte gli disse: “Stia tranquillo, Don Bosco, faremo tutto, tutto quello che desidera”. D. Bosco fece uno sforzo, alzò un momento la testa e disse con voce ferma: “Sì, vogliono fare e poi non fanno”. Subito dopo ricadde con la testa sul cuscino. Un’altra volta domandò: “Chi c’è là? Chi è quel ragazzo?”. “Non c’è nessun ragazzo. È l’attaccapanni”, rispose Enria. “Là! Pazienza!” Faceva però dei segni come se avesse qualcuno vicino, finchè all’improvviso battè una mano contro l’altra, come faceva spesso quando in sogno gli si presentavano scene spaventose. “C’è nessuno? C’è nessuno?”, gridava. Ci siamo noi, rispose Don Sala, portandosi al suo fianco. Il 29 gennaio 1888, batteva i denti, come se lo assalissero i brividi di febbre. La notte fu molto agitata. Spuntò l’alba del 30 Gennaio, che in quel tempo si festeggiava S. Francesco di Sales. Bisognò suonare le campane a festa, cantare, celebrare la Messa solenne, essere allegri…; ma in tutti cuori c’era tristezza e dolore. Nel suo assopimento continuo non capiva piú niente, eccetto quando gli si parlasse del Paradiso e di cose dell’anima. In questi casi faceva cenno di sì col capo, e se gli si suggeriva qualche giaculatoria, egli muovendo le labbra la ripeteva. Al suono dell’Avemaria il sacerdote Don Bonetti lo invitò a salutare la Madonna, dicendo: “Viva Maria”. Con voce sensibile e devota egli ripetè: “Viva Maria”. Una delle ultime parole dette da Don Bosco al sacerdote Don Rua fu questa: “Fatti amare”. Quelle persone che sono molto amate, sembra che non debbano mai morire. Le menti e i cuori, abituati da tempo a trovare in esse la luce e il conforto della vita, stentano a pensare che una persona cosí, possa morire. Questo stato d’animo durò nell’Oratorio fino agli ultimi giorni di Gennaio; in taluni anzi si protrasse oltre quei giorni. Il motivo è che si sperava in un miracoloso intervento del cielo. Nella notte tra il 29 e il 30 Gennaio, D. Bosco giró un pochino la testa verso Enria, suo continuo e fedele assistente notturno, e gli disse: “Dì… ma… ma… ti saluto!” Poi adagio adagio recitò l’atto di dolore. Qualche volta esclamò: “Miserere nostri, Domine”. Durante la notte, alzando ogni tanto le braccia al cielo e congiungendo le mani, ripeteva: “Sia fatta la vostra santa volontà!”.  Poi, quando gli si paralizzó tutta la parte destra del corpo, il braccio destro poggiava abbandonato e immobile sul letto; ma egli continuava ad alzare il braccio sinistro, ripetendo ancora qualche volta: “Sia fatta la vostra santa volontà!”.  Poi non parlava più; ma tutto il resto del giorno 30 e per tutta la notte che dava sul 31 Gennaio, continuò ad alzare la mano sinistra nello stesso modo, indicando, con ogni probabilità, la rinnovata offerta a Dio della propria esistenza. In casa tutti sapevano quanto Don Bosco si fosse aggravato. Pure, nella festa di S. Francesco di Sales, alcuni giovani scrissero sopra un foglio: “O Gesù Sacramentato, Maria SS. Ausiliatrice dei Cristiani, S. Francesco di Sales nostro Patrono, i poveri sottoscritti 1) Dondina Pietro, 2) Orione Luigi, 3) Martinasso Giovanni, 4) Rossi Giuseppe di primo ginnasio inferiore, 5) Aimerito Gabriele, 6) Bertazzoni Augusto, 7) Sac. Gioachino Berto, per ottenere da Dio la conservazione del loro amatissimo Padre e Superiore Don Bosco, offrono in cambio la propria vita. Deh, vi supplichiamo, degnatevi di gradire l’offerta e di esaudire la nostra preghiera”. Questa supplica venne posta sotto il corporale durante una Messa celebrata per Don Bosco, all’altare di S. Anna, da Don Berto e servita dal giovane Luigi Orione. Altri sei giovani sottoscrissero poi la medesima carta e fecero, per lo stesso motivo, la comunione. Il Signore non avrà mancato di benedire la santa e generosa intenzione dì quei dodici buoni ragazzi. Alle 2 meno un quarto del 31 gennaio 1888, Don Rua, quando vide che le cose precipitavano, si mise la stola e inizió le preghiere per i moribondi, già da lui cominciate due ore innanzi. Furono chiamati in fretta gli altri Superiori. Una trentina fra sacerdoti, chierici e laici riempivano la camera. Inginocchiati pregavano. Sopraggiunto Monsignor Cagliero, Don Rua gli cedette la stola, passò alla destra di Don Bosco e chinatosi all’orecchio del caro Padre, gli disse con voce soffocata dal pianto e dal dolore: “Don Bosco, siamo qui noi, i suoi figli. Le domandiamo perdono di tutti i dispiaceri che per causa nostra ha dovuto soffrire, e per segno di perdono e di paterna benevolenza ci dia ancora una volta la sua benedizione. Io le guideró la sua mano e pronuncerò la formula della benedizione”. Tutte le fronti si inchinarono. Don Rua, facendo forza all’animo, ne alzò la destra paralizzata e disse le parole di benedizione sui Salesiani presenti e assenti e in particolare sui più lontani. Alle tre arrivò un telegramma dal Vaticano, del cardinale Rampolla con la benedizione apostolica. Alle quattro e mezzo la campana di Maria Ausiliatrice suonava l’Avemaria; tutti recitarono sommessamente l’Angelus. Don Bonetti susurrò all’orecchio di Don Bosco il “Viva Maria” dei giorni precedenti. Il rantolo della morte che si faceva udire da circa un’ora e mezza, cessò. Il respiro divenne libero e tranquillo; ma fu cosa di pochi istanti. “Don Bosco muore!”, esclamò il sacerdote Don Belmonte. Coloro che, stanchi, si erano seduti, si alzarono subito e si avvicinarono vicino al letto. D. Bosco emise tre respiri a breve intervallo. Don Bosco realmente moriva. Monsignor Cagliero, fissando in lui gli occhi, diceva: “Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il mio cuore e l’anima mia… Gesù, Giuseppe, Maria, assistetemi nell’ultima agonia… Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l’anima mia”. Don Rua e gli altri, formando una corona intorno a D. Bosco, piangevano di dolore. Don Bosco è morto!… Tutti raccomandarono a Dio la sua anima. Monsignor Cagliero benedí il sacro cadavere, chiedendo a Dio l’eterno riposo per lui. Quindi, la sua stola fu messa al collo di D. Bosco e, nelle mani giunte, fu messo il crocifisso da lui tante volte baciato. Erano le quattro e quarantacinque di Martedí 31 Gennaio 1888. D. Bosco aveva settantadue anni, cinque mesi e quindici giorni. Dinanzi a quel corpo senza vita, Don Rua (che poi sará il primo successore di D. Bosco) parlò e disse: “Siamo doppiamente orfani. Ma consoliamoci. Se abbiamo perduto un padre sulla terra, abbiamo acquistato un protettore in cielo. E noi dimostriamoci degni di lui, seguendone i santi esempi”. La camera fino alle dieci fu piena di Salesiani, che pregavano sciogliendosi in lacrime. Sulla finestra che a sinistra del letto si apriva sulla loggia coperta, venne messa una croce fra quattro candele accese. I giovani, al mattino, alla Messa della comunità, dissero il rosario da morto e tutte le Messe furono celebrate in suffragio dell’anima di Don Bosco. Alle dieci si cantò solennemente la Messa funebre. Il disorientamento si vedeva scolpito su tutte i volti. In quell’ora gli infermieri, aiutati dai medici Albertotti e Bonelli, che vollero fino all’ultimo testimoniare il loro amore vivissimo per l’amico morto, lavarono il corpo, lo vestirono e, rasatagli la barba da Enria, lo collocarono sopra un seggiolone a braccioli. Il fotografo Deasti e il pittore Rollini ne presero così la fotografia. Nelle prime ore del pomeriggio la dolorosa notizia, diffusasi largamente in città, produsse generale e profonda impressione. Molte botteghe e negozi restarono chiusi con la scritta: “Chiuso per la morte di Don Bosco”. La gente si affollava in portineria, domandando di vedere la salma. Essendo troppo ristretto lo spazio, si concedette l’accesso unicamente alle persone più conosciute. Agli altri si diceva che l’avrebbero veduta il giorno dopo nella chiesa di S. Francesco, la quale intanto la si stava preparando a camera ardente. Il cadavere era seduto sulla poltrona. Indossava i paramenti da Messa violacei. Aveva il crocifisso nelle mani e la testa scoperta; la sua berretta stava là alla sua destra sopra un inginocchiatoio, sul quale si ergeva un crocifisso fra due ceri. I lineamenti del viso apparivano inalterati. Se non fosse stato per il bianco della morte sul viso, che contrastava col viola della pianeta, si sarebbe detto che Don Bosco dormiva serenamente. I suoi sacerdoti si succedevano pregando e baciandogli la mano. Per tanti sacerdoti, per molta gente e per tante signore nobili e religiose era un grande onore essere ammessi a vederlo. Camminavano a passi lenti e in punta di piedi, quasi temessero di svegliarlo dal sonno. Tutti gli baciavano la mano. Nella stanza regnava un raccoglimento rispettoso e devoto. Verso sera, venne una schiera di Figlie di Maria Ausiliatrice per baciare la mano del santo loro Fondatore e Padre anche a nome delle consorelle lontane. Finchè non fu sera tardi, l’addolorato pellegrinaggio continuò senza interruzione. Per le vie di Torino andavano a ruba i giornali. Il Corriere Nazionale dovette fare tre edizioni, esaurite in brevissimo tempo. Il nome di Don Bosco passava di bocca in bocca fra segni di viva commozione. Bisognava pensare presto alla sepoltura. Il Capitolo Superiore dei Salesiani, radunatosi alle ore venti, promise a Maria Ausiliatrice che, se per grazia sua, l’autorità civile concedesse di seppellire Don Bosco sotto la chiesa di lei o almeno nella casa di Valsalice, si sarebbe prontamente posto mano ai lavori per la decorazione del suo santuario, opera che stava già a cuore a D. Bosco. “Oh sera! oh notte!”, scriveva subito il salesiano Don Bonetti, “La prima che noi passiamo con Don Bosco morto! Oh, sera, oh notte sopraggiunta troppo presto! O Don Bosco, o Padre! Vegli dal cielo sul nostro sonno, vegli e sorridi dal cielo sulle nostre giornate. E guidaci… e proteggici…”.

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